domenica 22 luglio 2012

Niente cultura, niente sviluppo

Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da "giacimenti di un passato glorioso", ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l'intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell'occupazione.


Una costituente per la cultura 
Cultura e ricerca sono due capisaldi della nostra Carta fondamentale. Le riflessioni programmantiche che proponiamo qui cercano di mettere a punto alcuni elementi «Per una costituente della cultura». L'articolo 9 della Costituzione «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Sono temi saldamente intrecciati tra loro.

Perché ciò sia chiaro, il discorso deve farsi strettamente economico. Niente cultura, niente sviluppo. Dove per "cultura" deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per "sviluppo" non una nozione meramente economicistica, incentrata sull'aumento del Pil, che si è rivelato un indicatore alquanto imperfetto del benessere collettivo e ha indotto, per fare solo un esempio, la commissione mista Cnel-Istat a includere cultura e tutela del paesaggio e dell'ambiente tra i parametri da considerare.
La crisi dei mercati e la recessione in corso, se da un lato ci impartiscono una dura lezione sul rapporto tra speculazione finanziaria ed economia reale, dall'altro devono indurci a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo.

Strategie di lungo periodo 
Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un'idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell'Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un'ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento.

La cultura e la ricerca innescano l'innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell'azione di governo. Dell'intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d'uscita.
Anche la crisi del nostro dopoguerra, a ben vedere, fu affrontata investendo in cultura. Le nostre città, durante quella stagione, sono state protagoniste della crescita, hanno costruito "cittadini", e il valore sociale condiviso che ne è derivato ha creato una nuova cultura economica.
Ora le sfide paiono meno tangibili rispetto alle macerie del dopoguerra, ma le necessità e la capacità di immaginare e creare il futuro sono ancor più necessarie e non rinviabili. Se oggi quelle stesse città che sono state laboratori viventi sembrano traumatizzate da un senso di inadeguatezza nell'interpretare le nuove sfide, ciò va ascritto a precise responsabilità di governo e a politiche e pratiche decisionali sbagliate. Negli ultimi decenni nel nostro paese – a differenza di altri, Francia, Germania, Stati Uniti oltre a economie recentemente "emerse" – è accaduto esattamente l'inverso di ciò che era necessario. Si è affermata la marginalità della cultura, del suo Ministero, e dei Ministeri che se ne occupano (Beni e Attività Culturali e Istruzione, Università e Ricerca) considerati centri di spesa improduttiva, da trattare con tagli trasversali.
Cooperazione tra i ministeri 
Oggi si impone un radicale cambiamento di marcia. Porre la reale funzione di sviluppo della cultura al centro delle scelte dell'intero Governo, significa che la strategia e le conseguenti scelte operative, devono essere condivise dal ministro dei Beni Culturali con quello dello Sviluppo, del Welfare, della Istruzione e ricerca, degli Esteri e con il Presidente del Consiglio. Inoltre il ministero dei Beni Culturali e del paesaggio dovrebbe agire in stretta coordinazione con quelli dell'Ambiente e del Turismo.
Non si tratta solo di una razionalizzazione di risorse e competenze, ma dell'assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo. Responsabilità né marginali né rinviabili. Se realisticamente una vera integrazione degli obiettivi sembra difficile date le strutture relative di potere di ogni ministero e la complessità di azione propria dei ministeri stessi, tuttavia questo non deve diventare un alibi per l'inazione. Al contrario: esso deve imprimere il senso della necessità di favorire ogni forma di sperimentazione possibile che vada nella direzione di una cooperazione tra ministeri, oltre che ripristinare i necessari collegamenti tra Nord e Sud, tra centro e periferie. Si tratta di promuovere il funzionamento delle istituzioni mediante la loro leale cooperazione, individuando e risolvendo i conflitti a livello normativo (per esempio i conflitti Stato-Regioni per le norme su ambiente e paesaggio).

L'arte a scuola, il merito e la cultura scientifica 
È importante anche che l'azione pubblica contribuisca a radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari all'università, lo studio dell'arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio, e per poter fare in modo che essi ne traggano alimento per la creatività del futuro. Per studio dell'arte si intende l'acquisizione di pratiche creative e non solo lo studio della storia dell'arte. Ciò non significa rinunciare alla cultura scientifica, che anzi deve essere incrementata e deve essere considerata, in forza del suo costitutivo antidogmatismo, un veicolo prezioso dei valori di fondo che contribuiscono a formare cittadini e consumatori dotati di spitito critico e aperto. La dicotomia tra cultura umanistica e scientifica si è rivelata infondata proprio grazie a una serie di studi cognitivi che dimostrano che i ragazzi impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati in ambito scientifico.

Una cultura del merito deve attraversare tutte le fasi educative, formando i nuovi cittadini all'accettazione di precise regole per la valutazione dei ricercatori e dei loro progetti di studio. Non manca il merito, nei percorsi italiani di formazione. Lo dimostra il crescente successo di giovani educati in Italia che trovano impiego nelle più prestigiose università di ricerca in tutto il mondo. Ma finché non riusciremo ad attrarre altrettanti "cervelli" dall'estero, questo saldo passivo dissanguerà la nostra scienza e la nostra economia.
È necessario, riguardo a ognuno degli aspetti trattati, creare le condizioni per una reale complementarità tra investimento pubblico e intervento dei privati, che abbatta anche questa falsa dicotomia. È la mancata centralità della cultura per lo sviluppo che ha portato a normative fiscali incoerenti e inefficaci.

Complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale 
La complementarità pubblico/privato, che implica una forte apertura all'intervento dei privati nella gestione del patrimonio pubblico, deve divenire cultura diffusa e non presentarsi solo in episodi isolati. Può nascere solo se non è pensata come sostitutiva dell'intervento pubblico, ma fondata sulla condivisione con le imprese e i singoli cittadini del valore pubblico della cultura. Si è osservato in questi anni che laddove il pubblico si ritira anche il privato diminuisce in incisività, mentre politiche pubbliche assennate hanno un forte potere motivazionale e spingono anche i privati a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Provvedimenti legislativi a sostegno dell'intervento privato vanno poi ulteriormente sostenuti attraverso un sistema di sgravi fiscali (in molti paesi persino il biglietto per un museo o un teatro è detraibile). Misure di questo genere ben si armonizzano con l'attuale azione di contrasto all'evasione a favore di un'equità fiscale finalizzata a uno scopo comune: il superamento degli ostacoli allo sviluppo del paese.



