Visualizzazione post con etichetta SILICON VALLEY. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SILICON VALLEY. Mostra tutti i post

martedì 23 giugno 2015

Distruzione creativa

Uscire dagli schemi e innovare spiazzando gli altri Dalla tecnologia alla politica, chi la esalta e chi la teme.

Gli approcci Il dibattito in Europa e negli Stati Uniti, dove alimenta l'orgoglio nazionale.

Una delle battute più divertenti contenute nella sceneggiatura del film-biografia Steve Jobs (uscirà dopo l'estate, protagonista Michael Fassbender) è una profezia: nel 1998 il fondatore della Apple vede la figlia incollata a un Walkman e le consiglia di godersi il mangianastri portatile perché sta per essere spazzato via. Lisa Jobs non sa ? noi spettatori sì ? che papà Steve ha già in mente l'iPod, che uscirà tre anni dopo con dentro duemila canzoni in formato digitale contro le dieci o dodici del Walkman.
Jobs e la sua azienda sono l?esempio di quello che gli americani chiamano l'essere «disruptive», la capacità di innovare attraverso la distruzione creativa dell'esistente per creare nuovo valore. «Rottamare», diremmo in Italia (vedi la forza innovativa del primo Renzi e il disagio che creò al sistema politico). E nella nostra lingua c'è a partire dal vocabolo un?accezione spiacevole che nella versione inglese manca.La tecnologia continua a essere profondamente «disruptive»: suscitando grande orgoglio nazionale per gli americani (non è questione di soft power ma di fatturato: nella top ten delle aziende più capitalizzate ci sono Apple, fondata nel 1976, Microsoft, nata nel 1975, e Google, 1998). Quando internet era ancora acerbo e i cellulari telefonavano e basta, nel 1997, un economista americano somigliantissimo a Clark Kent prima di trasformarsi in Superman nella cabina telefonica (classico esempio di tecnologia rottamata da una novità «disruptive»), il professor Clayton M. Christensen della Harvard Business School, ha cominciato a analizzare il fenomeno dell'innovazione tecnologica. 
Con una serie di libri diventati subito di riferimento ha formulato una teoria generale di quella che ha battezzato «disruptive innovation»: un prodotto o un servizio che inizialmente parte dal basso per crescere velocemente spiazzando la concorrenza che fino a poco prima aveva dominato (vedi box). L'esempio più banale è quello del personal computer: le potentissime aziende tecnologiche del primo dopoguerra avevano computer enormi, costosissimi, per pochissimi utenti istituzionali che garantivano margini molto alti e mercato chiuso. Si resero così vulnerabili all'innovazione di computer pensati per un pubblico più vasto e più «basso», personali, non più aziendali. Inventati in garage e prodotti da aziende più agili. Altro ovvio esempio: i piccoli cellulari che sconfiggono la telefonia fissa dei monopoli. E allora diventa un po' sterile chiedersi, come faceva ieri sul sito del New York Times il giornalista finanziario James B. Stewart nel suo blog, come mai l'innovazione dirompente che rottama lo status quo entusiasma gli americani e spaventa noi europei. 
Perché Stewart ha chiesto lumi a Petra Moser, economista tedesca di Stanford, che ha parlato dei timori europei (fondati) d'essere rimasti indietro. «Stanno cercando di ricreare la Silicon Valley in posti come Monaco, finora con poco successo», per motivi culturali e istituzionali. Eppure, seguendo la «curva» di Christensen ? la rottamazione che parte dal basso e allarga la base di utenti di un prodotto esclusivo ? non si può non pensare ai punti deboli dei giganti che dominano in un dato momento storico. Non si può non pensare ai ragazzi «disruptive» di Wikileaks: hanno preso un «prodotto» esclusivo e con margini altissimi ? le informazioni riservate del Pentagono e della Cia ? e le hanno fornite con rapidità e convenienza a una base vastissima di utenti. Loro stanno a Berlino, Julian Assange in territorio ecuadoregno a Londra, Edward Snowden in Russia: dall'altra parte del mondo rispetto alla Silicon Valley e al suo business dominante (fino a quando ?) della rottamazione.
Persivale Matteo

mercoledì 12 febbraio 2014

Come farsi comprare da un colosso. E vivere felici


Loris Degioanni
In Silicon Valley la chiamano "exit", uscita: è quel fenomeno in cui i colossi hi-tech, come Google, Twitter e Facebook, comprano piccole e grandi startup innovative a cifre con molti zeri. Per molti imprenditori delle nuove tecnologie farsi comprare è un punto di arrivo. E spesso di ripartenza. Vediamo alcune storie di italiani di successo che i colossi Usa si sono contesi.

