domenica 7 aprile 2013

Confrontarsi per decidere il cambiamento

Ci sono momenti nella vita in cui si è obbligati a riflettere sulle decisioni da prendere se si vuole cambiare la propria strada. Ci sono persone che affrontano queste situazioni solo una volta nella propria esistenza o anche mai, lasciandosi trasportare dagli eventi e subendo sostanzialmente gli effetti. Molte altre comprendono in certe fasi della propria vita che è il momento di fare delle scelte. Per migliorare oppure modificare lo stato delle cose.

Il cambiamento è necessario se vuoi mantenerti costantemente sulla curva ascendente della crescita.
Esiste sempre una opportunità, un'occasione, un imprevisto che ti permette di fare una scelta diversa e cambiare. Non farla è di per se anch'essa una scelta. Di cui però non ci si dovrebbe lamentare in seguito.

É importante riflettere e meditare con se stessi sul cambiamento, ma lo è anche confrontarsi e parlarne con le persone di cui ci si fida e si pensa possano portare un valore aggiunto o una visione differente al proprio ragionamento.
Parlarne aiuta molto a fare chiarezza nella mente. Si è obbligati a esplicitare in modo chiaro e coerente vantaggi e svantaggi. Parlandone ad altri si riesce a capire se si è compreso bene la situazione e il lavoro di analisi è stato coerente e completo.

Spesso invece che le persone si chiudono in se stessi e "rifiutano" questa modalità pensando che essendo una loro scelta nessuno si può mettere negli stessi panni. Un errore di valutazione.
Parlando ripeto con persone di cui si ha considerazione, può invece essere molto utile per aiutare a prendere la decisione finale.
È un lavoro di affinamento che aiuta a "sgrezzare la pietra" del proprio pensiero e levigarla per arrivare alla decisione. Il troppo pensare in solitudine porta con se il rischio di non uscire dalla propria griglia mentale.
Dopo il confronto sta a noi filtrare le informazioni e fare le scelte.

lunedì 25 marzo 2013

C'era una volta la via Emilia, inseguendo il mito perduto

La strada millenaria che spacca Rimini come una mela e taglia dritta dall'arco di Augusto fino a Piacenza, è ignorata
di PAOLO RUMIZ - Repubblica
Guccini e Rumiz sulla via Emilia

"Scusi dov'è l'antica via Emilia?". Rimini. All'ufficio informazioni davanti alla stazione mi mostrano senza esitare il periplo delle mura. La strada millenaria che spacca la città come una mela e taglia dritta dall'arco di Augusto fino a Piacenza, è ignorata. Diavolo, non c'è niente di così rettilineo in tutto il Nord, la vedi persino dal satellite, ma è come se fosse sparita. Piove, il mare è immobile, il divertimentificio in letargo; in un chilometro conto 17 banche, nove negozi chiusi, centinaia di immigrati e infinite badanti.

Sono i 2200 anni della grande via romana - nel 187 a. C. il console Emilio Lepido la completava per tenere a bada i Galli della pianura - ma la regione ignora il mito fondativo della sua strada maggiore. Salvo un incontro voluto a giugno dalla soprintendenza e dall'editore Mulino in quel di Rimini, in vista c'è poco o nulla. Così vengo a dare un'occhiata, per dire cosa è diventata la più nobile delle antiche vie d'Italia. E capire perché gli emiliani la dimenticano.

Le sorprese cominciano subito. Chiedo un bus per Cesena, ma non si può, si arriva solo a Savignano, a trenta chilometri. Non c'è un Greyhound come sulla Route 66 transamericana. Per fare la strada più dritta d'Italia devo cucire coincidenze impossibili. Ho rimediato una strisciata di orari da mal di testa; me l'ha data un mago delle vie traverse di nome Paolo Merlini. Fino a Piacenza fanno quindici cambi, fra treno e bus. Dovrò armarmi di pazienza.

Linea 90, autoradio con spot martellanti, tre badanti rumene, due senegalesi che gridano al cellulare. Infiniti svincoli, rotonde fatte apposta per perdersi. Poi confluisco sulla via, e subito qualcosa si rimette a posto in me, come in un arabo che trova la Mecca. Rotta a Nordovest, ferrovia a destra, Appennino a sinistra. C'è anche una casa cantoniera, rosso pompeiano d'ordinanza. Spiragli di bella Italia.

A Santa Giustina con la via Emilia ce l'hanno a morte. È pavesata di lenzuolate ai balconi con scritto "Basta chiacchiere, circonvallazione subito", "Traffico+smog, grazie sindaco". La via è diventata Statale 9 fino a Milano, ma non taglia più i paesi: ci gira attorno. E laddove li taglia, diventa un inferno di Tir. Fabbriche, centri commercia-li, wellness, un manifesto che invita a una cena con strip maschile. Nessuna strada antica d'Europa somiglia meno di questa a ciò che è stata.

A Savignano merenda alla piadineria del ponte, con vista sulle campate romane e il Rubicone. Mi dicono che il paese pullula di cinesi negli scantinati. Il resto è anziani, e il solito gineceo romagnolo: impiegate, postine in bici, vigilesse a caccia di divieti. "Scusate, dov'è l'antica via Emilia?" chiedo alle ultime, e loro indicano perentorie la circonvallazione. Come a Rimini.

Linea 95 per Cesena, vetri sporchi da non veder fuori. Ipermercati, rotonda dedicata all'imperatore del liscio Secondo Casadei. Nella turrita Cesena patria di due papi mi raccatta Angela Arcozzi, una mora che odia le autostrade e mi porta in auto a Forlì. Piove forte, immense rotonde attorno a Forum Popili, l'attuale Forlimpopoli, patria di cuochi e briganti, Pellegrino Artusi e il Passator Cortese svaligiatore di teatri.

Forlì, fascistissimo vialone d'accesso con mega-statua della vittoria. Ora la tabella oraria mi consiglia un pezzo in treno, in fondo anche la ferrovia segue la via come un'ombra, mai più distante di duecento metri. Arriva un regionale per Imola, surriscaldato e chiacchierone, in ritardo di quaranta minuti. Edgardo, pensionato stazza Obelix, brontola che la Romagna ti infligge un rompiballe al secolo. Ieri Mussolini, oggi il riminese Moretti, rottamatore di Fs. "Scusi dov'è l'antica via Emilia? ", richiedo nella pulitissima Imola. Un tipo con valigia ventiquattr'ore mi indica la parallela. A confonderlo forse c'è il viale della stazione, che si chiama via Appia. L'incrocio col vero Decumano è una meraviglia in pietra e mattoni, ma tutto è sigillato in una teca pedonale con negozi alla moda.

Il bus Tpr 101 per Bolognafa cinquanta fermate in 33 chilometri, roba da crisi di nervi. Al capolinea un bambino grasso, una donna con un sacchetto di pesci rossi, la solita badante e un africano ben vestito; poi si parte verso la capitale dei Boi in un balletto di saliscendi alle portiere. Donne, di tutte le età. La via è massacrata dalla sua stessa geniale funzionalità trasportistica. Imola centro commerciale, Toscanella, Dozza, Osteria Grande: nessuna fermata che ricordi le legioni. Mucchi di neve sporca, frutteti spogli e l'eterna domanda: chissà dove finisce la Romagna e comincia l'Emilia? Mah.

Alle porte di Bologna già annotta. Rotaie, negozi, argini, fabbriche, canali, fari nelle pozzanghere. A bordo si discute di Grillo e del Mago Gargamella (Bersani) mentre la radio gracchia di Balotelli se gioca o non gioca e due ragazze in hijab digitano freneticamente sul telefonino. Nemmeno l'Emilia, terra di vie dritte, sa più dove andare. Al capolinea, fuggi-fuggi nella pioggia, poi camminata solitaria lungo il cardo di via Galliera solo per chiacchierare con la russa al bancone di "Kalinka", posto di vodke e caviali.

Afferro brandelli di mito solo con Gianni Brizzi, il prof di storia romana più annibalico che ci sia. Tra verdure padellate e un lambrusco, ecco venir fuori che fu il grande spavento punico a convincere Roma ad attrezzare quella strada per tenere buoni i Galli con una fascia- cuscinetto che non fosse solo militare. Una via capace di essere anche spazio di colonizzazione, mercato, e al tempo stesso un confine, l'antenato di tutti i Limes. La cena finisce con una panna cotta e un anatema: "Questa è la prima frontiera dell'Italia romana. E in Emilia non lo capiscono".
Come è vuota Bologna la notte; sento l'eco dei miei passi tra le Torri e il Nettuno. Tutto, mi dicono, è risucchiato dai centri commerciali. È incredibile: questa è l'unica regione al mondo che prende il nome da una strada, ma a quella strada non dedica una sola iscrizione turistica visibile. Nulla che proclami: qui sono passate le legioni, qui abita la nostra identità. Ma come fai a sapere dove vai, se non sai da dove vieni?

In auto per Modena con l'amico Alex Scillitani. Insegne trasparenti: Gelateria Delirius, Più compri e più risparmi, Affittasi capannoni, Compro oro. Tra Borgo Panigale e Casalecchio densità mai vista di seminude con ombrello, tacchi alti e iPod. Il consumo di suolo è terrificante, non c'è più spazio per la campagna. L'antico è disprezzato, lasciato morire. Ogni tanto un segnale dal mondo di ieri: un grandioso rudere in mattoni, una laterale di nome "Via del cantastorie".

Castelfranco è il primo paese senza tangenziale, la SS9 lo attraversa tra i portici come ai tempi della Millemiglia. Altrove ti deviano spietatamente, come a Modena, dove appena la strada si fa bella ti sparano sulla rotonda Maserati. L'unico modo di fare la via romana integrale sarebbe la bici, che però negli anni del Sol dell'Avvenire è stata bollata come retaggio della miseria, col risultato che oggi sull'Emilia ti arrotano se te la fai sul sellino.

Alla "Bruciata", oltre lo svincolo di Modena Nord, una volta c'era il West; oggi hai le signorine da marciapiede, russe o africane, a prezzi popolari. Puoi fartene una dopo una cena in pizzeria o un giro all'ipermercato. Poco prima, al ponte sul Panaro, c'erano i ruderi della discoteca Mac2, rugginosa base spaziale dimenticata. Poi fari nella pioggia, luminarie, e qualche varco di prateria. Ma la regione Emilia esiste davvero o è solo un'idea?

A Reggio il sindaco, noto per le "panchine parlanti" (fortunatamente guaste) e una mirabile rotonda attorno a una chiesa, ha pensato di ritombare un pezzo della via romana originale, in nome della modernità. In città la vivono come striscio, non come asse di collegamento. E se ti ostini a usarla come tale, ti dicono che la via è sbarrata. I bus non entrano nel granducato di Parma. Si va solo fino alla frontiera, come ai tempi delle dogane pre-unitarie.