La cultura vale quanto la finanza


D'accordo, l'Italia deve fronteggiare la crisi finanziaria e il debito pubblico. Ma la cultura, comunque. Perché come recita il Manifesto pubblicato da questo giornale il 19 febbraio niente cultura, niente sviluppo. Il risanamento dell'economia si può fare in tanti modi. Per Ermete Realacci, presidente di Symbola, quello migliore è farlo «con un'idea di futuro», come ha detto ieri nella prima giornata del seminario estivo della Fondazione, a Treia, vicino Macerata. E poi, se vuole guardare al domani «l'Italia deve fare l'Italia perché è quando sceglie come naturale collocazione della competitività economica il terreno della bellezza, dell'innovazione, della ricerca, del made in Italy, che spesso incrociano la green economy, che vince. Non è un caso che l'industria culturale sia molto forte nelle regioni e nelle province che hanno un manifatturiero evoluto».


Nel rapporto 2012 sull'industria culturale in Italia, intitolato "L'Italia che verrà" e fatto in collaborazione dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, 20 esperti, con la supervisione del professor Pierluigi Sacco, hanno percorso la penisola in lungo e in largo, alla ricerca delle esperienze più avanzate e delle tendenze emergenti di ogni settore. È stato, il loro, un viaggio tra cultura, creatività, tradizione, innovazione, genio, ingegno e saper fare che passa per un milione e mezzo di realtà. In mezzo a milioni di monumenti e opere d'arte, ricordiamolo. Dal biocarburante di seconda generazione del Piemonte, alle sartorie tradizionali di Ginosa di Puglia, dalla Brianza del mobile all'occhialeria di Belluno. O dall'Emilia dei motori alle ceramiche di Deruta, dall'arredo casa del Friuli Venezia Giulia al cashmere dell'Umbria. E poi ancora dall'Abruzzo dell'alta sartoria e della pasta alle calzature marchigiane fino a Napoli, dove si concentrano le migliori sartorie di capospalla del mondo. Per non dire della Toscana del vino e del marmo di Carrara, del tessile di Prato e della nautica di Lucca, o della nascente filiera dell'animazione fortemente votata all'export.



La geografia dell'industria culturale ha eletto Arezzo come propria capitale. Qui, infatti, il valore aggiunto della cultura è il più alto d'Italia: l'8,4% del totale prodotto dalla provincia. Seconde classificate a pari merito Pordenone e Milano con l'8%, terze ex equo Pesaro e Urbino e Vicenza col 7,9%. Seguono la provincia di Roma con il 7,6%, quella di Treviso al 7,5%, Macerata e Pisa, entrambe al 6,9%, e Verona con il 6,8%. Dal punto di vista dell'incidenza dell'occupazione del sistema produttivo culturale sul totale dell'economia c'è sempre Arezzo al primo posto. Nella provincia toscana infatti l'incidenza dell'occupazione culturale rispetto al totale dell'economia è del 9,8%. Ma subito dopo Arezzo troviamo la provincia di Pesaro e Urbino, con un'incidenza del 9,5%, quindi quella di Vicenza al 9,1 per cento.

Mettendo insieme tutte queste esperienze è emerso un quadro che porta Claudio Gagliardi, segretario generale Unioncamere, a dire che «la dimensione dell'industria culturale in Italia non si può trascurare per il valore aggiunto, addirittura superiore a quello della finanza e delle assicurazioni, ma anche per l'export e per gli occupati». Prendendo come riferimenti questi indicatori l'industria culturale frutta al Paese il 5,4% del Pil, equivalente a quasi 76 miliardi di euro. Ma dà anche lavoro a un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,6% del totale degli occupati del Paese. Superiore, ad esempio, al settore primario, oppure a quello della meccanica. «Pari al doppio della somma del comparto della finanza e delle assicurazioni messi insieme», insiste Gagliardi. E allargando lo sguardo dalle imprese che producono cultura in senso stretto a tutta la filiera, il valore aggiunto passa dal 5,4 al 15% del totale dell'economia nazionale e impiega ben 4 milioni e mezzo di persone, quasi un quinto (il 18,1%) degli occupati.

Per questo dal seminario di Symbola, è arrivata una richiesta forte di considerare questa industria come strategica, «non la si può considerare centrale solo quando si devono fare tagli alla spesa pubblica», osserva Realacci. Anche perché se guardiamo il trend del quadriennio 2007-2011 il settore può dirsi, sotto molto aspetti, anticiclico. La crescita nominale del valore aggiunto delle imprese del settore della cultura è stata dello 0,9% annuo, più del doppio rispetto all'economia italiana nel suo complesso (+0,4% annuo). E l'occupazione tiene, anzi aumenta, seppure in maniera contenuta, quando a livello generale cala. Tra il 2007 e il 2011, gli occupati nel settore sono cresciuti dello 0,8% annuo, a fronte della flessione dello 0,4% annuo subita a livello complessivo. E non è ancora finita. A completare il quadro c'è il saldo della bilancia commerciale: per la cultura nel 2011 l'attivo è stato 20,3 miliardi di euro, per l'economia complessiva, invece, -24,6 miliardi. Non sono solo numeri questi, «sono il frutto di uno sforzo per guardare all'Italia con occhi meno pigri». Niente cultura, niente sviluppo.


sabato 21 luglio 2012

Tatuaggi, la tribù 2.0

Basta una passeggiata su un litorale per farsi un’idea dell’incredibile diffusione del fenomeno. Tatuaggi ovunque e di ogni forma. Non più, non solo adolescenti e giovani appartenenti a una controcultura: il tatuaggio è una moda contagiosa anche per i loro genitori. Musicisti, calciatori e attori hanno tracciato il sentiero: se un tempo il tatuaggio era un segno di primitività, oggi è al contrario un marchio di progresso. L’Occidente ha fame di tatuaggi e cerca altrove, in altre culture, simboli autentici e «tribali», come si usa dire.

