venerdì 1 novembre 2013

Un nuovo patto: gli Stati Uniti d'Europa

Jacques Coeuer, l’eroe del bellissimo L’uomo dei sogni di Jean-Christophe Rufin, è un figlio di artigiani che diventa l’uomo più potente di Francia. Inventa la finanza moderna, ma — anziché farne strumento fine a se stesso, di accumulo — la usa come leva per creare lavoro. Testimone di un passaggio d’epoca, dal Medioevo al Rinascimento, sceglie l’apertura e lo scambio contro una società europea immobile che ancora interpretava il rapporto con l’altro come crociata e chiusura. Al pari di Coeuer anche noi viviamo un’epoca «liminare», in bilico tra privilegio e progresso, tra passato e cambiamento. La parabola della crisi, in Europa e dell’Europa, bene sintetizza questa transizione.

Una transizione segnata da una prima cesura. È il whatever it takes di Mario Draghi. È il 25 luglio 2012. In una conferenza stampa destinata a farsi spartiacque della storia europea, l’ex governatore della Banca d’Italia rassicura il mondo e imercati: la Bce farà tutto il necessario per salvare l’euro. Tre parole per scongiurare il default degli Stati a rischio. Tre parole per «scrivere» il prologo della svolta.

Dai primissimi segnali di crisi a quella conferenza stampa è trascorso circa un quinquennio. Nelle stesso periodo si sono susseguiti 27 Consigli europei: quasi tutti infruttuosi. Fino al whatever it takes dinanzi al collasso dell’equilibrio tra finanza ed economia reale sono parsi saltare i convincimenti degli economisti e i cardini stessi dell’economia di mercato.

Nel frattempo l’onda, lontano,montava. Lametafora, benché abusata, racconta efficacemente quanto sarebbe avvenuto di lì a non molto. Urto devastante, smarrimento, inadeguatezza nella gestione dell’emergenza. Alla maniera dei cataclismi l’impatto in Europa è stato più forte laddove i sistemi erano più deboli. Di fronte a tutto questo abbiamo all’inizio contemplato le macerie. Come in attesa che il peggio passasse. Oppure come quando — e prendo in prestito le parole di Edmondo Berselli — ci si aspetta che «dal mare riaffiorino, roteando lentamente, i relitti di un naufragio».

Col tempo saremo forse in grado di capirlomeglio, questo naufragio. Le analisi, del resto, si moltiplicano. Massimo Gaggi ha illustrato, ad esempio, qui sulla «Lettura», le sfumature del dibattito pubblico americano sull’erosione del ceto medio, sul moltiplicarsi delle disuguaglianze, sul legame tra crisi, globalizzazione, tecnocrazia. Si chiede, Gaggi — ed è l’interrogativo centrale chemi ha indotto a scrivere questo intervento — quali siano i margini d’azione della politica. Semplicemente pregare che arrivi la ripresa, come rimprovera ai governi l’economista Stephen King, oppure «sporcarsi le mani», immergersi nella complessità di fenomeni epocali, assumere una volta per tutte la consapevolezza — per dirla con Tony Judt—che le disuguaglianze sono «corrosive»?

È vero: la disuguaglianza sgretola la società perché la fa marcire al proprio interno. E, come sostiene Vittorio Emanuele Parsi nel suo saggio sulla fine dell’uguaglianza, essa ha effetti devastanti sulla convivenza civile, minando alla base sia la democrazia sia ilmercato. Per questo l’ultima cosa che deve fare la politica, in Italia e in Europa, è rimuovere la realtà e rifugiarsi nelle scorciatoie, magari rispolverando antinomie ormai insufficienti come quella tra Stato e mercato. Non è più in discussione la preminenza dell’uno sull’altro. In discussione c’è la costruzione di un nuovo «canone» che dai relitti del naufragio della crisi sia in grado di recuperare l’unico pezzo davvero insostituibile — il nesso tra democrazia rappresentativa, economia di mercato, welfare — per renderlo compatibile con la trasformazione in atto nel mondo: con la rivoluzione tecnologica, con l’emersione di nuovi protagonisti dell’economia globale, con l’invecchiamento della popolazione.