La linea 2 verso il granducato è un bus urbano con posti in piedi. Coerente, in una via che è solo città lineare. E via, per rotonde megalitiche, in mezzo a cartelli di Vendesi e Affittasi. A Villa Cella c'è un venerabile cimelio, un cinema aperto, poi ti taglia la strada un funebre sovrappasso pedonale inaugurato con ascensore per disabili, e mai entrato in esercizio. Sembra Sicilia, ma è Emilia. Poi di nuovo campagna, monti innevati in lontananza, pavoni, oche, anatre.

Arrivo a Sant'Ilario in un bus vuoto, in un capolinea vuoto, in un quartiere vuoto. Piove anche nel chiosco d'attesa e non c'è nessuna coincidenza. Dopo le otto del mattino più niente collega il Reggiano al Parmense. Resta solo il treno, ma per arrivare alla stazione sono due chilometri a piedi. C'è solo l'autostop per passare l'Enza, gonfio e marrone, e con il ponte una nuova parata di adescatrici automunite, e una rete di sterrati
per il mestiere.

Da un capo all'altro di Parma, la via di Emilio Lepido svela la sua storia ospedaliera. Lazzaretti, ricoveri per pellegrini, vecchi manicomi, la meraviglia di un ospedale rinascimentale. "Tutti segni - mi dice al bar l'assessore grillino Laura Maria Ferraris - di una rilettura non solo verdiana della città". Ma è dura risalire la china dopo anni di sfascio e ruberie. Col disastro Parmalat è scoppiata la crisi, il commercio va male anche in centro. Chiara Cabassi, bibliotecaria, mi porta sotto il ponte di mezzo, nell'antro che contiene le campate del suo predecessore romano. Oggi il sottopasso è terra di nessuno, ieri era pieno di negozi. E via di nuovo tra capannoni in disuso come balene spiaggiate.

Ponte sul Taro, grandioso, con statue di donna; poi la bellissima Fidenza disertata dai suoi stessi abitanti. La gente va al "Fidenza Village", preferisce l'antico finto all'antico vero. I Tir non danno requie. "Con la crisi, i camionisti risparmiano sulle autostrade. Rovoleto e Pontenure sono annichilite dai passaggi", lamenta Mauro Nicoli, ufficio urbanistico di Fiorenzuola. "Ma la catastrofe vera è che la via non è più sentita come tale. Solo dall'aereo la percepisci come segno del territorio".

Ultimo caffè al bar Mocambo, ex balera sulla ferrovia, poi via in treno fino al paracarro finale: Piacenza, 197° miglio romano, piantata sull'ultimo guado del Po. Per fare tutta la strada dovrei continuare fino al dazio milanese di Porta Romana, ma sono sazio di badanti, Tir, belle-di-giorno, serrande abbassate e centri commerciali. Non ho trovato il mito; non so dove vada la regione-guida d'Italia. Piove troppo, Cristo santo, e ho pure le scarpe fradice.




mercoledì 20 marzo 2013

Francesco entra nella piazza

In quei giorni si trovava a Troade, una città portuale dell'Anatolia che s'affacciava sull'Egeo. A notte fonda una voce era risuonata nella sua mente durante un sogno: era un europeo che supplicava in greco: Diabàs eis Makedonían boétheson hemín, «Vieni in Macedonia e aiutaci!» (Atti 16,9). Protagonista di questa vicenda intima che, però, segnerà la storia dell'Occidente, è l'apostolo Paolo che, spinto da quell'appello, dal l'Asia approderà in Europa. Anni dopo la scena si ripeterà in una forma diversa, all'interno di una camera di sicurezza ove l'Apostolo era relegato: egli era in custodia cautelare nella Fortezza Antonia (ove era di stanza il presidio imperiale romano di Gerusalemme) in seguito al suo coinvolgimento in un tumulto avvenuto nel Sinedrio, la suprema assemblea giudaica. Paolo era stato sottratto a fatica da un tribuno alle contestazioni dei Sinedriti.

Ebbene, nel sonno agitato del recluso ecco apparire un volto luminoso. Era il Signore Gesù che gli diceva: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme su di me, così è necessario che tu mi dia testimonianza anche a Roma» (Atti 23,11). In queste due scene emblematiche si può idealmente rappresentare l'impegno che attende Papa Francesco e l'intera Chiesa: uscire dal grembo protetto, ove pure è necessario sostare, per entrare nelle metropoli; varcare le soglie del tempio, ove è certamente indispensabile vivere la diretta comunione con Dio, ed entrare nella piazza, anzi nella rete sociale, virtuale, economica, culturale che avvolge il nostro globo. I suoi primi atti sono stati limpidi ed essenziali proprio in questa direzione.
L'orizzonte che viene incontro non è, certo, facile da traversare. Forse non è più tenebroso e ostile come accadeva in certe epoche del passato, segnate da guerre mondiali o da negazioni teoriche assolute e radicali di ogni trascendenza. Ora spesso a dominare è una sorta di nebbia ove i contorni si confondono e si neutralizzano. È il fenomeno dell'indifferenza morale e religiosa per cui Dio è ignorato, la fede considerata irrilevante, l'etica è mobile secondo le convenienze e le circostanze e la verità è simile al disegno di una ragnatela che ciascuno produce estraendone il filo da se stessi e non ricevendolo dall'alto.

Eppure è un orizzonte che apre tanti squarci di luce. L'invocazione del macedone risuona anche ai nostri giorni in modo forse implicito ma autentico e riguarda le domande basilari di senso sulle realtà ultime della vita, della morte e dell'oltrevita, della persona e della libertà, del male e della sofferenza, del l'amore e della felicità, della giustizia e dell'ingiustizia, della verità e della menzogna, della pace e della violenza, dell'armonia con la terra. È per questo che molti provano un'attrazione quando sentono risuonare la Parola evangelica che inquieta le coscienze intorpidite, che consola, che libera, che spinge alla speranza e all'impegno fraterno, che fa conoscere la compassione e la tenerezza, che non è indifferente al male giudicandolo eppure punta soprattutto alla salvezza di ogni creatura umana, perché – come ancora ammoniva san Paolo – «Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1 Timoteo 2,4).

La figura di Cristo riesce ancora ad attraversare le vie della modernità. Egli continua a bussare – mediante i suoi apostoli e discepoli – alle porte delle solitudini contemporanee, come suggeriva l'Apocalisse: «Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Sono molti, poi, i crocevia dove il messaggio cristiano può essere intercettato dai passanti a prima vista distratti. C'è innanzitutto proprio l'ambito della secolarizzazione che ha appiattito le culture, ma non ha potuto cancellare la verità del monito di Pascal secondo cui «l'uomo supera infinitamente l'uomo», impedendogli di eliminare la domanda religiosa e quella sul senso dell'esistenza, né tanto meno ha potuto far tacere totalmente una radicale coscienza etica. È qui che si insedia quel «Cortile dei Gentili», pensato da Benedetto XVI, spazio di dialogo e di incontro sui temi "ultimi" tra credenti e non credenti.

C'è, inoltre, il grande respiro delle culture giovanili con le loro nuove grammatiche espressive e operative che possono sconcertare e che non di rado corrono sul crinale del rischio e della degenerazione, ma che custodiscono terreni fecondi di amicizia, di volontariato, di libertà, di creatività, di musica. C'è il mondo della scienza e della tecnica che pone sul tappeto pesanti questioni di bioetica, ma che al tempo stesso trasfigura la comprensione della realtà e trasforma la qualità della vita. Il nostro sguardo, infatti, può fissarsi con stupore sulla trama dell'evoluzione globale, dal fondo cosmico primordiale fino all'elica del Dna, dal bosone di Higgs fino al multiverso, ma può anche scoprire gli straordinari esiti che la ricerca medica offre all'umanità come sostegno alla sua fragilità e finitudine.

Capitale ai nostri giorni è anche l'opera che la Chiesa deve offrire al superamento dello scontro delle civiltà, ma pure di un multiculturalismo statico che lasci lo spazio a un'interculturalità multiforme che si basa sul dialogo e sul confronto. In questa opera, le identità specifiche non devono stingersi o estinguersi in un sincretismo relativistico – come purtroppo sta accadendo a un'Europa "smemorata" e superficiale – ma quelle identità non devono neppure indurirsi in un fondamentalismo aggressivo, esclusivo e repulsivo.

Non si possono nemmeno ignorare i grandi intrecci economici che, purtroppo, spesso generano squilibri sociali, miseria, disoccupazione, persino disperazione, accumuli finanziari capaci solo di alimentare ingiustizie o illusioni. E tuttavia si tratta di uno strumento necessario per lo sviluppo sociale, per l'esercizio di una politica che sia attenta alla vita della gente e alla promozione del bene comune. Similmente è importante per la Chiesa essere sempre accanto alla famiglia, cuore della società, un cuore non di rado dissanguato o ferito, ma anche pronto a battere con la sua carica d'amore, così da tornare a essere ancora una sorta di ecclesia domestica, come accadeva alle origini del cristianesimo.

La Chiesa deve, allora, vivere con intensità l'unità nella pluralità, ancorandosi certo alla coordinata verticale del primato petrino, ma anche a quella della collegialità episcopale, dell'impegno del clero e dei religiosi e del coinvolgimento attivo ed esplicito dell'intera comunità ecclesiale, a partire dalla presenza femminile il cui contributo è spesso decisivo. E, se si vuole allargare il respiro, la comunità cristiana all'interno della sua preghiera, della sua liturgia, dei suoi ambiti di presenza deve coltivare l'amore per la bellezza in un mondo spesso segnato dalle ferite della bruttezza, inquinato e devastato: è la forza dell'arte che, dopo la parentesi del divorzio consumatosi nel secolo scorso, deve riprendere il filo d'oro del suo incontro con la fede, sua sorella nella ricerca dell'Invisibile che si cela nel visibile, anche lungo percorsi inediti, come avviene nelle espressioni estetiche contemporanee.

Ma, come ha testimoniato papa Francesco fin dai suoi inizi, per entrare in questi e in altri incroci è necessario tenere alta la purezza della Parola e della testimonianza, abbattendo nella Chiesa ogni scandalo, ogni arroganza, ogni ipocrisia, sulla scia di quanto attestano le labbra e le mani di Cristo. Infatti, le sue sono parole semplici ma incisive, non passano sopra le teste delle persone in un vago ed etereo spiritualismo, ma partono dai loro piedi che camminano nella storia, impolverandosi nei problemi quotidiani, partecipando a vicende festive e feriali, condividendo riso e lacrime degli uomini e delle donne. Le sue mani, poi, sanano i malati, accarezzano gli emarginati, non temono di sporcarsi con le lebbre di ogni genere. La semplicità del suo linguaggio e della sua azione attinge all'essenzialità della verità e dell'amore e questa semplicità è sinonimo di grandezza. È la grandezza dell'essenzialità che la Chiesa deve saper ritrovare nel suo comunicare, senza temere di inoltrarsi sulle strade informatiche, telematiche e digitali per annunciare il suo messaggio. È quella grandezza semplice che deve pervadere la compassione amorosa, l'operare ecclesiale nella storia, sapendo – col realismo della ragione e l'ottimismo della fede – che l'approdo ultimo non è il baratro del nulla, ma è la risurrezione.