Il fenomeno ha dimensioni enormi (si parla di 20 miliardi di dollari spesi ogni anno dalle 10 più grandi aziende). E nutre l'ecosistema della baia di San Francisco. Produce a ciclo continuo innovazione, ricchezza e posti di lavoro.
I fondatori delle startup sono liquidati con cifre a molti zeri e trattenuti nelle nuove società con contratti ricchi di incentivi che si chiamano golden handcuffs (manette d'oro), gli investitori prendono un moltiplicatore di 3-5 volte il capitale investito, i dipendenti sono assunti con nuovi contratti. Non a caso da un lato all'altro della baia più hi-tech del mondo echeggia: "No exit? No party!". In Italia, invece, il mercato delle exit è tutto da costruire. Qualcuno ce l'ha fatta (ma si contano sulle dita di una mano: Jobrapido, Buongiorno, Gioco digitale, 7Pixel…), qualcun altro per riuscirci è volato a San Francisco.
La storia di Loris Degioanni, 38 anni, è in questo senso paradigmatica. Loris è un tipo foolish and hungry alla Steve Jobs: immigrato per seguire la sua passione ha creato una startup tecnologica a Davis in California, partendo da zero. Zero competenze di business, zero soldi, zero finanziamenti dai venture capitalist. Ma molto talento. L'ha fatta crescere per cinque anni con un professore come socio, e l'ha venduta alla Riverbed, un'azienda quotata al Nasdaq, per 30 milioni di euro. Metà, li ha incassati il giorno dell'acquisizione nel 2010. L'altra metà gli sono stati dilazionati nei 24 mesi successivi. Tempo richiesto per trasferire tutto il proprio know how ai compratori. E pochi mesi fa è ripartito con una nuova startup. E un sogno. «Se la prima l'ho venduta, la seconda voglio portarla in Borsa».
La sua storia sembra una favola, ma se fosse rimasto in Italia cosa sarebbe successo? «Ho chiesto al fondatore di Riverbed, Steve McCanne: a parità di condizioni (stessa tecnologia, stessi fondatori, stesso fatturato, stesso numero di dipendenti), se fossi stato a Cinisello Balsamo, mi avresti acquisito? La risposta è stata: No. C'è un discorso di accesso e connessione.
Qui tutto succede in pochi giorni. La velocità è la base del business. Per vendere una startup devi avere un prodotto di qualità e qualcuno che lo compri. Avere un team tecnico e commerciale. Ma anche essere nel posto dove c'è il mercato che, per l'Information technology, sono gli Stati Uniti» ci spiega Degioanni. La storia di questo giovane imprenditore milionario («non chiamarmi startupparo, fare una startup non è un gioco, è un lavoro estremamente serio e pesante») è iniziata quando era studente al Politecnico di Torino. Per la tesi di laurea ha creato WinPcap, un software per la sicurezza della rete dei computer. Lo ha regalato al Web in open source. In sei mesi è stato scaricato 80mila volte. Lo ha usato anche John Bruno, professore della University of California Davis, che invita Loris a proseguire la ricerca negli Usa. «Quando ho ricevuto quella e-mail ho capito che la mia vita sarebbe cambiata per sempre» racconta Degioanni. «Sono arrivato nel 2005, per un anno ho lavorato con il "prof" al software per il Boeing 787 ("Per cui non volare sul quell'aereo", scherza). Poi abbiamo fondato la nostra startup. In Italia, quale accademico mollerebbe tutte per mettersi in società con un giovane ingegnere? Nei primi due anni, per avere un po' di ricavi facevamo consulenze per il settore avionico e intanto sviluppavamo i nostri prodotti. Quando abbiamo iniziato a venderli, il fatturato cresceva di milioni di dollari ogni anno. Siamo arrivati a 40 dipendenti, di cui 20 italiani, che ho chiamato dall'Italia offrendo loro il visto per lavorare negli Usa».
A quel punto gli investitori e gli acquirenti cominciano a bussare alla loro porta. 11 le proposte di acquisizione che ricevono. Racconta Loris: «Ho venduto per una serie di fattori. La startup era cresciuta, avevo trovato il prodotto e il mercato, bisognava solo espandersi. E questo mi appassionava meno. Poi, la cifra che mi veniva offerta era enorme». Ma anziché prendere i soldi e scappare a fare surf su una spiaggia delle Hawaii, Loris riparte con nuova startup. Si chiama Draios, si occupa di cloud computing, non ha ancora un prodotto in vendita, ma ha già raccolto finanziamenti milionari.
«Costruire un'impresa è come una corsa sulle montagne russe. Richiede un sacco di energia e ti cambia profondamente. Ma quando ci hai provato, sai che non potrai fare altro. Giochi tutto te stesso. Lo stress e l'adrenalina non ti mollano mai. Non è una vita romantica. Ma quando scopri che, dopo un lavoro mastodontico, alla gente piace quello che hai creato, la soddisfazione è enorme e capisci che ne è valsa la pena». Loris Degiovanni, ormai cervello in fuga, tiene sempre lo sguardo verso la sua Italia. «Tornerò? Non ora, ho due bambini piccoli. Ma mi piacerebbe restituire qualcosa al mio Paese, che tanto mi ha dato» conclude.