«Se cerchi un tatuatore, vai da Willy». Così mi dissero, un paio di anni fa, alcuni amici di Futuna, un’isola della Polinesia occidentale. In tanti anni di ricerche antropologiche in Oceania non mi ero granché interessato al tatuaggio, benché lo stesso termine sia originario proprio della Polinesia.
Fu James Cook a raccogliere la parola tatau a Tahiti nel 1769, durante il suo primo viaggio di esplorazione del Pacifico e a divulgarlo in inglese (tattoo, tattooing) insieme a una descrizione densa della pratica.
Willy è un giovane sulla trentina, di mestiere fa il meccanico di automobili e, nei weekend, integra il salario con i tatuaggi. Willy però, a differenza di quanto ci piacerebbe immaginare, non è l’ultimo discendente di una lunga dinastia di artigiani-tatuatori: «La passione mi è venuta in Francia, quando facevo il militare — mi racconta —. Ho imparato a tatuare in Nuova Caledonia, in una bottega di indonesiani». Quando gli chiedo se nel suo repertorio ci siano segni locali, mi risponde che qui, sull’isola, «non vanno». La gente vuole i tatuaggi dei calciatori, oppure segni cristiani (la Croce, il Sacro Cuore). Alla fine mi inviterà a visionare il suo campionario su un pc, connettendosi a un sito californiano.

Strana, avvincente e pressoché sconosciuta storia quella dei tatuaggi. Molti occidentali sognano oggi esotici e autentici marchi polinesiani da esibire a fior di pelle, mentre i polinesiani si imprimono, oltre alle tradizionali figure geometriche, marchi occidentali. Il tatuaggio non era una pratica del tutto ignota all’Occidente, prima di Cook: greci, romani, celti e altre popolazioni europee praticavano forme di tatuaggio, seppure non esteticamente elaborate come quelle oceaniane o giapponesi. Già Ötzi, la mummia del Similaun, aveva parecchi segni impressi nella pelle, forse a scopo terapeutico. La scoperta dei tatuaggi polinesiani da parte di Cook ebbe tuttavia un ruolo dirompente nel trasformare una pratica marginale in un fenomeno ben più importante, tanto da meritare un nuovo nome: tattoo. Con Cook si apriva una nuova pagina, non solo perché i tatuaggi polinesiani venivano descritti e rappresentati con cura (si pensi ai visi maori raffigurati da Sydney Parkinson), ma perché molti marinai e ufficiali divennero così intimi con i nativi da farsi tatuare dagli stessi tahitiani, accettando di buon cuore questa forma di «violenza controllata» (N. Thomas, A. Cole e B. Douglas, Tattoo. Bodies, art and exchange in the Pacific and the West, Durham, Duke University Press, 2005). Ci troviamo sì davanti a curiosità per l’esotico e fascino à la Rousseau del primitivo «incontaminato», ma anche a un desiderio di incorporare l’altro, rendendolo parte indelebile del sé.

La storia dei tatuaggi è caratterizzata in Occidente da una persistente ambivalenza. Se, alla fine del Settecento, oltre agli umili marinai anche i nobili di corte ne furono così affascinati da volerli imprimere sui propri corpi, ben presto la pratica divenne il segno di un’umanità deviante, pericolosa o irrimediabilmente primitiva. A tatuarsi, nel corso dell’Ottocento, furono soprattutto galeotti, marinai, prostitute, figuranti da circo. Il tatuaggio, in questa prospettiva, veniva interpretato come il «marchio di Caino», quel segno che secondo la Genesi (4, 15) Dio impresse sul primo omicida, come segno di perdono, forse,ma anche come marchio di infamia. Molti missionari, vedendo in queste pratiche un’indebita interferenza nell’opera di costruzione divina, proibirono i tatuaggi che, in varie parti dell’Oceania, scomparvero del tutto. Ancora alla fine dell’Ottocento, Cesare Lombroso considerava il tatuaggio un segno evidente e indelebile dell’uomo delinquente e del primitivo: brandelli di pelle di internati, tagliati ed essiccati dallo scienziato torinese, erano visibili fino a una decina di anni fa nel suo museo.

Accanto a questa visione negativa, esemplificata anche dall’uso del punitive tattooing in contesti coloniali (per marchiare presunti criminali e dissidenti) e nei campi di sterminio nazisti, conviveva tuttavia un’attrazione e un fascino che avrebbe determinato, due secoli dopo Cook, il «rinascimento» del tatuaggio.
Alla fine degli anni Sessanta del Novecento, i giovani americani aderenti al movimento dei Modern Primitives, cominciarono a tatuarsi e a rivendicare le qualità estetiche e morali dell’antica pratica. In un Occidente che iniziava a riflettere in modo più critico su di sé e sulla propria storia coloniale, gli «altri», i «primitivi», le loro pratiche e saperi, tornavano a essere pensati come possibilità alternative, vie di uscita dal conformismo e dal consumismo dilagante. Il rifiuto della cultura dell’Occidente e la rivendicazione di un’autopoiesi del corpo rilanciarono la moda del tatuaggio che sarebbe poi esplosa nel corso degli anni Ottanta.

Fu in questi stessi anni e nel contesto di una rivalorizzazione delle tradizioni locali che anche i polinesiani riabilitarono l’antica pratica, a partire da Tahiti, dalle Hawaii, da Samoa e via via dal resto del mondo insulare. Come ha raccontato Matteo Aria (Cercando nel vuoto. La memoria perduta e ritrovata in Polinesia francese, Pisa, Pacini, 2007), la tecnica e i segni del tatuaggio polinesiano furono ri-creati da intellettuali e attivisti locali a partire da una ricerca in quelle isole in cui i tatuaggi non erano del tutto scomparsi. A Samoa, per esempio, lontano da sguardi indiscreti, i nativi avevano continuato a praticare il pe’a e il malu (tatuaggio maschile e femminile) sui loro corpi, anche perché nella cultura samoana il tatuaggio rappresentava (e rappresenta tuttora) una modalità irrinunciabile per «costruire umanità», per accompagnare i giovani nel loro ingresso all’età adulta.
La rinascita del tatuaggio in Polinesia fu resa egualmente possibile da uno studio delle fonti occidentali: quegli stessi occidentali responsabili del venir meno della pratica contribuirono a salvare qualcosa di essa riproducendo quei segni — come fece per esempio l’artista russo Tilesius Von Tilenau alle Marchesi — su supporti di memoria come libri, dipinti, incisioni, più duraturi del corpo umano. Viaggiando in America e in Europa per partecipare alle numerose Convention del tatuaggio (Roma e Milano le principali mete italiane), tahitiani, samoani, hawaiani tornano oggi a tatuare le pelli dei bianchi, come fecero i loro progenitori.