Gianfranco Ravasi - Domenica Il Sole 24ore


domenica 17 marzo 2013

Elogio del compromesso

Il termine compromesso non gode di buona fama. Fa pensare ad accordi sotto banco, alla rinuncia ai propri ideali per miseri tornaconti personali. Al contrario, l’intransigenza viene elevata a valore. Salvo poi scoprire che per alcuni, anzi per molti, fingersi intransigenti è un modo sottile per avere facile successo e realizzare i propri interessi. Ciò vale, in Italia, soprattutto in politica. E non c’è da meravigliarsene. Caduta la cosiddetta «prima Repubblica», per quasi un ventennio la politica ha riprodotto un gioco a somma zero, che esigeva una scelta di campo netta a prescindere dai temi sul tappeto. O con me o contro me. La divisione antropologica o quasi fra berlusconiani e antiberlusconiani ha significato impossibilità di trovare punti di condivisione che avrebbero potuto portare a soluzione questioni che, rimaste inevase, sono poi esplose, portandoci sul ciglio del precipizio.

Anche oggi che, con il governo Monti, siamo in una nuova fase, le forze dell’antipolitica e del populismo, a destra come a sinistra, continuano a far sentire forte la loro voce e rifiutano ogni confronto, proponendo ricette non solo semplicistiche e velleitarie, ma anche pericolose. Lo stesso governo tecnico è nato dalla constatazione che i partiti non erano in grado di raggiungere un dignitoso compromesso sulle cose da fare, assumendosi direttamente le proprie responsabilità.

Guai però a pensare che l’antipolitica sia un fenomeno solo italiano. Purtroppo negli ultimi anni ha conquistato sempre più spazi in Occidente. E persino negli Stati Uniti, con l’emergere di una destra fondamentalista e ultraliberista, il dibattito pubblico si è radicalizzato, assumendo i toni di una «guerra di religione», come raccontano Giovanni Borgognone e Martino Mazzonis nel volume Tea Party, edito da Marsilio nella collana «i libri di Reset». È da questa situazione che prendono le mosse due affermati scienziati della politica americani, Amy Guttmann e Dennis Thompson, nel loro recente The Spirit of Compromise. Il libro, edito da Princeton University Press, è un elogio dell’arte della politica, che per definizione è basata sul compromesso. «La politica — scrivono i due autori — è l’arte del possibile, quindi il compromesso è l’abilità richiesta alla democrazia».

L’obiezione che di solito viene posta a tesi di questo genere è che sui principi nessun compromesso è ammissibile. È chiaro per esempio che una democrazia non può venire a patti con forze illiberali: come diceva Karl Popper, chi vuole servirsi delle regole della «società aperta» per conquistare il potere e poi abolirle va messo fuori gioco. Ma non si può giudicare indegne di partecipare al gioco politico le forze che semplicemente non la pensano come noi. La china che porta dallo Stato di diritto allo «Stato etico» è sempre scivolosa. Più interessante è l’obiezione liberale al compromesso: esso annullerebbe il conflitto nell’illusione di creare una società armoniosa. Ora, è vero che il conflitto è il sale della democrazia, ma esso, per i padri del liberalismo, deve aver corso e vita nella società civile, per poi trovare una composizione nella politica. Non parlavano di conflitto semplicemente, ma sempre di conflitto regolato.

D’altronde, discutere e raggiungere un onesto compromesso significa corrispondere all’idea che nessuno è portatore della verità. E quindi adempiere a un dettato fondamentale del liberalismo. Chiunque, anche il nostro avversario, può aver visto aspetti della verità che ci erano sfuggiti e possono essere integrati nella nostra visione. O anche farcela cambiare. Il ripensamento e l’autocritica, quando sono il frutto di un travaglio interiore, ci fanno maturare e devono essere benvenuti. D’altronde, se viene meno la forza della contraddizione, l’«immane potenza del negativo» di cui parlava Hegel, la società non progredisce, la conoscenza stessa diventa statica e alla fine inservibile.

Qui il discorso dalla politica passa alla filosofia. Non è un caso, ad esempio, che in un volumetto pubblicato da Castelvecchi con il titolo Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Simone Weil contesti la logica della contrapposizione astratta. «Siamo arrivati al punto — scrive — da non pensare quasi più, in nessun ambito, se non prendendo posizione “pro” o “contro” un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino». Persino nella scuola, osserva, quando si presenta un testo agli scolari non si sollecita semplicemente una loro riflessione, ma li si invita a prendere posizione. E conclude: «Quasi dappertutto — e anche, di frequente, per problemi puramente tecnici — l’operazione di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero». È una «lebbra che ci sta uccidendo».

Più in generale può dirsi che l’intero campo del pensiero si divida fra autori che sono consapevoli del carattere chiaroscurale della realtà e altri che invece si ritengono portatori della verità. Questo è il limite di ogni illuminismo, l’inconsapevolezza che una luce troppo accesa impedisce di vedere. Proprio come il buio. Quando Isaiah Berlin passa a studiare, e anche ad apprezzare, i tardo illuministi o protoromantici tedeschi (Hamann, Herder, Jacobi, Humboldt), non abbandona il campo del liberalismo. Si mette piuttosto alla ricerca di una razionalità più concreta e di un liberalismo più compiuto, per fare i conti con la varietà e complessità del mondo umano.

Il tardo illuminismo culminò nel pensiero di Hegel, che ripropose e portò a compimento la lunga storia della logica dialettica. È una logica che non si fonda, come quella formale, sul principio di non contraddizione, ma concepisce ogni concetto in relazione dinamica col suo opposto, in quanto parte di un insieme che entrambi li regge e giustifica. Un’anima pia come Kierkegaard capì subito che era su questo punto che andava sferrato l’attacco contro Hegel. E infatti oppose la sua logica dell’aut aut a quella dell’et et propria del maestro di Stoccarda.

Ora, mi chiedo: è solo un caso che nella nostra epoca di contrapposizioni forzate e di antipolitica diffusa la dialettica sia il grande rimosso della filosofia? E non è da qui che occorre ripartire per riabilitare la nobile arte del compromesso?

Corrado Ocone
- La Lettura Corriere della Sera

mercoledì 6 marzo 2013

Sobrietà

“Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità.
Non è morale il moralismo dell’avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”

J. Ratzinger

domenica 3 marzo 2013

La frenata della globalizzazione

Che la Storia non fosse finita lo abbiamo saputo l’11 settembre 2001. Ora possiamo anche dire che nemmeno la Geografia è finita. Che il mondo non è «piatto» come sosteneva Thomas Friedman del «New York Times». Non solo i confini ci sono ancora: con la Grande Crisi sono diventati più difficili da valicare. La globalizzazione sta tornando indietro. Si è fermata nel 2007 e da allora ha iniziato una marcia a ritroso, non per le proteste dei sindacati, non per le manifestazioni No Global, non per il buon sapore del chilometro zero. Perché il vento che le gonfiava le vele ha cambiato direzione: nella finanza, nei commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella politica e, soprattutto, nelle idee che danno forma al mondo.

Per alcuni è un bene. Più probabilmente è un pericolo. Anche la prima globalizzazione si arrestò, e lo stop fu drammatico, cristallizzato nella Grande guerra e in quasi tre decenni di trincee, di morti e di odi nazionalisti. Non che debba finire così anche questa volta: un pianeta più chiuso, però, non promette bene.

La nostra Belle Époque è durata un quarto di secolo, forse una trentina d’anni. Anni selvaggi. Belli e spietati. Miliardi di persone sono uscite dall’indigenza: le Nazioni Unite dicono che nel 2015 sotto la linea di povertà ci saranno 920 milioni di persone, la metà che nel 1990, nonostante la popolazione del mondo sia passata dai 5,2 miliardi di allora agli oltre sette di oggi. La democrazia e la libertà hanno preso piede: i Paesi dove si vota sono 117 e l’organizzazione Freedom House calcola che nel 2012 le nazioni ad alto tasso di libertà sono state 90, contro le 44 del 1985. I viaggi si sono decuplicati. Internet ha messo in rete la Terra. La finanza e le banche globali hanno portato capitali in ogni angolo, e ciò ha fatto crescere decine di economie. La Cina, fino al 1978 del tutto chiusa, è diventata la fabbrica del mondo. L’India, nel 1990 ancora un’economia di piano in stile socialista, è il Paese emergente più giovane e con il futuro più brillante, se saprà affrontare le sue immense contraddizioni. E via così, in decine di luoghi, con il pianeta delle meraviglie.

Che naturalmente aveva anche una faccia oscura. In Occidente in quel quarto di secolo molte fabbriche hanno chiuso perché spostate dove il lavoro costa meno. Gli sweatshop del Terzo Mondo, popolati da donne e bambini sfruttati, si sono moltiplicati: anche la vergogna è diventata un fenomeno globale. Persino le malattie — ricordate la Sars? — prendevano l’aereo per spostarsi da un continente all’altro. La cultura era solo americana, uguale ovunque, senza sfumature. «Nonostante diverse culture, la gioventù della classe media di tutto il mondo sembra passare la propria vita come se fosse in un universo parallelo, scriveva nel 1999 Naomi Klein nel suo bestseller No Logo. Si svegliano al mattino, indossano i Levi’s e le Nike, afferrano i loro cappellini e i loro zaini e il Sony personal Cd e se ne vanno a scuola». Nonostante Apple abbia dato altro pane di riflessione alla signora Klein e l’i-Phone sia diventato l’oggetto di maggiore concupiscenza di massa del secolo, con la Grande Crisi questo mondo con tante luci e parecchie ombre si è fermato. Prima là dove la catastrofe è scoppiata, poi via via quasi ovunque.

Dopo il crollo della Lehman Brothers nell’autunno del 2008, gli Stati sono intervenuti per salvare e spesso nazionalizzare le banche, hanno imposto nuove regole alla loro espansione, hanno spinto, soprattutto in Europa, per limitare le attività degli istituti di credito dentro i confini domestici. Il risultato è che il modello di banche con una spinta globale è tramontato. Alla fine del 2011, i prestiti non nazionali delle banche sono crollati di 799 miliardi di dollari, 584 dei quali per la ritirata in casa di quelle europee. E la tendenza è continuata nel 2012. Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che entro la fine di quest’anno gli istituti di credito della Ue potrebbero ridurre le loro attività di 2.600 miliardi di dollari (il 7 per cento del totale) e che un quarto di questa cifra potrebbe venire dal taglio dei prestiti fatti fuori dai confini di casa, in aggiunta alla vendita di titoli internazionali.

In parallelo, i due grandi collanti «fisici» della globalizzazione si sono fermati. Il commercio internazionale — che nei decenni passati cresceva a ritmi impressionanti, spesso sopra al 10 per cento l’anno, e trascinava la crescita del mondo — ha rallentato dopo una certa ripresa nel 2010. L’anno scorso l’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) ha rivisto per due volte al ribasso le sue previsioni per il 2012: gli scambi mondiali non dovrebbero essere cresciuti più del 2-2,5 per cento; e il Cpb World Trade Monitor ha calcolato che nel dicembre scorso sono addirittura diminuiti, dello 0,5 per cento rispetto a novembre.