mercoledì 15 gennaio 2014

7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014


7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014
Lanciarsi in una nuova avventura imprenditoriale non è mai facile e non pochi “would-be entrepreneurs” possono essere disorientati dal duro lavoro che li aspetta e dall’incertezza tipica del nuovo stile di vita di chi si mette in proprio.  E’ difficile prevedere tutto ciò che comporta il lancio di un nuovo business, ma ci sono alcune domande chiave da porsi prima di tuffarsi in un nuovo progetto.
Un interessante articolo pubblicato su Mashable svela quali sono i 7 quesiti principali:
1.       Quanto bene lavori senza “playbook”?
Hai bisogno di una guida costante e di motivazione dagli altri? Riesci a gestire bene il tuo tempo senza che nessuno ti ponga scadenze? Molte persone pensano che essere l’unico a decidere renda la vita più facile. Potrebbe essere complesso iniziare quando non ci sono chiare indicazioni da seguire. Gli imprenditori di successo sono molto spesso indipendenti, pieni di risorse e non hanno bisogno di qualcuno che gli dica di essere efficienti e produttivi. Fai parte di questa categoria?
2.       Sei un inventore o un imprenditore?
Molte delle startup di successo sono nate da idee grandiose, non sempre però un ottimo prodotto o invenzione è sufficiente per fare un buon business. Troppe volte un “inventor” sta troppo orientato al prodotto, al prototipo, al brevetto, ecc., ignorando tutti gli altri aspetti dello sviluppo del business. Solo perché sviluppi un buon prodotto non è detto che il cliente verrà a bussarti alla porta, gli imprenditori questo lo capiscono. Questo non vuol dire che se ti consideri un inventore allora non puoi lanciare un tuo progetto, ma significa che forse dovresti cercare un partner che sia complementare con le tueskills e interessi e che ti aiuti a portare l’idea ad un livello successivo.
3.       La tua idea di business offre valore ai clienti?
Non c’è dubbio che la passione sia un aspetto chiave del  successo di un’impresa, ma per poter costruire un business profittevole hai bisogno di offrire qualcosa che le persone cercano. Al mercato non gli importa che stai perseguendo il sogno della tua vita, le persone spendono soldi in prodotti o servizi che soddisfano un desiderio. Se non c’è un bisogno da parte dei clienti, il business fallirà. Che valore hai da offrire?
4.       Per cosa si differenzia il tuo business?
La tua idea/prodotto è molto simile ad un business già esistente? Il tuo prodotto ha qualcosa di unico da offrire? Quanto affollato è il marketplace? Queste sono alcune delle domande a cui devi pensare, ma tieni in mente che la chiave del successo non sempre consiste nel trovare un mercato inesplorato. In sostanza, non sempre devi far nascere una nuova idea rivoluzionaria, monitora sempre il settore in cui vuoi inserirti e cerca di capire in che direzione sta andando.  Cerca di dare al cliente una buona ragione per sceglierti rispetto ai concorrenti.
Come tieni monitorato i trend del settore che vuoi aggredire?
5.       Te la senti ti diventare il factotum della tua startup?
Se sei un dipendente di un’azienda c’è sempre qualcun altro che può risolvere un problema, di qualsiasi natura esso sia. Lanciando un nuovo business tipicamente si è destinati a fare un po’ di tutto, puoi essere un programmatore e dopo un ora gestire una contrattazione di acquisto, passare dal fare un questionario a parlare con un VC internazionale. Prima di decidere di intraprendere questa strada cerca di essere sicuro di essere in grado di poter gestire il tutto, soprattutto le cose più noiose che nessuno ha voglia di fare. La tua passione per il progetto è così grande che ti senti di potere essere flessibile, adattandoti alle esigenze del momento?
6.       Hai il supporto finanziario adeguato per iniziare subito?
Quando stai lanciando una nuova startup, il tuo business può non essere profittevole per almeno 3-5 anni, è importante essere realistici su come supporterai finanziariamente il tuo progetto, ma soprattutto te stesso. In molti casi, il miglior momento per preparare il lancio del tuo business è quando stai già lavorando da un’altra parte. Sei pronto a rompere il salvadanaio che hai riempito e protetto per tanti anni?
7.       Come gestisci rifiuti e delusioni?
Quando siamo molto coinvolti in quello che facciamo, è difficile superare i rifiuti, soprattutto se di natura personale. Tuttavia, come  imprenditore, preparati a ricevere anche brutte notizie, magari da un investitore, da un cliente o da un collega. Il segreto è gestire ogni singola situazione come una storia a se, continuare a ripensarci e voler a tutti i costi capire il perché è una perdita di tempo e, soprattutto, non ti permetterà di crescere ed acquisire esperienza.