Willy e gli altri tatuatori polinesiani non sono più i custodi di una originaria e incontaminata arte del corpo e tuttavia l’interesse principale del tatuaggio sta, forse, proprio in questo suo carattere meticcio. Tutte le culture che lo hanno praticato hanno attribuito un significato particolare ai segni riprodotti (simboli di fecondità, potere, bellezza, erotismo…): tuttavia il tatuaggio sembra avere anche un significato trans-culturale, proprio perché si presta a divenire una pratica condivisa.
Imprimere in modo indelebile su ciò che si ha di più intimo, il proprio corpo, i segni di «altre» culture, è a mio avviso una delle testimonianze più forti di quanto sia profondo nell’uomo il desiderio e il bisogno della diversità culturale. L’ambivalenza del tatuaggio è espressione, in fondo, della doppia faccia della diversità: paurosa e attraente, rischiosa e inevitabile al tempo stesso.

Adriano Favole - Il Club della lettura - Corriere della Sera

domenica 15 luglio 2012

Memento Audere Semper

"Nulla d'estraneo mi tocca e d'ogni giudizio altrui mi rido".

"Vivere ardendo e non bruciarsi mai".

"E credere in te soltanto, giurare in te soltanto, riporre in te soltanto la mia fede, il mio orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno, e tutto quel che spero...".

Gabriele D'Annunzio

martedì 10 luglio 2012

L'assertività


L'assertività è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore.
I presupposti necessari per un comportamento assertivo sono: una buona immagine di sé (autostima); un'adeguata capacità di comunicazione; una libertà espressiva; buona capacità di rispondere alle richieste e alle critiche; la capacità di dare e di ricevere apprezzamenti e di dirimere i conflitti.

A volte l'assertività rischia di essere giudicata negativamente perché le persone solide e sicure di sé possono venire percepite in modo troppo aggressivo. Ma l'assertività, se bilanciata con altre importanti qualità, può aiutare ad eccellere in molte cose sul lavoro e nella vita privata.
Come promuovere il lavoro di squadra ad esempio. La performance di un team può aumentare se i membri sono in grado di esprimere punti di vista "impopolari". Utilizzare la fiducia in se stessi per creare un'atmosfera che induca anche le altre persone a parlare chiaramente è un "plus" non indifferente.
Oppure permette di guidare il cambiamento. Per un cambiamento costruttivo occorrono iniziative coraggiose. Essere assertivi aiuta a rompere le resistenze che spesso nascono quando si è chiamati a compiere uno sforzo di questo tipo.
Alla base però occorre agire assolutamente con integrità. Se unita all'onestà, l'assertività  da  il coraggio di difendere ciò che si ritiene giusto. 


domenica 8 luglio 2012

Il Daruma e la gestione degli obiettivi

I Daruma o le Daruma sono figurine votive giapponesi senza gambe né braccia, che rappresentano Bodhidharma (Daruma in giapponese), il fondatore e primo patriarca dello Zen. I colori più comuni sono: rosso (il più frequente), giallo, verde e bianco.

Il Daruma è rappresentato con un volto stilizzato da uomo con barba e baffi, ma gli occhi sono dei cerchi di colore bianco. La tradizione giapponese richiede che, usando dell'inchiostro nero, bisogna disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi, verrà disegnato anche il secondo occhio.

Oggi, anche da me, viene utilizzato per ricordarsi un Obiettivo da raggiungere. Messo sulla scrivania con un solo occhio colorato, ci ricorda lo scopo che ci siamo prefissati di raggiungere, la nostra meta. Una volta raggiunto l'obiettivo si colora l'altro occhio e si è pronti per una nuova sfida.

Ho imparato ad utilizzare la simbologia del Daruma (o una sua rappresentazione su stampa) dopo un corso sulla gestione del tempo organizzata dai produttori dell'agrnda Time Management, nel lontano 1987. Forse qualcuno lo ricorderà.

Da allora quando intraprendo un nuovo progetto colorata una pupilla della bambola, e il simbolo del Daruma diventa un reminder dell'obiettivo da raggiungere.

martedì 3 luglio 2012

Rendete la creatività un' abitudine


La creatività è una dote indispensabile per muoversi in un mondo sempre più complesso. La strada che conduce a un pensiero creativo può risultare, tuttavia, sorprendentemente semplice. 
Per migliorare le vostre doti di inventiva, mettete in pratica i seguenti consigli:
Riducete lo stress, ma non troppo. Uno stato di eccessiva rilassatezza non favorisce la vostra creatività. Andate alla ricerca di uno stato emotivo "a metà", né troppo stressato né troppo rilassato.

Uscite dal vostro ufficio. Andate a piedi a lavoro, prendete mezzi pubblici, andate in giro stando attenti ad osservare come si comportano i consumatori e come passano il tempo. Se non vi prendete del tempo per coltivare bene la vostra creatività, non avrete niente da offrire.