L’altro grande fenomeno dei decenni passati, il decentramento produttivo, non solo si è fermato, ma molte imprese americane e europee stanno riportando a casa le produzioni che avevano esportato nei Paesi emergenti. Un po’ perché si sono accorte che non sempre l’outsourcing è stato redditizio, un po’ perché i salari in Cina sono molto cresciuti e non sono più attraenti come quando l’onda dell’offshoring — dello spedire fabbriche e posti di lavoro nel Terzo Mondo — era il vangelo dei grandi manager, soprattutto americani, ma anche europei. Questo ritiro nazionale ha provocato la rottura della cosiddetta catena globale delle forniture, cioè di quella rete di aziende produttrici di beni intermedi che nei decenni scorsi aveva consentito il decollo di intere economie dei Paesi poveri.

La società di trasporti Dhl, che ogni anno produce un indice della connettività globale, ha calcolato che nel 2012 «il mondo è meno integrato che nel 2007»: i mercati dei capitali si sono frammentati; il commercio dei servizi è stagnante; la «connettività globale è anche più debole di quanto sia comunemente percepito»; «la distanza e i confini contano ancora», con le connessioni online che sono per lo più domestiche. Lo studio della Dhl sostiene che «i guadagni potenziali derivanti dall’incremento della connettività globale possono raggiungere miliardi di dollari»: ciò nonostante, l’opportunità non viene sfruttata.

L’indice di gradimento dei governi per la globalizzazione non è mai stato elevato, dal momento che essa erode il loro potere, rimasto nazionale. Nei tempi più recenti, spinti anche in questo caso dal dover fare qualcosa per affrontare la recessione, hanno accentuato la loro refrattarietà all’apertura e in più di un caso hanno imboccato strade protezioniste, per quanto camuffate. L’ultimo G7, due settimane fa, ha dovuto riunirsi per discutere di possibili guerre valutarie, intese come mezzi per abbassare il valore di una moneta allo scopo di favorire le esportazioni. Mercantilismo valutario, con germi da anni Trenta, insomma. I dibattiti sull’opportunità di reintrodurre vincoli ai movimenti di capitale in situazioni di crisi, d’altra parte, hanno riguadagnato quota anche nel dibattito accademico. Per riassumere le tendenze in corso nella finanza, ma non solo, l’economista britannico Howard Davies sostiene che il 2013 sarà un anno «decisivo per la deglobalization». In questa cornice, persino la democrazia arretra, come raccontano le strade repressive prese dalle rivoluzioni arabe: Freedom House calcola che nel 2012, per il settimo anno consecutivo, il numero di Paesi in cui l’indice della libertà è peggiorato supera il numero di quelli in cui è migliorato.

Non sorprende che, con queste tendenze così accentuate, anche sul piano delle idee l’internazionalismo non sia in forma. Le Nazioni Unite non solo deludono di fronte al massacro della Siria: non ispirano più e, anzi, la superburocrazia del Palazzo di Vetro deprime l’antica e nobile idea di governo mondiale. Dopo la crisi del debito, l’Unione Europea è vista, nel mondo, meno come modello di superamento delle frontiere e sempre più come aggregazione litigiosa e incapace di decidere. Il G7 si è ridotto a un ruolo marginale, ma anche il G20, che l’ha sostituito nel 2009, ha presto perso la sua capacità di dare risposte ai problemi del mondo. Persino la questione più globale che si dovrebbe affrontare, il cambiamento del clima, si trascina da vertice inutile a vertice inutile, segno dell’incapacità del mondo di accordarsi anche di fronte alle sfide più importanti.

La Wto — simbolo della globalizzazione nell’immaginario No Global fin dagli anni Novanta — da oltre dieci anni non riesce a portare a termine il Doha Round, la trattativa per liberalizzare ulteriormente il commercio mondiale che darebbe una spinta rilevante all’economia del mondo, a costo zero. L’idea stessa di multilateralismo — cioè di accordi generali aperti a tutti i Paesi su basi paritarie, pilastro della ripresa post-bellica — è in ritirata: la proposta di Obama, accettata con entusiasmo da molti leader europei, di aprire i negoziati per una zona transatlantica di libero scambio si muove in una logica bilaterale, tra Stati Uniti ed Europa, e rischia di provocare irritazioni e reazioni in altri Paesi, Cina in testa ma non solo.

L’anno scorso, l’analista geopolitico Robert Kaplan ha pubblicato un libro — The Revenge of Geography («La rivincita della geografia»), Random House — nel quale sosteneva la necessità di tornare a studiare i confini naturali, la loro influenza sulle culture e sulle politiche, le risorse del sottosuolo per capire le grandi scelte delle nazioni: mappe più rivelatrici delle dichiarazioni politiche, dei documenti top secret, delle ideologie — a suo parere. Perché — sosteneva citando Paul Bracken di Yale — la dimensione finita della Terra è una forza di instabilità. La globalizzazione, in altri termini, ha un limite nella tendenza espansiva delle nazioni, soprattutto degli imperi vecchi e nuovi: quando si raggiunge il punto in cui non è più possibile andare oltre con un grado di armonia che soddisfi tutti, perché la Terra è in qualche modo finita, si ritorna sui passi compiuti, riprendono i vecchi meccanismi che si possono sfogare solo sulla faccia del nostro pianeta.

Non siamo già arrivati al momento in cui la Terra è finita e non si può andare oltre. Sembra però sempre più difficile, nella Grande Crisi, mantenere quel livello di armonia e di apertura nel quale tutti hanno dei vantaggi, come negli anni d’oro della globalizzazione: l’ombra della somma zero — quel che guadagni tu lo perdo io — comincia a fare paura. Così, la vecchia, polverosa Geografia torna a misurare confini e distanze del nostro piccolo mondo.

Danilo Taino - Club La Lettura del Corriere della Sera


sabato 2 marzo 2013

Le virtù del buon politico

Anticipando il probabile duello finale dei prossimi mesi, Grillo ha attaccato Renzi dandogli della «faccia come il c.» (in comproprietà con Bersani) e del «politico di professione». Per lui e per una parte dei suoi elettori le due definizioni sono sinonimi. Tralascio ogni giudizio sull’uso del turpiloquio, uno dei tanti lasciti di questo ventennio che ancora prima delle tasche ci ha immiserito i cuori, portandoci a considerare normale e persino simpatico che un leader politico si esprima come un energumeno. Ma vorrei sommessamente segnalare che essere professionisti della politica non è una vergogna né una colpa. E’ colpevole, e vergognoso, essere dei professionisti della politica ladri e incapaci.

In questi ultimi decenni ne abbiamo avuti un’infinità e la stampa porta il merito ma anche la responsabilità di averli resi popolari, preferendo esibire i fenomeni acchiappa audience piuttosto che il lavoro serio ma noioso di tanti membri delle commissioni parlamentari.
Dando agli elettori la percezione che tutti i politici fossero uguali a Fiorito o a Scilipoti e che chiunque potesse fare meglio di loro. Non è così. Il «chiunquismo» è una malattia anche peggiore del qualunquismo e porta le società all’autodistruzione. Questa idea che tutti possono fare politica, scrivere articoli di giornale, gestire un’azienda o allenare una squadra di calcio è una battuta da bar che purtroppo è uscita dai bar per invaderci la vita e devastarcela.

A furia di vedere buffoni e mediocri nelle foto di gruppo della classe dirigente, ma soprattutto di vedere ovunque umiliata la meritocrazia a vantaggio della raccomandazione, siamo sprofondati in un’abulia che ci ha indotti ad accettare senza battere ciglio ogni sopruso e ogni abuso antidemocratico (a cominciare dai partiti padronali e da una oscura rockstar del capitalismo come presidente del Consiglio). E ora che ci siamo svegliati, per reazione vorremmo buttare tutto all’aria, convinti che per fare politica bastino un ideale e una fedina penale intonsa. Non è vero. Gli ideali e l’onestà sono la base per distinguere i buoni leader dai cialtroni che ci hanno ridotto in questo stato. Ma la politica è anche un mestiere con regole precise: l’attitudine all’ascolto, la conoscenza della materia trattata e delle procedure legislative, la capacità di giungere a una sintesi che in democrazia è quasi sempre un compromesso tra diversi egoismi, come ben sa chiunque abbia frequentato un’assemblea di condominio. Era così ai tempi di Pericle e delle lavagnette di creta. Lo rimarrà nell’era di Grillo e del web, con buona pace di chi pensa che la democrazia diretta possa abolire il filtro della rappresentanza. I rimpianti Cavour e De Gasperi non erano dilettanti o improvvisatori. Erano politici di professione, come lo è oggi un Obama.

Il fatto che queste ovvietà suonino eretiche testimonia l’abisso di confusione in cui ci dibattiamo. La politica, se fatta bene, è una cosa dannatamente difficile e seria, specie in giorni come quelli che ci attendono, quando si tratterà di rimettere in piedi un Paese economicamente e moralmente allo stremo. Da cittadino di una democrazia malata sarei più sereno se a occuparsi dell’infermo fossero persone selezionate da un meccanismo che garantisse scelte autorevoli. E qui già vedo un ghigno profilarsi sul volto di Grillo: i partiti sono morti, incapaci di formare una classe dirigente. Ma allora bisogna immaginarne di nuovi, diversamente strutturati. Di certo il futuro non può essere affidato a miliardari e magistrati fai-da-te. Può anche darsi che la soluzione siano movimenti di persone perbene agglomerati dal web come i Cinque Stelle, ma dovranno risolvere l’intima contraddizione fra la trasparenza della base e l’oscurità della catena di comando. A cosa serve accendere una webcam in Parlamento se poi l’ufficio della Casaleggio & Associati, in cui si scrivono le regole e si decide la strategia, rimane ostinatamente al buio?

Massimo Gramellini - La Stampa

domenica 17 febbraio 2013

Il valore intrinseco della cultura

Le dottrine umanistiche - con il contributo fondamentale che esse possono dare allo sviluppo di un pernsiero critico - sono fondamentali per la salute della democrazia. Lo sarebbero anche per la crescita economica, perchè non c'è buona economia ingorando fattori come l'immaginazione, l'etica o la responsabilità sociale. Ma è necessario che sappiano riformarsi.

di John Armstrong, da il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2013

Nel suo recente libro "Non per profitto" (il Mulino) l'eminente filosofa americana Martha Nussbaum sostiene che la solidità e la diffusione delle discipline umanistiche è essenziale per la democrazia. Tali discipline - argomenta Nussbaum - insegnano a pensare criticamente, a usare l'immaginazione, a essere compassionevoli e trasformano gli individui in cittadini globali, ossia in persone capaci di una visione d'insieme del mondo. L'autrice ha ragione quando afferma che tali capacità devono essere ben distribuite se si vuole che le democrazie funzionino bene. Sono infatti necessarie notevoli risorse interiori per poter pensare che «classe sociale, fama e prestigio non contano nulla, mentre l'argomentazione è tutto» - secondo la lezione socratica brillantemente riassunta da Nussbaum. Il genere di educazione che l'autrice ha in mente sarà - deve ammettere - costoso in termini di risorse. Esso deve essere empirico, partecipativo; le classi devono essere poco numerose.