domenica 12 gennaio 2014

5 migliori consigli degli startupper americani

Startupper AmericaniGli startupper americani condividono i loro segreti. A svelarli il sito americano Mashable.Leggiamo quali sono i loro 5 migliori consigli.1. Non avere paura di ciò che non sai
Ci sarà sempre qualcosa che non saprai e spesso sarai costretto a fare una scelta senza capirne pienamente le conseguenze. Impara a gestire queste situazioni, usando l’istinto. Senza avere paura».
(Aaron O’Hearn di Startup Institute)

2. Non tutto dipende da te

Il mio consiglio è di non darti troppa importanza. Insomma, non elogiarti troppo quando le cose vanno bene o colpevolizzarti quando vanno male. Ricorda: la fortuna gioca un ruolo importante nel successo di un progetto. Se riuscirai a distaccarti un po’ apparirai più umile e anche più sicuro di te».
(Ethan Austin di Give Forward)

3. Non parlare e basta, ma dimostra!

Molti startupper presentano la loro idea come rivoluzionaria senza poi riuscire a fornire prove sufficienti del perché lo sarebbe. Dovrebbero invece focalizzarsi sui risultati, anche minimi, che la loro startup è riuscita a conseguire. E raccontarli con autenticità».
(Shaun Johnson di Startup Institute)

4. Impara ad affrontare il rischio

Il migliore imprenditore non è chi cerca i rischi. Ma chi sa come limitarli».
(Rick Desai di Dashfire)

5. Trova il giusto equilibrio

La vita di uno startupper è caratterizzata dalla ricerca di tanti equilibri e raggiungerli o meno può fare la differenza: cerca consigli, ma tieni ben salde le tue convinzioni. Sii fiero di ciò che hai realizzato pur sapendo che non hai raggiunto la perfezione. Parla in modo diretto al tuo team, ma evita di essere troppo brusco. Non prenderti troppo sul serio, anche se pensi che la tua idea sia destinata a cambiare il mondo. Infine, non perdere mai di vista l’amore, gli amici e la famiglia. Checché se ne dica sono loro la cosa più importante».
(Jamyn Edis di Dash Lab)
Dall’America all’Italia. Anche i nostri startupper offrono i loro consigli. Puoi leggerli qui:
Da Millionaire

domenica 15 settembre 2013

“Da Google alla start up, lavoro nella Silicon Valley” - Molto interessante le differenze di mentalità messe in evidenza tra Italia e gli Stati Uniti. La Passione comunque è tutto !

All’inizio sembrava il paradiso dei lavoratori. Negli uffici italiani arrivavano leggende di giovani che trovavano investitori per realizzare le proprie idee, prati verdi accanto alle scrivanie, donne manager che riuscivano a essere perfette a casa e al lavoro. Negli ultimi tempi, però, sono arrivate le critiche. Il famoso spirito della Silicon Valley non convince più tutti.

Prima ci sono stati i dietrofront. Come quello di Marissa Mayer, ceo di Yahoo (assunta con un pancione di sei mesi), che ha detto stop a flessibilità e telelavoro. E quello di Google, che ha cancellato il benefit che permetteva ai dipendenti di dedicare il 20% delle ore lavorative a idee innovative (per intenderci: così è nata Gmail). 