Lasciate vagare la vostra mente. Gli studi dimostrano che i sogni a occhi aperti stimolano uno stato mentale unico. Se permetterete alla vostra mente di vagare, riuscirete a combinare i diversi punti (conoscenze, emozioni, fatti, ecc) in un modo nuovo e creativo.


lunedì 18 giugno 2012

Elogio della ragion politica


Qualche sera fa guardavo un dibattito politico in tv. O almeno, così era stato presentato. I contendenti stavano parlando da più di mezz’ora degli stipendi dei parlamentari. Cioè, di quanto guadagnavano, di quanto avevano dichiarato al Fisco; se era tanto, se era troppo, quanto avrebbero dovuto guadagnare, quanto avevano guadagnato altri. Guardavo molto annoiato. Non era la prima volta. E mi sono chiesto: ma la politica, ora, è questo? Cioè, più precisamente: ma cosa mi interessa sapere di un politico, quanto guadagna, oppure cosa fa di concreto in Parlamento o come sindaco di una città? Ero convinto — sono ancora convinto — che la politica riguardi di più, molto di più, la seconda questione.
Però, accanto alla politica concreta, come effetto collaterale non trascurabile, c’è la questione morale: come ci si comporta, quanto si guadagna, se si ha un conflitto d’interessi. In ogni carriera politica, questo aspetto è importante, bisogna porvi attenzione:ma soltanto in seconda battuta, quando si è apprezzata la concretezza del fare politica. Il moralismo potrebbe essere una formula matematica: la questione morale meno la politica reale. Se la questione morale prende il sopravvento su tutto, ecco che si diventa moralisti.
Perché si è arrivati a questo punto? Senz’altro, la prima risposta istintiva e anche sensata, è quella che diamo tutti: perché la politica in questi anni, i partiti e il sistema, è stata deludente, insufficiente e spesso corrotta.
Il dilemma a questo punto è: bisogna buttare via tutto quello che c’è?
La politica dovrebbe avere più omeno questa funzione in una società: ascoltare la gente, e riformulare in proposte, e poi in leggi, i desideri e le istanze. Perfino le insofferenze e gli sfoghi. Il rapporto degli italiani con la politica è da sempre profondamente emotivo, irrazionale. Si esprime rabbia, estremismo, si ha voglia che tutti vadano a zappare la terra. Se si chiede a un passante che cosa vorrebbe succedesse ai politici, spesso risponde: che vadano tutti in galera. O, se è particolarmente buono: che vadano tutti a casa.
Queste frasi raccontano la temperatura di un Paese. Poi ci sono altre richieste più o meno folli, poi altre più o meno sensate. Ma sempre un discorso politico fatto per strada ha un’emotività fortissima, una irrazionalità più o meno comprensibile. Che cosa fa allora di solito la politica, buona o cattiva che sia? Cerca di interpretare gli umori, soprattutto quelli emotivi e irrazionali, e incanalarli in una ragionevolezza, in una strategia. Da qui (certo, per semplificare) nascono i programmi politici, i progetti economici e culturali, la lotta all’evasione fiscale o l’organizzazione della società. La politica è — dovrebbe essere — la parte pacata e riflessiva del Paese, che però tende l’orecchio ai tumulti emotivi della sua gente. La democrazia consiste nell’incanalamento razionale dell’irrazionalità.
Non sta accadendo questo. Da molto tempo, ma in questi ultimi mesi in modo ancora più netto, visibile.
Se la democrazia è un canale razionale per le richieste anche irrazionali, il populismo consiste nel rinvigorire con intenzione quell’emotività, attraverso altra emotività. La democrazia consiste, per chi è addetto al fuoco, nel tenerlo a bada: cioè, tenere il fuoco sempre acceso ma basso, in modo che serva, ma non faccia danni; il populismo consiste nel soffiare di continuo su quel fuoco. Come si soffia sul fuoco? Si accusa il mondo politico di avere in dispregio la Costituzione e la democrazia, e poi si sostiene con disinvoltura che un presidente della Repubblica debba firmare o non firmare le leggi proposte a seconda di motivazioni politiche (e non può farlo); si dice con altrettanta disinvoltura che un presidente del Consiglio non è legittimato a governare se non si è sottoposto a una prova elettorale (ed è assolutamente legittimato). Queste affermazioni alimentano l’indignazione e la rabbia, perché lavorano sul desiderio di migliorare il mondo, programma vastissimo della gente perbene. Ma non usano il linguaggio della politica.
La politica è razionalità. L’irrazionalità allora si può definire, a ragione, antipolitica. Se uno come Beppe Grillo porta la gente in piazza per gridare vaffanculo a tutti, se urla che destra e sinistra sono uguali e che tutti devono andare a casa e il presidente della Repubblica con loro, non si può dire che lavori sulla razionalità, ma decisamente sulla emotività. E trova terreno fertile. È come se la nazionale di calcio avesse come commissario tecnico uno più facinoroso di quelli che discutono al bar. Il risultato sarebbe che finalmente vedremmo quella squadra che si vagheggia nelle discussioni tra avventori, con quattro punte e tre fantasisti. E forse ci divertiremmo anche un po’. Ma dubito che funzionerebbe.
E allora, l’antipolitica è da considerare la rivoluzione che sta arrivando? In poche parole, l’atmosfera dentro la quale siamo porterà a qualcosa di buono? Grillo e il Movimento 5 stelle sono una novità assoluta?
È una questione importante e seria, la presenza di un nuovo movimento e i consensi che ha e che avrà. Ma arriva da più lontano. Grillo e il suo metodo emotivo non sono una novità. In più, l’antipolitica ha una funzione distruttiva e non costruttiva, e infatti appena ha a che fare con la questione della governabilità, il concetto di pulizia assoluta diventa molto problematico da mettere in atto.