Concordo entusiasticamente con tutto ciò. Allo stesso tempo, Nussbaum, sostiene che le discipline umanistiche si trovano sotto costante attacco sia da parte dei governi, i quali considerano l'educazione soprattutto come un mezzo per una crescita economica continua, sia da parte degli studenti (e dei loro genitori che spesso influenzano le scelte dei figli), i quali vogliono aggiudicarsi la loro parte - e forse anche un po' di più - di quella crescita.

Il paradosso è che le discipline umanistiche, per accedere alle risorse che Nussbaum ha in mente, dovrebbero impegnarsi in una grande opera di convincimento e, nello specifico, dovrebbero convincere proprio quelle persone che da subito adottano un atteggiamento di indifferenza.

Ne deriva che il titolo del suo libro è infelice. Che c'è di male nel profitto? Sono proprio le persone che hanno a cuore il profitto quelle che devono essere raggiunte e convinte. Quel titolo è anche fuorviante. Man mano che l'argomentazione procede, infatti, diventa chiaro che la posizione di Nussbaum è in accordo con la mia. Se ciò che vogliamo è un'economia florida, allora dobbiamo far sì che il mondo degli affari assorba il meglio di quanto le discipline umanistiche sono in grado di offrire. Il modello economico secondo il quale il commercio e gli affari si basano essenzialmente su tecnicismo e applicazione delle regole è fallace. Non si può sostenere che è possibile incrementare la crescita economica ignorando fattori come l'immaginazione, l'indipendenza mentale, l'etica o la responsabilità sociale. Ove ben intesa, una buona educazione potrebbe davvero promuovere una buona economia. Perciò, nei termini usati da Nussbaum, essa favorirebbe il profitto e permetterebbe di raggiungere anche molti altri beni, i quali non sono affatto in contrasto con il perseguimento del profitto. Nussbaum in realtà si oppone solo a una versione distorta e insostenibile della ricerca del profitto.

Una simile incongruenza tra le tesi apparenti e i dettagli effettivi delle argomentazioni di Nussbaum può essere individuata nella sua idea dell'insegnamento delle discipline umanistiche. A giudicare dalle sue affermazioni fondamentali si ha spesso l'impressione che pensi che la democrazia riceverà benefici se i modi correnti di praticare le discipline umanistiche verrano semplicemente moltiplicati: insomma, più versioni della stessa cosa. Ma se si scende nel dettaglio ci si accorge che il suo ragionamento punta in un'altra direzione. Si fa chiaro infatti che il tipo di educazione che Nussbaum ha in mente non è quello comunemente praticato in nome delle discipline umanistiche. Perciò, come afferma sommessamente, senza grandi riforme le discipline umanistiche non saranno in grado di svolgere quella funzione fondamentale che secondo lei dovrebbero rivestire.

Uno degli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obbiettivo è costituito dal terrore della banalizzazione. Esso sembra porci di fronte a un'alternativa tragica: o si sposa la serietà e ci si rivolge solo agli addetti ai lavori o si parla a tutto il mondo, ma si dicono solo banalità. Ciò implicherebbe l'impossibilità di rivolgersi con intelligenza a un pubblico diversificato. Secondo questo modo di vedere, l'intelligenza umanistica non sarebbe né efficace né persuasiva al di fuori dell'ambito delle università, dei seminari, delle conferenze e delle riviste specializzate. Questo timore diffuso è della massima importanza. Dato che la forza delle discipline umanistiche dipende dalla loro integrazione nella vita della società e dalla loro capacità di sintonizzarsi con l'esperienza di un vasto numero di persone, la convinzione che questa integrazione sia impossibile costituisce un serio impedimento.

La "banalizzazione" è un fenomeno reale. L'interrogativo non riguarda il suo eventuale verificarsi. Piuttosto, ciò che dovremmo chiederci è se essa sia inevitabile. Qualsiasi tentativo di esportare la serietà del pensiero al di fuori delle mura dell'università è forse destinato al fallimento?

Il valore delle discipline umanistiche dipende in sostanza dal ruolo che esse svolgono nella vita delle persone. Può darsi che si rivelino importanti perché aiutano ad affrontare problemi personali o perché promuovono intuizioni fondamentali nel campo dell'etica e delle emozioni; possono aiutare a costruire una corretta visione del mondo; possono (come pensa Nussbaum) fungere da fondamento della democrazia o (come penso io) promuovere l'economia o, ancora (come pensa lo storico Tom Griffiths), aiutarci ad affrontare problemi ambientali di lungo corso. Ma tutti questi benefici sono accessibili solo ove le discipline umanistiche siano in grado di coinvolgere in profondità un pubblico vasto e diversificato. Se non riesce ad avvicinarsi a questo tipo di pubblico, tutto lo specialismo del mondo non servirà a raggiungere questi obbiettivi. Lo scopo fondamentale della ricerca e dello specialismo dovrebbe essere quello di promuovere l'educazione del grande pubblico. Ma non è così che funziona il sistema.

La questione fondamentale è questa: l'eleganza intellettuale, i ragionamenti sottili, l'attenzione alla logica delle argomentazione e la nobiltà dello spirito sono in grado di sopravvivere nel mondo globale oppure possono essere praticate solo all'interno di ambienti protetti e circoscritti? Se vogliamo che le discipline umanistiche sopravvivano e guadagnino una posizione centrale nel mondo dobbiamo fare i conti con la competizione, dobbiamo diventare eccezionalmente abili - non semplicemente dilettanti - nel coinvolgere le persone, nella comunicazione. Credo che uno dei compiti fondamentali delle discipline umanistiche sia quello di individuare e salvaguardare tutto ciò che possiede un alto valore intrinseco e di promuovere nel pubblico la massima adesione possibile a quel valore. Questo però è un appello a riformare tali discipline. In realtà, infatti, esse fanno ben altro che assolvere quel compito, dato che hanno sistematicamente rifiutato l'idea del valore intrinseco e in questo modo si sono private da sole di uno dei loro punti di appoggio. È fondamentale che le discipline umanistiche fioriscano.

Ma questo richiede una riforma: esse devono farsi più eloquenti, più concentrate sulle altre persone, più esperte nell'affrontare la competizione, più vicine all'economia e più sensibili alle aspirazioni delle persone. Se davvero lo vogliamo, possiamo far sì che questo non sia un tramonto, ma un'alba. Dobbiamo solo scrollarci di dosso il nostro torpore dogmatico.

MicroMega

venerdì 8 febbraio 2013

Come ripartire dalle eccellenze del made in Italy

L'economia italiana sta soffrendo la peggiore crisi degli ultimi ottant'anni. Questo è un fatto. Così come è un fatto altrettanto importante il suo tratto distintivo di essere ancora, e per fortuna, fortemente incentrata sull'industria manifatturiera. Mettendo insieme questi due fatti diventa evidente che occorra una nuova politica economica che rilanci la crescita.

Solo così sarà possibile recuperare rapidamente il terreno perduto e collocare il Paese su un sentiero di sviluppo decisamente più elevato di quello su cui è rimasta per tanti anni già prima della crisi. A questo sarà chiamato il governo che uscirà dalle elezioni del 24-25 febbraio.

Ma come disegnare questa politica? A mio avviso occorre tener conto di come l'economia italiana funziona, cioè delle sue specificità. E per individuare queste specificità viene in soccorso la lettura di alcune recenti analisi.
Tutte queste analisi hanno come comun denominatore l'industria quale leva del rilancio dell'Italia. Semplificando, il succo di essi mi sembra abbastanza chiaro.

Anzitutto, sono elevate le chances che avrebbe una politica industriale che curasse e sviluppasse la parte della nostra struttura produttiva che, pur nelle grandi difficoltà attuali, mostra segni di vitalità. Mi riferisco al mondo dei distretti industriali del made in Italy. L'analisi effettuata da Lino Mastromarino (contenuta in Italia, è tempo di ripartire, Gruppo Il Sole-24 Ore Libri, 2012), in particolare, illumina molto bene - «dall'interno di un'esperienza diretta», mi verrebbe di dire - la logica distrettuale; perciò mi sento di consigliarlo a tutti coloro che affrontano il tema distretto industriale un po' colla puzza al naso.

In particolare, i distretti di successo della meccanica strumentale, che ha un ruolo cruciale nel nostro export e nel contribuire, con un enorme surplus, a pagare le nostre bollette di vario genere. Marco Canesi, con una dettagliata analisi statistica, documenta le performances di quei distretti del Made in Italy. E sottolinea come la meccanica strumentale rappresenti una sorta di anello di congiunzione fra l'alta tecnologia e la produzione artigianale (Le macchine utensili e il Made in Italy, Franco Angeli, 2012). La sua idea è che scalare la vetta della tecnologia avanzata a partire dal successo delle nostre macchine utensili, è più facile che affrontare direttamente il problema con un grande piano di modernizzazione industriale.

I distretti sono, poi, importanti incubatori e da lì sono nate e si sono sviluppate le medie imprese cresciute dal basso, straordinariamente attive ed aggressive, le quali, di norma, restano collegate, rafforzandolo, al distretto industriale di origine, come ben spiega l'appassionata e precisa rassegna curata da Fulvio Coltorti (Mid-sized Manufacturing Companies: The New Driver of Italian Competitiveness, Springer, 2012,). Queste imprese, "scoperte" da Fulvio Coltorti nelle pieghe delle statistiche di Mediobanca, hanno - è inutile dire - una dimensione più congrua delle piccole che le circondano ai rapporti colla finanza e coi mercati esteri.

Infine, ma non ultimo per importanza, e recentissimo c'è Il progetto Confindustria per l'Italia (scaricabile in www.confindustria.it). Il progetto inserisce le problematiche dell'industria nel quadro più vasto e completo del rilancio dell'economia italiana. L'approccio è un po' diverso, più direttamente e dettagliatamente propositivo, ma l'accento cade ancora sullo sviluppo manifatturiero.

Si tratta, insomma, di riprendere un discorso che è sul tavolo da tempo: la formulazione di una politica industriale che soddisfi le ambizioni delle giovani generazioni, ma che, al tempo stesso, non getti via, come una scarpa vecchia, il frutto degli sforzi delle generazioni passate. Anzi, faccia leva proprio su quei frutti, che vanno anzitutto preservati dalla minaccia di distruzione che la crisi ha portato e che può essere scongiurata solo facendo ripartire l'Italia. Perciò tornare a crescere non solo è possibile, ma è un dovere etico.