Non sono mancate le inchieste giornalistiche che hanno mostrato come accanto alla struttura dei sogni di Googleplex, gli homeless (i senzatetto) siano cresciuti del 20%, e con loro vere e proprie tendopoli. Non ultimo, è arrivato il monito di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, prima a Google, che ha invitato le donne a darsi una mossa (il titolo del suo libro è Lean In, tradotto in Italia Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire), che ha denunciato sul New Yorker denunciando la cultura maschilista della valle.

L’ennesima critica è stata recapitata da Forbesnell’articolo “Why Silicon Valley’s Work Culture Is Killing Us”, “Perché la cultura del lavoro della Silicon Valley ci sta uccidendo”, che denuncia come con la storia del welfare aziendale e della flessibilità nella valle delle valli californiana «il lavoro sia diventato una religione e la vita privata qualcosa da schiacciare dentro». La proposta è quella di mettere delle regole. Come: “Non mandare email alle 10 di sera”.  

Ma davvero il modello Silicon Valley è in crisi e sta fallendo? «Non sono d’accordo», risponde da San Francisco Anna Gatti, alla guida di una startup per l’e-commerce dopo esperienze da manager tra Google, YouTube e Skype. Mamma e manager, lei la Silicon Valley la frequenta da quasi 15 anni. E dice: «Bisogna focalizzarsi mentre si è al lavoro e darsi una disciplina senza perdere tempo. Così non rinuncio alle cose importanti, come la cena con mia figlia. Almeno quattro vole alla settimana».

Come sei arrivata nella Silicon Valley e qual è stato il tuo percorso finora? 
Sono arrivata nella Silicon Valley nel 1999 per finire il programma di PhD iniziato in Bocconi all’università di Stanford, dopo una laurea in Economia aziendale all’Università Bocconi di Milano. Dopo un post-doc a Stanford, mi hanno offerto una posizione come ricercatrice all’Università di Berkley. Nel 2002 sono stata contattata dall’Onu per un lavoro a Ginevra, all’Organizzazione mondiale della sanità. Poi mi sono stancata di Ginevra, mi mancava lo spirito della Silicon Valley. Ho deciso di tornare. Mi hanno assunto a MyQube, fondo di venture capitalist che investe nelle startup. Dopo un paio di anni cercavo una esperienza più operativa. Ho fatto colloqui a Google e mi hanno assunto come capo di Consumer Operation International. Il passaggio successivo è a YouTube, come capo della parte internazionale di Online Sales and Operations. Dopo qualche anno, Skype, dove ero direttore di monetizzazione. Dopo che Microsoft ha comprato Skype, sono uscita e ho creato la mia startup, che si occupa di intelligenza artificiale per fare personalizzazione di e-commerce. È una bella sfida.

Cos’è lo spirito della Silicon Valley di cui parli? 
La Silicon Valley è un’area dove c’è la voglia di spingersi oltre i limiti. Davanti a un problema si cerca la soluzione migliore. Le persone si siedono e pensano “the best solution to any problem”. Ci sono persone disposte a parlare della tua idea, ad aiutarti a realizzarla. Non ci sono pregiudizi. Sai che puoi sperimentare. Non pensi “non ci provo se no faccio una brutta figura”. Se credi in qualcosa qui puoi farlo: “You can change the world”. La respiri per strada questa cosa. Qui è nata Tesla, qui ci sono le startup per le spedizioni nello spazio, il 3D printing del Dna.

Come vive una mamma manager nella Silicon Valley?
Sono soddisfatta per stile di vita, qualità e professionalità. Sono una single mother e mia figlia è completamente integrata nella mia vita. Lei viaggia con me per lavoro o piacere da quando aveva quattro settimane. Qui durante la gravidanza si lavora fino a due settimane prima del parto. A me non è pesato. Sono una manager, non faccio lavoro fisico di fatica. A YouTube ho preso una responsabilità maggiore con il compito di creare una una nuova funzione quando ero incinta di 7 mesi. Al colloquio di lavoro, dissi che avrei preso tutti e sei i mesi di maturità che Google offre (la legge americana garantisce sei settimane). E loro mi risposero che mi avrebbero aspettato. La mia bimba è nata il 18 febbraio, io ho lavorato fino al 7.