Quando è cominciato tutto questo? Lasciamo perdere «l’Uomo Qualunque», restiamo agli ultimi anni. C’è una linea politica emotivamolto forte che ha attraversato il Paese, dagli ultimi anni della prima Repubblica (che ha contribuito a distruggere, appunto, ma non è stata capace di ricostruire). Comincia con la comparsa di Umberto Bossi e della sua Lega. Il suo linguaggio estremo e sprezzante, antipolitico, appunto; che è riuscito addirittura a mantenere con perseveranza nella sua funzione di ministro. Prosegue con Silvio Berlusconi e lo sprezzo del Parlamento; ma è soprattutto la prima campagna elettorale, quella vincente del 1994, che lo propone come antipolitico per eccellenza: l’opposizione a quello che c’era, l’idea che basti non essere dei politici professionisti per portare cose buone. Infine, attraversa una sinistra minoritaria e urlante come quella di Antonio Di Pietro, che è un grande demolitore e un grande moralizzatore, attraversa anche i rottamatori all’interno del Partito democratico (rottamare vuol dire buttare il vecchio per accogliere il nuovo, ma in qualche modo la parola e le intenzioni sono tutte concentrate sulla voglia e la soddisfazione di buttare il vecchio, e basta) e arriva dritto dritto a Grillo, interprete definitivo e assoluto.
Però: può la politica diventare un oggetto soltanto emotivo e irrazionale? Se pensiamo al passato, vengono in mente Moro, Berlinguer, Craxi, La Malfa, Andreatta, Andreotti — cito in ordine sparso e non esaustivo, buoni e cattivi. Erano tutti lavoratori razionali che cercavano di interpretare gli umori — lo facevano bene o male, in favore del Paese o a proprio favore, ma non si poteva concepire la politica in altro modo.
L’avvento di Grillo sancisce definitivamente che la politica è diventata una formula emotiva esponenziale. Se la gente è insoddisfatta, può esprimere la sua irrazionalità ed emotività attraverso un movimento che accoglie e autorizza lo sfogo, lo rende attivo. Tutti quelli che sono arrabbiati hanno molte ragioni, ma gli arrabbiati devono avere rappresentanti politici meno arrabbiati che rappresentino le loro istanze. Adesso invece hanno rappresentanti politici più arrabbiati di loro. È questo il paradosso che alla fine ha cambiato e sta cambiando il linguaggio, la forma e il contenuto della politica.
Ad esempio, Grillo propone il metodo dei referendum a raffica: è un altro fraintendimento della democrazia; si dovrebbe ricorrere ai referendum soltanto per questioni epocali (il sistema proporzionale o maggioritario?), soprattutto etiche (l’aborto, il divorzio). Per il resto esiste il Parlamento (e con ciò si intende un Parlamento i cui rappresentanti siano votati direttamente dagli elettori; altro concetto elementare e fondante di una democrazia, che è stato tralasciato con disinvoltura). Ma in Italia ormai — e non solo per colpa dell’emotività della gente, sia chiaro — il Parlamento sembra essere il luogo della colpa assoluta, e due sono le cose che ci interessano: quanto guadagnano, e quando andranno tutti a casa (o, alcuni, in galera).
Tra la politica razionale e la politica emotiva (l’antipolitica), la seconda vince sempre. In Italia vince ancora più facilmente, considerato che la politica razionale è scarsa e senza grandi progetti. Eppure non c’è altromodo, per un Paese, che governare con raziocinio. E infatti mentre altri urlano in piazza, alcuni «tecnici» tentano (a volte bene, a volte male) di tenere a bada la crisi e tenere in vita lo Stato.
Cosa può fare la politica contro l’antipolitica? C’è una Costituzione, un sistema democratico che si definisce rappresentativo, e delle leggi. Da tutto ciò si può derogare? Cioè: il fatto che i rappresentanti politici non facciano funzionare bene, non sfruttino a dovere questo sistema, rende davvero distruggibile con disinvoltura il sistema? È questo il bivio davanti al quale si trova il Paese: lavorare per rinnovare e migliorare la vita politica all’interno della forma data, oppure seguire le demolizioni dell’antipolitica.
Bisogna considerare che rimane in Italia una larga fascia di elettori (ancora la maggioranza?) che alla politica razionale crede ancora. Crede ancora nel presidente della Repubblica, nella governabilità, nella democrazia rappresentativa e quindi crede ancora nella composizione diversificata del Parlamento. Sono anch’essi insoddisfatti, o delusi dell’andamento della politica di questi anni, ma non hanno smesso di credere in un miglioramento di fatto della vita politica italiana, e di conseguenza del Paese.
I partiti che aspirano a governare (di sinistra, di centro o di destra — saranno gli elettori a scegliere) non possono e non devono giocare la partita dell’emotività: non è nel loro dna, anzi in qualche modo costituirebbe un paradosso, la politica che si traveste da antipolitica. Un paradosso per nulla convincente e quindi perdente, oltretutto.
Quindi, devono scegliere l’unica strada alternativa possibile, quella del riformismo. Devono scegliere un punto preciso di posizionamento per essere messi a fuoco dall’elettorato italiano. Si posizionino in quel punto dimezzo tra il loro stesso fallimento e l’antipolitica. Chi ne ha il coraggio prenda su di sé la battaglia del grande cambiamento della forma e dei volti della politica italiana, a cominciare dalle proprie file e dai propri programmi. Ma allo stesso tempo — è questo il punto — sfidi Grillo con coraggio: prenda le distanze dal suo estremismo dialettico, dal suo qualunquismo politico. Lo sfidi con eleganza, ma con determinazione: si presenti al Paese come la forza razionale e costruttiva in opposizione all’onda emotiva che in questo momento Grillo rappresenta. Abbia il coraggio, un partito politico che voglia rappresentare gli italiani, di esprimere dissenso verso chi vuole destituire le fondamenta su cui questo Paese è stato costruito — fondamenta malate e piene di umido —, ma che vanno rivitalizzate e non abbattute. Combatta la battaglia della riforma elettorale, politica, istituzionale.
Sia chiaro: gli elettori potrebbero aver voglia di seguire (eseguire) la pulizia totale che chiede il Movimento 5 stelle. Oppure, chissà, potrebbero esprimere insofferenza giustificata per i modelli politici a cui hanno assistito in questi anni, ma poi fidarsi di uno spirito riformistico, se lo giudicanomoderato ma preciso, attivo, realmente propositivo; e con rappresentanti di chiaro valore. I partiti accolgano senza timore la sfida più affascinante dei prossimi mesi: la politica contro l’antipolitica — ognuno dalla sua parte (ovviamente). E chissà che il risultato non sia affatto scontato. Chissà che in questo Paese si possa tornare a fare politica — si possa continuare a fare politica — nel modo e con i mezzi che i grandi fondatori della Repubblica avevano, con intenzioni buone e concrete, immaginato per noi.