Giacomo Becattini - Sole 24 ore -Imprese

mercoledì 30 gennaio 2013

Infelicità delle istituzioni europee

Nella storia del mondo abbondano invece le prove che il modo migliore per ridurre il deficit non è l'austerità, ma una rapida crescita economica che generi reddito pubblico con il quale colmare il deficit. Dopo la seconda guerra mondiale, gli enormi deficit europei sono in gran parte spariti grazie a un veloce sviluppo; è successo qualcosa di simile durante gli otto anni della presidenza Clinton, iniziata con un deficit enorme e conclusasi senza, e in Svezia tra il 1994 e il 1998. Oggi la situazione è diversa, perché in aggiunta alla recessione la disciplina dell'austerità viene imposta per ridurre il deficit a molti paesi con un tasso di crescita zero o negativo. Creare sempre più disoccupazione laddove c'è una capacità produttiva inutilizzata è una strategia bizzarra, e non basta ai padroni della politica europea dire che non si aspettavano forti cali di produzione e alti e crescenti tassi di disoccupazione. Perché mai non se l'aspettavano? Da quale idea dell'economia si fanno guidare? Di sicuro la qualità intellettuale del loro pensiero è un motivo di infelicità. Non si tratta soltanto di avere un'etica solidale, ma anche un'epistemologia decente.
Dire che in caso di recessione la politica dell'austerità rischia di essere contro-produttiva può sembrare una critica sostanzialmente "keynesiana".

John Maynard Keynes ha sostenuto in modo convincente che durante un eccesso di capacità produttiva dovuto alla scarsa domanda del mercato, tagliare la spesa pubblica rallenta l'economia e accresce la disoccupazione invece di diminuirla. Gli va riconosciuto il grande merito di aver fatto capire questo punto fondamentale ai responsabili politici di ogni tendenza. Sarebbe sensato avvalerci delle buone ragioni di Keynes, ormai fanno ormai parte del pensiero economico comune (anche se sono ignote ai leader europei), ma per quanto riguarda la totale inadeguatezza dell'austerità in Europa, ce ne sono altre.

Dobbiamo andare oltre Keynes e chiederci a che cosa serva la spesa pubblica, oltre a rafforzare la domanda del mercato, qualunque ne sia il contenuto. Il risentimento – l'infelicità – di tanti europei per i tagli feroci ai servizi pubblici e per l'austerità indiscriminata non si basa soltanto e neppure primariamente su un ragionamento keynesiano. Fatto altrettanto importante, se non di più, quella resistenza esprime un'opinione costruttiva interessante dal punto di vista sia politico che economico. Parla di giustizia sociale, di ridurre l'ingiustizia invece di aumentarla. I servizi pubblici sono apprezzati per ciò che forniscono in concreto alle persone, soprattutto alle più vulnerabili, e in Europa sono stati ottenuti con decenni di lotta. Tagliarli spietatamente significa rinnegare l'impegno sociale degli anni Quaranta che ha portato alla previdenza e alla sanità pubblica in un periodo di cambiamento radicale. Questo continente ne è stato il pioniere, ha dato una lezione di responsabilità sociale poi imparata nel resto del mondo, dal Sud-est asiatico all'America latina.
Keynes parlò pochissimo di disuguaglianza economica; sugli orrori della povertà e delle privazioni fu di una reticenza straordinaria. Non lo interessavano granché le esternalità e l'ambiente, trascurò del tutto "l'economia del benessere" di cui si occupava invece il suo rivale e antagonista A.C. Pigou. Come ho scritto sulla New York Review of Books - persino Bismarck nell'Ottocento si interessò di sicurezza e di giustizia sociale più di quanto avrebbe fatto Keynes. Gli amici keynesiani mi accusarono di irriverenza (anche quelli della Banca d'Italia), di aver insultato Keynes e vollero farmi ritrattare. Dimenticavano che, sebbene fosse un leader conservatore, Bismarck aveva molto da dire sull'importanza dei servizi sociali.

Per finire, vorrei accennare alla riforma economica di cui molti paesi europei, e non solo la Grecia o l'Italia, hanno senz'altro un gran bisogno. Uno degli aspetti peggiori dell'austerità è stato di rendere questa riforma impraticabile confondendo due programmi: l'austerità dei tagli spietati e la riforma di una cattiva amministrazione (evasione fiscale diffusa, favori concessi da funzionari pubblici per lucro personale e anche insostenibili convenzioni sull'età pensionabile). I requisiti della presunta disciplina finanziaria li hanno amalgamati, sebbene qualunque analisi della giustizia sociale porti a politiche distinte per ciascun programma.
L'amalgama è il frutto di una confusione intellettuale che porta al disastro politico perché collega un bisogno forte e sensato a una follia intempestiva, e nelle campagne politiche unisce gli oppositori dell'austerità a quelli delle riforme indispensabili. L'Europa deve cambiare ora. Nessun paese scaccerà da solo la potente illusione di cui i leader politici sembrano prigionieri, né la Grecia, né il Portogallo e nemmeno l'Italia, eppure bisognerà trovare una voce collettiva per porre fine a tanta miseria e a tanta infelicità.

Chiedo scusa, mi sono dilungato sull'economia mentre volevate sentir parlare di felicità. Mi dispiace, a mia difesa però va detto che per arrivare a un'Europa felice, dobbiamo prima discutere di molte cose infelici. Avrei preferito che non fosse così.

Sole 24 ore - Domenica

domenica 20 gennaio 2013

Contro l'abuso della questione morale

L’alternativa all’abuso della «questione morale» nella politica non deve essere per forza un cinico ritorno alla vulgata machiavellica, quella secondo la quale non si avrebbe nulla da eccepire sui mezzi, anche spregevoli, per raggiungere un fine. Può essere invece un invito alla modestia per chi coltiva l’insana tentazione di farsi fustigatore degli altrui costumi, e di salire su un pulpito, anziché rimuovere le cause materiali, terrene, della corruzione e del malaffare.

Sulla contemplazione della propria diversità morale si costruiscono infatti fragili piedistalli, e anche reputazioni usurpate. Ma l’abuso della «questione morale» produce in ogni caso risultati disastrosi, cancella la politica come possibile rimozione di problemi e assegna alla lotta politica compiti impropri. La politica non dovrebbe avere la missione di sradicare dal cuore degli uomini la predisposizione al ladrocinio, ma di creare le condizioni perché i ladri siano neutralizzati e costretti a condurre una vita difficile. Forse Machiavelli era troppo cinico, ma Savonarola ha creato disastri ben maggiori.

Siamo nel pieno di una campagna elettorale in cui i partiti devono difendersi dagli effetti di una pessima nomea, peraltro egregiamente conquistata sul campo dopo decenni di ostinata cattiva gestione della cosa pubblica. La nomea di associazioni dedite al saccheggio delle risorse pubbliche, veicoli di corruzione, collettori di tangenti, terra di pascolo per clientele e gruppi affaristici che attraverso la politica si procurano i mezzi per un arricchimento smisurato. È fondata questa nomea o è soltanto il frutto di una propaganda demagogica, o «qualunquista», come si diceva un tempo? È, purtroppo, una nomea più che fondata. Assistere allo spettacolo di consiglieri regionali che scialano in cene pantagrueliche i soldi pubblici degli italiani intascati con appositi regolamenti autopromozionali, oppure vedere in ogni parte d’Italia dilagare, a destra e a sinistra, nel Nord e nel Sud, le ruberie consumate ai danni della sanità italiana, tutto questo rende comprensibilmente sospetto l’appello a non abusare della «questione morale» durante e dopo la campagna elettorale in corso, pena l’accusa di voler minimizzare le colpe di chi fa politica per arricchirsi. Tuttavia bisognerebbe insistere: meglio accantonarla, la «questione morale». E non solo per la ragione trivialmente fattuale, eppure difficilmente confutabile, che nessuno degli schieramenti oggi in competizione può rivendicare una purezza cristallina che ne legittimi le pretese di supremazia etica. Ma perché la «questione morale» perpetua un equivoco e concentra l’attenzione sui comportamenti etici e non piuttosto sulle istituzioni e sulle leggi che dovrebbero impedire una deriva «immorale» nel governo dello Stato.

La «questione morale» è entrata prepotentemente nel lessico politico italiano, all’inizio degli anni Ottanta, con il leader del Pci Enrico Berlinguer. Oggi è molto diffusa la tentazione di idealizzare nostalgicamente il passato e fare di Berlinguer un santino. Ma non è mancanza di rispetto per un protagonista giustamente molto amato e stimato della vita politica italiana constatare che l’abuso berlingueriano della «questione morale» fu il frutto di un errore politico e di una distorsione culturale (lo diceva anche Miriam Mafai in Dimenticare Berlinguer: solo che purtroppo è stato dimenticato non Berlinguer, ma proprio quel fondamentale libro della Mafai). L’errore politico (allora blandamente contrastato dall’ala migliorista del Pci, con Giorgio Napolitano) fu quello di voler uscire dall’impasse del compromesso storico sconfitto con un’accentuazione del settarismo, con la sopravvalutazione della «diversità» e con un attacco furioso al socialismo craxiano, accusato di aver corrotto il Psi in una deplorevole e peccaminosa «mutazione genetica» della tradizione socialista di matrice «frontista»,molto poco conflittuale con il Pci. La distorsione culturale fu invece quella di stabilire una insuperabile barriera antropologica tra il mondo comunista, magnificato come moralmente superiore, eticamente integro, e il resto del mondo politico, confinato nel recinto infetto della corruttela e del malaffare solo per il fatto di «non» essere comunista e di non credere nei valori che il comunismo stava storicamente incarnando. Ma mentre l’errore politico è stato riassorbito dai tempi lunghi della storia, l’errore culturale invece ha dispiegato i suoi effetti negativi nel corso dei decenni, tanto da proiettare la sua ombra sulla sinistra italiana, in forme e con parole nuove, sino ai nostri giorni.

L’etica e le macerie
Nel corso degli anni Novanta, durante l’intero arco della Seconda Repubblica, il progressivo abbandono del marxismo ha infatti dato alla dimensione eticizzante una risonanza tutta nuova in una sinistra ex comunista che ha rischiato di essere travolta dalle macerie del Muro di Berlino. Il pertinace rifiuto di confluire, sin dalla scelta del nome del nuovo partito, in unmodello culturale di tipo socialista o socialdemocratico classico ha spinto la cultura lasciata orfana dalla scomparsa del Pci ad abbracciare una cultura di tipo giacobino e «azionista», con tutte le approssimazioni che questa definizione comporta, ma comunque fondata anch’essa su un’idea di due Italie irriducibilmente contrapposte lungo una frontiera di tipo «morale»: l’Italia dei pochi, degli spiriti magni, delle minoranze illuminate, l’Italia civile immersa in un’Italia maggioritaria, ma corrotta nel profondo, volgare, plebea, maleducata, avida, arraffona. Contro quell’Italia materialista, incapace di raggiungere la purezza etica delle minoranze intransigenti e combattive, si scagliarono Giovanni Amendola, censore dell’Italia che «non ci piace», e poi Piero Gobetti, che detestava a tal punto il riformismo socialista e quello «popolare» di don Sturzo (i «partiti del ventre») da intonare l’«elogio della ghigliottina» come estremo rimedio per raddrizzare il legno storto del popolo italiano. E la ghigliottina stava arrivando, portata sui carri che trasportavano le camicie nere nella marcia su Roma che avrebbe gettato l’Italia nella dittatura, facendo dello stesso Gobetti un martire della libertà conculcata.