Come si organizzi la tua giornata lavorativa?
Devi essere molto focalizzata. In Italia si butta via molto tempo. Si prende il caffè con i colleghi e si perdono 15 minuti. Sono 15 minuti che toglierei al gioco con mia figlia. Bisogna aumentare l’efficienza, devi essere disciplinata, ci sono cose che voglio fare e le faccio. Non organizzo meeting di mattina prima delle 9 perché voglio accompagnare mia figlia a scuola. Allo stesso modo ho deciso che devo cenare a casa con mia figlia almeno quattro volte alla settimana. E lo faccio. Certo, c’è una tata che mi aiuta e che vive praticamente con noi. Ma sono molta rigorosa sul rispetto dei tempi, delle responsabilità e delle persone.

C’è chi ha scritto però che lo stile di vita della Silicon Valley ha fatto del lavoro una religione, a scapito della vita privata.
Non condivido quelli che criticano lo stile di lavoro della Silicon Valley, dicendo che il lavoro è una religione e la vita privata è solo qualcosa da incastrare dentro. Se voglio alle 10 di sera rispondo alle email, come chi scrive il post su Facebook prima di andare a letto. Se dalle 18,30 alle 21 non ho guardato assolutamente il computer perché ho voluto giocare con mia figlia, posso anche mandare una email alle dieci di sera. Ma non mi aspetto che mi rispondano alle 23. A Google si facevano dei meeting internamente per parlare di queste cose. Si diceva di non mandare le email a mezzanotte ai nuovi assunti, perché magari si sarebbero sentiti in dovere di rispondere subito. È una cosa di cui si discute sempre nelle aziende sane come Google. Questo modo di lavorare lo vedo più come un’opportunità che come un sacrificio. Ho lavorato nel team di Sheryl Sandberg, oggi direttore operativo di Facebook. Come italiana vedo enormemente la differenza tra l’Italia e la Silicon Valley. È una comunità che è nata su basi produttive e innovative. È un’area che nasce con il microchip.

In che modo si organizza il lavoro nella Silicon Valley?
Qui tutto si basa sulla performance. Gli orari di lavoro sono di otto ore, 9-18 o 8,30-17,30. Poi magari ci si ferma mezzora in più. Ma dopo le 18,30 è difficile che le persone siano in ufficio. Si possono avere meeting di lavoro alle 7,30 di mattina, anche per una questione di fusi orari. Quello che conta sono le performance e gli obiettivi. Ma la differenza fondamentale è un’altra. 

Quale?
Ma la differenza fondamentale è che qui il lavoro non è concepito come lavoro. Quello che tu fai non è lavoro, è la tua passione. Così come in una conversazione si può parlare di libri, cibo o viaggi, qui si parla dei progetti. Il business lo fai al barbecue. Così come un giornalista legge il New York Times alle dieci di sera, lo fa per lavoro o per passione? In Silicon Valley si trasferiscono le persone più ambiziose da tutte le parti del mondo. Qui c’è molto driver. Ci sono persone che vogliono migliorarsi. Io potevo fare benissimo la professoressa universitaria in Italia, come mi avevano proposto, invece sono volata qui. 

E il mito del welfare aziendale? È tutto vero?
Ho lavorato per aziende incredibili come Google. Ma ovviamente non tutte le aziende sono così. A Google nel mio ufficio c’era una piscina bellissima. Quando ero incinta, prima di lavorare facevo un’ora di nuoto. C’erano i miei colleghi che portavano i cani. Googleplex è il posto del welfare aziendale per eccellenza. 

Eppure, come ha ricordato anche Sheryl Sandberg, le donne nel top management sono poche. Così come gli ispanici. La Silicon Valley è davvero così meritocratica?
La Silicon Valley è meritocratica. Certo, resta ancora molta differenza tra uomini e donne. Ma rispetto all’Italia è il paradiso della donna per le opportunità professionali. In termini assoluti l’uomo ha più facilità. Questo secondo me è anche una tendenza biologica. Noi esseri umani siamo abbastanza isomorfi, rassicurati dai nostri simili. In un team di tre maschi, assumeranno piu’ facilmente un altro maschio perché pensano di capirlo meglio. Così come accade tra donne. Non c’è la parità. Ovviamente questi atteggiamenti si possono e devono cambiare. È un tema di cui si discute molto nella Silicon Valley. Questa situazione è dovuta sia al fatto che gli uomini ottengono una posizione di comando più facilmente, sia perché le donne non hanno imparato a negoziare con il capo gli aumenti, le promozioni. Quando si offrono posizioni di responsabilità a una donna, spesso pensa “se poi mi sposo, rimango incinta”, gli uomini no.  

@lidiabaratta - Linkiesta (www.linkiesta.it)