domenica 17 giugno 2012

Farinetti: "Solo la bellezza ci aiuterà a salvare l'Italia"


Ci salverà la bellezza, dice Oscar Farinetti e guarda davanti a sé, ma poiché a tavola siamo soltanto in due immagino si riferisca alla bellezza interiore. Giovedì apre Eataly a Roma, il diciannovesimo della serie, e il suo artefice è in vena di citazioni: «Rileggendo per la ventisettesima volta l’Idiota di Dostoevskij...»

Esagerato.«Io i libri li dimentico, così li rileggo di continuo. Ho ritrovato il passaggio in cui fa dire al Principe: “La bellezza salverà il mondo”. Io dico: la bellezza salverà l’Italia».
L’ottimismo è il sale della vita.«Tonino Guerra. Prima di convincerlo a fare pubblicità alle lavatrici di Unieuro mi mandò a stendere sei volte. “Ho detto di no a Fellini e Antonioni, pensa se dico di sì a te”. La settima tiro fuori il libretto degli assegni e scrivo “cento milioni”».
Di lire.«Sempre tanti lo stesso. Gli do l’assegno e lui comincia a dondolare. Poi lo piega e se lo infila nel taschino: aveva una camicia da montanaro, a quadri rossi e neri. “Mi concedo a te come una prostituta al suo cliente... Tuttavia mi piace la voglia che hai di infondere un po’ di poesia a questi prodotti di m... che vendi. Mettiamoci al lavoro».
E fu lo spot in cui decantava l’ottimismo all’amico Gianni.«Gianni esisteva davvero. Solo che era sordo».
E allora perché Tonino Guerra gli parlava al telefono?«È quel che mi chiedevo io. Ma Tonino: “È poesia, tu non puoi capire”».
Lei, Farinetti, capiva di conti. Per questo ha venduto Unieuro?«Ho capito che sarebbe arrivato il giorno in cui invece di vendere dieci oggetti elettronici per un totale di 10 milioni di lire, ne avrei venduto uno solo da 399 euro che li avrebbe compresi tutti, per di più col prezzo deciso da Apple e non da me. Aggiunga che ogni dieci anni io cambio mestiere».
E così Eataly.«Nel dopoguerra il 60% della spesa familiare andava in cibo. Ma oggi, su 750 miliardi di consumi, ne spendiamo appena 180 per mangiare: 120 in casa e 60 nei ristoranti. Il 25% dell’insieme. Spendiamo più per telefonare alla moglie e dirgli “cara butta la pasta” che per la pasta. Io avevo davanti a me un 75% da conquistare. Dovevo convincere le persone a spostare i loro soldi da vestiti e orologi al cibo».
Stiamo più attenti a quel che mettiamo sul corpo che a quel che ci mettiamo dentro?«La conoscenza del cibo è bassissima. Meno del 35% degli italiani sa la differenza fra grano tenero e grano duro, ma più del 60 sa cos’è l’Abs. Perché quelli che vendono auto spiegano cos’è l’Abs, mentre chi vende cibo non spiega nulla. Quando vedi una mela sul bancone, vicino ci trovi solo il prezzo. Ma esistono duecento tipi di mele. Eataly è nata per mettersi a parlare di mele. Così riesce a far sentire “figo” chi le mangia».
Eataly è roba da ricchi, dicono. La Ferrari dei supermercati.«Semmai la Smart, la 500. Un'utilitaria di lusso. Ho preso la fascia degli appassionati, che da me trovano a prezzi più bassi i cibi di nicchia che prima trovavano solo negli alimentari del centro. E poi mi sono portato a casa una marea di gente comune che ha capito che la differenza fra un piatto di pasta economica e una di qualità è di 10 centesimi appena».
Molti l’hanno copiata.«Hanno fatto bene. Copiare è intelligente, imitare è stupido. Un asino con le orecchie di un cavallo resta un asino e la cavalla non gliela dà. Ma può copiare l’eleganza del cavallo. Io sono un asino che copia. Per me il cavallo è il bazar di Istanbul. La prima volta ne sono uscito solo dopo tre giorni. Eataly è un misto fra il bazar di Istanbul e il salone del gusto di Carlin Petrini. Del bazar ha i profumi, l’armonia di un luogo dove puoi comprare, mangiare e parlare di cibo con dei competenti».
A New York i clienti vanno solo per mangiare.«Mica vero. Gli 80 milioni di fatturato sono divisi a metà: 40 di ristoranti e quaranta di supermercato».
Cibi italiani a Manhattan. Alla faccia del chilometro zero.«Io sono contro il chilometro zero, contro il federalismo e contro la meritocrazia».
Me li ripete uno alla volta?«Contro il chilometro zero: è giusto che un americano possa avere il parmigiano reggiano, il pesto ligure, il barolo piemontese. Sono contento di vendere grandi cose italiane e di comprare grandi cose straniere: le mie borse di cotone si fanno in Cina. Riduciamo i packaging inquinanti, ma senza la libera circolazione delle merci il mondo si ferma».
Contro il federalismo.«Fa rima con egoismo. Le esperienze di federalismo, penso al turismo, hanno prodotto disastri. Io sono per l’unità e le biodiversità. Nell’Eataly di Roma abbiamo fatto una installazione di arte contemporanea. Su un grande muro che introduce al ristorante Italia, 20 piatti di 20 regioni, abbiamo incastrato 20 pietre, una per ogni regione. E al centro abbiamo messo la bandiera italiana».
Contro la meritocrazia.«I più bravi e meritevoli li hanno assunti a Wall Street e guardi cos’hanno combinato... Tutti a riempirsi la bocca di meritocrazia, ma il 95% degli imprenditori lo è per puro culo. Perché lo era il loro padre».
Anche lei.«Certo. Se non avessi avuto mio padre avrei fatto l’operaio. Bisogna tenere in piedi lo Stato sociale, abolire le lobby, gli egoismi organizzati. Senza altruismo si muore».
Comunista.«Anche ventimila sindacalisti forse sono un po’ troppi. Per non parlare del nemico, la burocrazia. Va aggredita con una doppia task force. Una strategica, che semplifichi le norme e una tattica, di avvocati, che aiuti le vittime».