Forse ricordare Gobetti e Giovanni Amendola riporta troppo indietro nel tempo. Ma la ripresa post-berlingueriana della «questione morale», intesa come ossessiva e autocelebrativa riproposizione di una chiave manichea di lettura delle cose italiane, ha avuto proprio questo sfondo culturale in cui crescere. Incrociandosi con la «rivoluzione giudiziaria» che ha seppellito una buona parte della Prima Repubblica e segnatamente i partiti che storicamente sono stati antagonisti alla sinistra comunista, l’enfasi sulla «questione morale» è infatti diventata il codice di una sinistra che, pur nella sconfitta, ha continuato a viversi come la parte «migliore» della società italiana. «Migliore» in senso morale, e agitando la «questione morale» in modo improprio e anche strumentale. Ma allora, come giustificare, sulla base di una presunta diversità-superiorità morale e antropologica, la scoperta di casi di malaffare anche nella casa della sinistra, dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Lombardia, dalla Liguria alla Sicilia? Semplicemente non giustificandola, ovvero immergendola in una nebbia ideologica molto autoconsolatoria. E infatti si è voluto recintare quei fenomeni moralmente riprovevoli come casi isolati, pecore nere, episodi deplorevoli, ma non tali da inficiare la complessiva alterità della propria parte rispetto al sistema corrotto dell’Italia, anzi dell’«altra» Italia, «alle vongole», vorace e cleptomane. Il che non solo non soddisfa un criterio minimo di equanimità e di pari indignazione per fenomeni che purtroppo hanno coinvolto ambedue i lati della geografia politica italiana (assieme al Centro, ovviamente). Ma oscura e rende incomprensibili le ragioni, politiche, istituzionali ed economiche, di una rete di corruzione tanto diffusa.

A cominciare da una sempre negata, ma decisiva sul piano degli effetti corruttivi sulla gestione della cosa pubblica, dilatazione dell’ambito dell’intermediazione politica nella sfera degli affari e della vita economica dell’Italia, a livello centrale e soprattutto negli enti locali, dove il traffico degli appalti dominati dalla politica è tanto più intenso e pervasivo quanto più è largo il confine delle scelte economiche costrette a dipendere da scelte di natura esclusivamente politica. L’abuso della «questione morale» offusca il fatto che lo Stato occupa ancora, in tutte le sue articolazioni, uno spazio asfissiante nella vita sociale ed economica di tantissimi cittadini. Quando occorre rivolgersi alla «politica» per ottenere un appalto, ricevere un permesso, strappare un’autorizzazione, partecipare a una gara pubblica con una ragionevole possibilità di vincerla, incassare un finanziamento pubblico, conquistare un posto di lavoro, vuol dire che troppo spesso i cittadini si informano su chi vince le competizioni elettorali per capire da che parte andare e quale colore indossare. Si apre uno spazio di discrezionalità politica su ambiti della vita e del lavoro che altrove sono regolati da criteri di merito e di trasparenza e che nessuna bandiera sulla «questione morale» sarà capace di cancellare. Invece di chiedere la ritirata dello Stato da sfere che non gli sono proprie, si continua a pensare che la «buona politica» sia solo un problema di rettitudine personale che attiene alla moralità e non al funzionamento della cosa pubblica.

Mercato e regole
La cultura media italiana è ancora incline a bollare come biecamente e selvaggiamente «liberista» la proposta di ridurre il raggio d’azione della politica e di lasciare la società libera di svolgere le proprie attività senza dover fare anticamera con i politici di turno, assessori prepotenti, sindaci arroganti, consiglieri regionali disattenti ed esosi. C’è ancora l’idea, molto diffusa tra i più convinti vessilliferi della «questione morale», che il mercato sia il luogo dell’immoralità e dell’avidità e che dunque ogni proposta di restituire al mercato ciò che è stato usurpato dall’intermediazione politica non possa che aggravare i termini di un’urgente «questione morale». Mentre è il mercato regolato dalle leggi, ma non asfissiato da una politica avida e intrusiva, a diminuire l’occasione per i partiti di ottenere qualcosa in cambio di autorizzazioni e appalti che non dovrebbero essere concessioni magnanime di un potere pubblico, questo sì sregolato e invadente, ma diritti. Diritti dei singoli. Diritti dei cittadini. Diritti degli imprenditori che non devono essere costretti a chiedere favori. Questa è la vera «questione morale»: considerare del tutto ovvio che sia elargito come un favore ciò che un cittadino dovrebbe e potrebbe esercitare come un diritto. Machiavelli e il suo cinismo politico non c’entrano. C’entra la pretesa di una politica che pretende di dettare un’agenda morale, anziché riconoscere l’immoralità della propria illimitatezza e onnipotenza. Per diventare finalmente un Paese normale, come si aspetta, vanamente, da decenni.

Pierluigi Battista - La Lettura de Il Corriere della Sera

venerdì 18 gennaio 2013

La bella Italia che non seduce gli italiani

E così, dopo aver visitato la Roma dei Papi e il mondo esoterico di Leonardo, nel nuovo thriller di Dan Brown si passeggia tra le strade di Firenze e le pagine infernali di Dante. Dan Brown non sarà un maestro di stile, ma è un’autorità indiscussa in materia di fatturato. Se ogni volta mette l’Italia sullo sfondo dei suoi polpettoni è perché sa che l’Italia fa vendere in tutto il mondo. Non l’Italia di oggi, naturalmente, mediocre sobborgo d’Occidente come tanti altri. L’Italia del passato: le città d’arte del Rinascimento e l’Antica Roma. Gli unici due momenti della storia in cui siamo stati la locomotiva dell’umanità.

E a questo punto, ossessiva, scatta la solita domanda: perché? Perché, se l’Italia fa vendere, a guadagnarci devono essere sempre gli altri? Perché i miti del passato italiano affascinano gli scrittori e i registi stranieri, ma non i nostri?

Al di là delle letture dantesche di Benigni, che sono un’eccezione magnifica ma non esportabile, perché l’Inferno ispira romanzi a Dan Brown e non a Sandro Veronesi (cito lui in quanto bravo e pure toscano), tantomeno al sottoscritto che al massimo potrebbe narrare le imprese di Pulici e Cavour? Perché i telefilm sui Borgia li fanno gli anglosassoni e non un pronipote di Machiavelli? Perché le gesta del Gladiatore sono state narrate da Ridley Scott e non dall’epico Tornatore? Persino lo scrittore-archeologo Valerio Massimo Manfredi, nonostante qualche incursione sporadica nella romanità, preferisce mettere al centro delle proprie saghe i greci Alessandro e Ulisse. Se la tomba dell’eroe di Russell Crowe, scoperta tre anni fa lungo la Flaminia, si trasformerà in un’attrattiva turistica sarà per merito delle associazioni straniere che stanno raccogliendo i fondi necessari al restauro, nel disinteresse impotente del ministero della Cultura, che in Italia dovrebbe contare quanto quello del petrolio in Arabia Saudita, mentre l’opinione comune lo considera una poltrona di serie B.

Ma questo rifiuto pervicace di dare al mondo l’immagine dell’Italia che piace al mondo non riguarda solo gli artisti e i politici. Investe tutti noi. Un bravo psicanalista ci troverebbe materiale per i suoi studi. Sul lettino si dovrebbe sdraiare una nazione intera che si rifiuta orgogliosamente di essere come la vogliono gli altri e desidera invece con tutte le sue forze conformarsi al modello globale, condannandosi alla marginalità. Per quale ragione il passato che affascina e stimola la curiosità e l’ammirazione di turisti cinesi e best-selleristi americani ci risuona così pigro e indifferente? Perché rifiutiamo di essere il gigantesco museo a cielo aperto, arricchito da ristoranti e negozi a tema, che il mondo vorrebbe che fossimo? Forse è presbiopia esistenziale.

L’antica Roma e il Rinascimento, incanti da esplorare per chi vive al di là dell’Oceano, per noi che ci abitiamo in mezzo si riducono a scenari scontati: le piazze del Bernini sono garage e il Colosseo uno spartitraffico. O è la scuola che, facendone oggetto di studio anziché di svago, ci ha reso noioso ciò che dovrebbe essere glorioso. Ma forse la presbiopia e la scuola c’entrano relativamente: siamo noi che, per una sorta di imbarazzo difficile da spiegare, ci ostiniamo a fuggire dai cliché - sole, ruderi, arte e buona tavola – a cui il mondo vuole inchiodarci per poterci amare e invidiare.

L’Italia capitale universale della bellezza e del piacere è l’unico Paese che può scampare al destino periferico che attende, dopo duemila anni di protagonismo, la stanca Europa. Ma per farlo dovrebbe finalmente accettare di essere la memoria di se stessa. Serve una riconversione psicologica, premessa di quella industriale. Serve un sogno antico e grande, mentre qui si continua a parlare soltanto di spread.

Massimo Gramellini - Buongiorno da La Stampa

sabato 12 gennaio 2013

Elogio morale della precisione

Oggi la sciatteria é un vizio che non ci possiamo permettere.

«Nei corsi di scrittura, il punto su cui tornavo più spesso era la precisione. La letteratura quale linguaggio definitivo per circoscrivere una materia mobile e multicolore come il “sentire” (…). Per contagio ho finito per amare la precisione non specificamente letteraria, come quella della manualistica dedicata alle costruzioni navali (con definizioni tecniche stranianti dell’acqua e delle imbarcazioni), all’arte militare, al gioco degli scacchi, alle ricette alcoliche (…). E ne raccomando la lettura come propedeutica alla prosa».

La libreria di casa è un giacimento di serendipity, si trovano le cose che non si stanno cercando. Negli ultimi giorni dell’anno è sbucato Prima persona, da cui è tratta la citazione iniziale. Un volume che ci permette di ricordare Giuseppe Pontiggia — uomo e scrittore delizioso — nel decennale della scomparsa; e consente all’autore di portarci un regalo, a distanza di tempo.

Un regalo vero, un viatico per questo anno strano che comincia: l’amore per la precisione. Precisione non è solo elenchi,ma è anche elenchi: dalle genealogie della Bibbia alle navi dell’Iliade ai cetacei di Melville, che hanno bloccatomolti (ma non Achab, né Ismaele) nella rotta verbale verso Moby Dick. La scrittura è il luogo dell’esattezza. Il marchio di fabbrica del cattivo scrittore è la confusione (che l’interessato, ovviamente, considera arte). Ma la questione non è solo letteraria o culturale. La precisione diventerà lo spartiacque tra chi prova e chi tenta; tra chi costruisce e chi accumula. In ultima analisi, tra chi riesce e chi fallisce.

Precisione non è pignoleria. La precisione ha uno scopo, la pignoleria nessuno. I pignoli sono manieristi; le donne e gli uomini precisi sono romantici. Sanno che il caso entra dappertutto, ma niente esce solo per caso. Perché Hugo Cabret resta un film speciale, e ci porta a dimenticare il fastidio del cinema che si cita addosso? Perché il ragazzino protagonista unisce tecnica e incoscienza, ama i meccanismi e i sogni, sistema i congegni e aggiusta la vita: sua e degli altri.

Italo Calvino dedica alla «Esattezza» la terza delle sue Lezioni americane (preparate per l’università di Harvard nel 1985, pubblicate nel 1988). Parte da Giacomo Leopardi, e ricorda che, quando definisce il concetto di «vago», il poeta dell’Infinito era preciso («Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste, e indefinite», Zibaldone, 25 settembre 1821). Calvino, nella stessa lezione, cita anche Roland Barthes e Robert Musil, due tra gli scrittori che più hanno coltivato la precisione. L’uomo senza qualità un talento ce l’aveva di sicuro: decrittare la vita intorno a lui. Voi direte: perché tutto questo dovrebbe importarci? In questo incerto e insolito 2013 — dopo ventisei anni tornano quattro cifre diverse tra loro — non dovremmo occuparci invece del lavoro che non c’è, soprattutto per i più giovani? Non dovremmo pensare alla politica, tentata da catastrofici ritorni al passato? La precisione — obietterà qualcuno — è un dolce di lusso, meglio pensare al pane quotidiano. Be’, si sbaglia: la precisione è la farina, senza la quale non si ottiene né pane né dolci.

In un mercato del lavoro che offre sempre meno e chiede sempre di più non c’è spazio per il «più o meno». E invece la tentazione del pressapochismo è fortissima: consente infatti di sperimentare frettolosamente molte cose, sperando che almeno una vada bene. Se dalle vite private passiamo alla vita pubblica, lo spettacolo è ancora più malinconico. Un breve elenco delle sciatterie italiane occuperebbe l’intero primo numero 2013 de «la Lettura», e rovinerebbe l’umore di tutti noi. Eppure non c’è dubbio. È la mancanza di esattezza — delle norme, delle procedure, dell’amministrazione, della giustizia, delle carriere — che ha spinto l’Italia a scivolare verso il basso. Senza rumore, perché il declino si può oliare, come una carrucola.

Alla precisione — e all’imprecisione — ci si abitua da giovani: non è mai troppo presto per imboccare il sentiero della faciloneria. L’inesattezza è una compagna gentile, che ci sussurra di non fare sforzi. Cercare, preparare, disporre, controllare, ricordare, mantenere le promesse costa fatica. Eppure l’umanità si divide tra quelli che fanno (bene) ciò che dicono; e gli altri, che annunciano inutilmente e promettono invano.

I propositi spesso sono generici; ma si possono precisare, prima di presentarli in società. Ai ragazzi che si avvicinano dopo un incontro pubblico e dicono: «Devo chiederle una cosa…», rispondo: «Scrivimi», e passo l’email personale. Si fanno vivi in due su dieci. È una selezione naturale e utile. Chi scrive, infatti, ha quasi sempre qualcosa da proporre o da chiedere. Anna ha inviato una brillante autocritica generazionale al blog Solferino28; Filippo scriverà il suo libro; Maria Elena lavora su Tacito e Twitter; Martina combinerà architettura e scrittura; Elettra ha organizzato un insolito incontro in Bocconi; Greta è diventata giornalista; Hermes e Diana ci proveranno. Ognuno di loro ha un’idea precisa, non una vaga aspirazione; presenta una proposta, non soltanto generica disponibilità. Quei ragazzi — e ho citato solo vicende degli ultimi due mesi — hanno capito «la forza dei legami deboli» (copyright Mark S. Granovetter). Più femmine che maschi: credo non sia un caso.

Usare i propri contatti non è una cosa cattiva: i ragazzi devono farlo. Non in modo cinico; in modo preciso. Devono capire che le prime impressioni — sì, anche un’email — contano. Devono imparare a rendersi rilevanti e interessanti; decidere cosa vogliono; poi chiederlo, in maniera sintetica. Tutto ciò non vuol dire diventar vecchi anzitempo; significa non buttare i dieci anni più importanti della propria vita. Molti, in America e in Europa, sostengono che «i trent’anni sono i nuovi vent’anni». È una colossale sciocchezza. Peggio: è un’istigazione alla rassegnazione. I vent’anni contano, eccome. E vanno trattati con delicatezza e precisione.

In The Defining Decade (2012), dedicato proprio ai ventenni, la terapeuta Meg Jay spiega che l’esattezza dei comportamenti non è solo un modo soddisfacente di vivere con gli altri; è anche la condizione di ogni avanzamento personale e professionale. L’autrice ricorda la tattica del giovane Benjamin Franklin (uno dei grandi strateghi americani della quotidianità): se aveva bisogno di conoscere qualcuno, il futuro firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza chiedeva un piccolo, semplice favore. Era convinto, infatti, che a molti non dispiacesse sentirsi buoni. Meg Ray lo ricorda ai ragazzi di oggi: it’s good to be good. Non tutti voglio imbrogliarvi, là fuori.

Mi ha colpito la conversazione tra Stefano Soatto, padovano, 44 anni, professore di Robotica alla Ucla (University of California Los Angeles), e Rossella Tercatin, 24 anni, autrice di una intervista per «Pagine Ebraiche» a Judea Pearl, vincitore del Turing Award 2012 (considerato il Nobel dell’informatica), pioniere dell’analisi causale. Scrive di lui Soatto: «Un ingegnere elettronico della Rca diventato un pilastro della Computer Science, uno dei riformatori di Artificial Intelligence, uno dei caposaldi di Machine Learning, fino ad arrivare ai fondamenti della statistica». L’ho conosciuto, qualche anno fa, proprio grazie a Soatto: un personaggio di un’intelligenza folgorante e di un’umanità disarmante.

Nell’intervista — originale, documentata e scrupolosa — Rossella commette però un piccolo errore: descrive Stanford come «una università Ivy League». Soatto le ha scritto: «Ti mando un paio di commenti; scusa se mi permetto di farteli, ma visto che sei giovane e giornalista, rappresenti un nodo importante del futuro del tuo Paese. Stanford non è una Ivy League. Ciò non vuol dire che non sia un’ottima università, ma quando uno scrive è importante verificare la correttezza di tutte le affermazioni, anche se apparentemente banali o prive di conseguenze. Quando una cosa è scritta, è scritta per sempre, ed è difficile immaginare quali ripercussioni possa avere a distanza di anni. Purtroppo questo concetto si sta perdendo con l’abitudine all’imprecisione dovuta al ciclo giornalistico accelerato (senza revisione editoriale), ai blog, social media etc. Ma molti giovani qui negli Usa lo stanno imparando sulla propria pelle, quando gli uffici di ammissione all’università oppure i potenziali datori di lavoro vanno a cercare le tracce che uno ha lasciato. Paradossalmente, oggi è più facile commettere errori, ed è più difficile cancellarli».

Pignoleria? No, esattezza motivata e finalizzata. Una piccola lezione utile per tutti, ma indispensabile per noi italiani. Chi ce l’ha fatta, fateci caso, ha saputo unire brillantezza e precisione. La prima è congenita; la seconda va coltivata. Pochi di noi dovranno preoccuparsi della propria intuizione, dell’intelligenza emotiva o della capacità di pensiero associativo; quasi tutti, invece, dobbiamo badare alla nostra costanza e affidabilità. Esiste un sospetto metodico di superficialità verso noi italiani: lamentarsi non serve, bisogna smentire con i fatti. Orari, appuntamenti, note-spese, interventi in riunione, consegne, scadenze: se un tedesco se ne scorda, è distratto; se ce ne dimentichiamo noi, pensano che siamo sciatti.

La precisione non è solo una sana consuetudine lavorativa; è anche un atteggiamento verso le persone e le cose. Prendiamo l’ironia: non può essere generica. Per funzionare, deve essere esatta: solo così ci aiuterà a sorridere delle imperfezioni del mondo, soprattutto di quelle che non possiamo correggere. L’ironia è chirurgia verbale. Non può essere imprecisa, altrimenti rischia di uccidere ciò che vuol salvare.

Lella Costa — autrice nel 2000 con Gabriele Vacis del monologo Precise Parole (tutto torna) — ha appena pubblicato Come una specie di sorriso. Scrive: «Non sempre l’ironia fa ridere, anzi. Spostare lo sguardo, cambiare il punto di vista, illuminare la realtà da una prospettiva diversa, affermare dignità e superiorità sul destino richiedono rigore, disincanto, consapevolezza, lucidità implacabile e obiettività assoluta». È così. L’ironia è precisa: ecco perché funziona bene su Twitter che, come ho scritto più volte, considero una forma di igiene mentale quotidiana. Giulia @CraftyKitteh — 30 anni,milanese, «antropologa fotografa, sognatrice e appassionata di crochet/uncinetto» — ha letto la mia definizione e ne ha proposto una migliore: «Twitter? Un filo intermentale.

Twitter @beppesevergnini

Beppe Severgnini


mercoledì 2 gennaio 2013

Incomincia adesso !


Fino a che uno non si compromette, c’è esitazione, possibilità di tornare indietro e sempre inefficacia.
Rispetto a ogni atto di iniziativa (e creazione) c’è solo una verità elementare, l’ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani.

Nel momento in cui uno si compromette definitivamente, anche la provvidenza si muove.
Ogni sorta di cose accade per aiutare, cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.

Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo.

Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo.
Il coraggio ha in sé genio, potere e magia.
Incomincia adesso.

Johann Wolfgang Goethe

Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta

Animum debes mutare, non caelum.
Devi cambiare d’animo, non di cielo.
Vai di qua e di là per scuotere il peso che ti sta addosso e che diventa ancor più fastidioso in conseguenza della tua stessa agitazione.
Analogamente su una nave i pesi ben stabili premono di meno, mentre i carichi che si spostano, rollando in modo diseguale, mandano più rapidamente a fondo quella parte su cui essi gravano.

Qualunque cosa tu faccia, la fai contro di te e con lo stesso movimento ti arrechi un danno: infatti stai scuotendo un ammalato. Ma quando ti sarai liberato da questo male, qualsiasi cambiamento di località diverrà un piacere. Ti releghino pure nelle terre più lontane; ebbene, in qualsivoglia cantuccio di terra barbara in cui ti troverai per forza ad abitare, quella sede, quale che sia, ti sarà ospitale.

Più che la meta del tuo viaggio importa lo spirito con cui l’hai raggiunta, e pertanto non dobbiamo subordinare il nostro animo ad alcun luogo. Bisogna vivere con questa convinzione: “Non sono nato per un solo cantuccio di terra, la mia patria è l’universo intero”.
Se questo concetto ti fosse trasparente, non ti meraviglieresti di non trovare alcun conforto nella varietà delle regioni in cui di bel nuovo ti rechi per la noia delle precedenti. Infatti ti sarebbe piaciuta la prima in cui saresti capitato, e poi anche di volta in volta avresti gradito le successive, se avessi considerato ciascuna come interamente tua.

Seneca a Lucilio