Uno dei suoi slogan è: onesto ma furbo.«Ogni Eataly è dedicato a un valore metafisico. Torino l’armonia, Genova il coraggio, New York il dubbio (il cartello all'ingresso recita: “il cliente NON ha sempre ragione e neanche noi”), Roma la bellezza. L’ho riempita di cartelli di Flaiano: “A Roma ogni mattina s’alza un fregno”».
Romantico.«Eataly di Roma è una Disneyworld della bellezza italiana. Metà del cibo venduto sarà prodotto lì, a vista. Ci saranno persino le “sfogline” che tirano la pasta a mano, solo che sono tutti maschi, qualcuno anche laureato. Vorrei arrivare a pagarli meglio dei direttori marketing. E poi ci sarà l’arte, con quattro opere autentiche di Modigliani, il sonoro saranno concerti di musica italiana, da Vivaldi a De Andrè. E la satira: cento vignette su politica e cibo, a partire dai comunisti che mangiano i bambini».
Si sta eccitando.«Chi entra lì dentro deve andare fuori di melone. Punto all’orgasmo. Se noi non godessimo nel fare l’amore e nel mangiare ci saremmo già estinti. Ma se fai l’amore addirittura con chi ami, allora l’orgasmo diventa subliminale. Se io li faccio innamorare di Eataly, avrò clienti fedeli per l'eternità».
Che problema c'è?«La metropolitana. Eataly dell’Ostiense è una meraviglia grazie agli 80 milioni che ho investito e all'architetto Carlo Piglione che l’ha costruita».
Non è un perito elettronico?«Talmente bravo che lo chiamiamo architetto. Un genio».
Ce l’aveva con la metropolitana.«I politici romani mi hanno sorpreso positivamente. Io, figlio di un comandante partigiano (“ricordati che un fasista è sempre un fasista” mi diceva), mi sono trovato bene con Alemanno e la Polverini. Non hanno fatto i burocrati. Le uniche difficoltà le ho avute da qualche tecnico che per pararsi il culo cercava di non farmi aprire. Gli ho spiegato che non tutte le scimmie sono diventate uomini».
Prego?«Per lo scatto evolutivo serve la coscienza. Serve capire che non puoi bloccare con un cavillo chi ti sta riqualificando un quartiere e dando lavoro a centinaia di persone. Ho assunto 557 giovani, tutti romani. Contratti a tre mesi poi si vede: dipende da come andranno gli affari. A New York siamo partiti in 350, ora siamo 810».
La metropolitana.«Il mio unico imbarazzo è quando penso che per arrivare nella nostra Disneyworld molti clienti prenderanno la metropolitana. Ha mai visto le fermate intorno all'Ostiense? Scale mobili rotte, mura imbrattate».
La bellezza salverà l'Italia.«Il nostro Paese fa 30 miliardi di esportazione agroalimentare. Sembra tanto, invece è una miseria. Anziché fare i poliziotti per stanare le imitazioni, andiamo in giro per il mondo a far innamorare i clienti dei nostri prodotti! Lo sa che a Roma ci sono 10 milioni e mezzo di turisti?».
Tanti.«Pochissimi. Parigi ne fa 26, Londra 33, Manhattan 47 e mezzo, senza Michelangelo. Con dei manager in gamba potremmo triplicare».
Ma la bellezza ci salverà o no?«Solo quella esportabile. Mi spiego. Il modello della società dei consumi funzionava così: i posti di lavoro garantivano un salario che veniva usato per comprare beni che a loro volta producevano posti di lavoro. Lo schema è saltato perché noi imprenditori, per salvarci dalle troppe tasse, negli ultimi vent’anni ci siamo ingegnati a ridurre i posti. In futuro ce ne saranno ancora meno, anche se riprendessimo a produrre molto».
Quindi la crescita non serve più a dare lavoro?«Noi ci salviamo solo se quadruplichiamo le esportazioni. L’ho detto l’altro giorno ai giovani imprenditori riuniti a Santa Margherita: non pensate all’Italia, pensate al mondo! Altrimenti il prossimo convegno lo fate a Lourdes... L’Italia è in declino da diciassette secoli, però ha avuto tre inversioni di tendenza: Rinascimento, Risorgimento, Miracolo Economico».
E lei sogna di ingranare la quarta?«Noi italiani siamo l’uno per cento del pianeta. Una pulce. Ma per una serie di circostanze siamo considerati i più “fighi”. Gli stranieri ci disistimano come senso civico, ma adorano la nostra qualità della vita. Quindi bisogna esportare bellezza: agroalimentare, moda e design, industria manifatturiera di precisione, arte e cultura».
Facile a dirsi.«Dobbiamo ritrovare la semplicità. Invece abbiamo creato i marchi Dop Igp, Igt, Doc, Docg. Ma un giapponese cosa ne capisce?».
Chi l’ha creati, scusi?«Il nemico. La burocrazia. Politici incompetenti creano burocrati onnipotenti. La burocrazia sta alla politica come il mistero alla religione».
Come la si cambia?«Cambiando classe dirigente. Nessuno può aggiustare ciò che ha rotto. Noi cambiamo l’allenatore di una squadra di calcio tre volte l’anno, ma i politici sono sempre gli stessi».
Mi è diventato grillino?«Ho altro per la testa. Nel 2014 compio 60 anni e ogni 10 anni...».
... cambia mestiere.«Applico lo statuto del Pd, ma senza deroghe. Ho tre figli che lavorano in Eataly, tutti più bravi di me. Ormai sono loro a dirigere la baracca, io faccio poesia».
E quindi nel 2014...«Mi invento un lavoro nuovo. Prima opzione: una catena di negozi che vendono domande. Li chiamerei: “Perché?” L’idea mi è venuta da una canzone di Gino Paoli».
Passiamo alla seconda.«Quella che mi arrapa di più. Un’azienda di consulenza gratuita salva-imprese. Tu stai con l’acqua alla gola e io e i miei esperti veniamo, studiamo la situazione e ti riportiamo a galla. Una forma di missionariato moderno. Mi vergogno a essere più ricco di don Ciotti».
Ci sarebbe la terza opzione, la politica. Cota non scade proprio nel 2014 da governatore del Piemonte?Farinetti sorride e si china a raccogliere un’etichetta scivolata da qualche scaffale di vini. Mi ricorda un giovanotto che, mentre passeggiavamo in piazza della Signoria, si era piegato a raccattare una cartaccia vagabonda e l’aveva infilata nel cestino. Un certo Matteo Renzi, suo ottimo amico.


Massimo Gramellini