A dispetto di tante ottime ricognizioni, da noi l’eco di questo dibattito globale arriva attenuata. Per le responsabilità — innegabili — della politica e per i limiti di tutto il sistema della rappresentanza. Ci tormentiamo, dividendoci, con la presunta contesa tra «princìpi» e «interessi», dimenticando che essi — come ci ha ricordato qualche tempo fa Eugenio Scalfari — viaggiano insieme. Perché i primi, senza ancoraggio alla realtà, sono velleità utopiche, mentre i secondi, in mancanza del senso di una missione condivisa, perpetuano il privilegio ed esasperano la polarizzazione della ricchezza.

Per quanto mi riguarda, non posso che ripetere e cercare di dimostrare con i fatti che l’unica strada per conciliare «valori» e «interessi» è costruire un «ponte» tra l’Italia della crisi e quella del dopo-crisi. Anche noi, come Coeuer e come l’Europa, siamo in una dimensione apparentemente scardinata tra passato e futuro: viviamo oggi gli strascichi (e le macerie) di un terremoto generatosi anni fa, e dunque nel passato, ma non viviamo ancora, e soprattutto non percepiamo, gli effetti di un processo già iniziato, l’uscita dalla crisi, destinato a manifestarsi compiutamente solo nel futuro prossimo.

Questo ponte deve essere solido e costruito con serietà, mattone su mattone. Questo ponte poggia su due piloni: la «stabilità» e la «comunità». La stabilità come cambiamento essa stessa, perfino come una rivoluzione in una democrazia, quale quella italiana, endemicamente incline alla provvisorietà e all’incertezza; valore in sé e condizione indispensabile per programmare gli interventi necessari a modernizzare il Paese, liberandosi finalmente dall’ossessione del consenso immediato, che impedisce qualsiasi cambiamento strutturale. E la comunità come risposta a una società frantumata e divisa tra pochi privilegiati e una sottoclasse fatta di persone lasciate sole e di «rassegnati» di tutte le età.

Il punto è che il nostro non è uno «Stato fallito», ma certo è uno «Stato fragile», da maneggiare con cura, alle prese con l’eredità di un debito pesantissimo, reduce da una crisi di fiducia prima di tutto in se stesso e poi suimercati internazionali, segnato da ferite molto profonde, ancora aperte, nella vita dei cittadini e anche nella propria cultura politica.

Un Paese incerto dove, a dispetto della retorica, le grandi riforme da fare qui e subito sono tanto facili da declamare a parole quanto complesse e faticose da attuare nei fatti. Un Paese dove sugli squilibri storici (sociali, geografici, tra generazioni) si sono sedimentate nuove e dilaganti forme di vulnerabilità e disagio. E il disagio, se inascoltato o malinteso, si trasforma in indignazione, l’indignazione in rabbia, la rabbia in conflitto sociale.

È questa l’equazione che Grillo e Casaleggio hanno intuito meglio e prima di tutti, precursori di una singolare miscela di populismo e illusioni da democrazia diretta. Una miscela che senza la duplice crisi, economica e politica, non sarebbe stata pensabile ma che trova oggi sorprendenti «gemellaggi» nelmondo. Cosa sarebbe stato lo shutdown brandito dal Tea Party negli Stati Uniti e fortunatamente superato se non un gigantesco, drammatico, V-day nella variante americana? Il trionfo della logica del conflitto su quella dell’interesse nazionale, la fine della comunità vissuta come insieme di persone unite da valori, interessi, storia, istituzioni.

È l’inverso di quella che, a mio parere, dovrebbe invece essere la prima lezione della crisi: il rifiuto delmetodo del conflitto e il recupero della «relazione» così come emerge da una lettura dell’Enciclica Caritas in Veritatefondata sull’homo relatus. La nostra comunità non può più concedersi il lusso di lasciare qualcuno indietro. E ciò non per un nostalgico afflato di egualitarismo omologante ma per necessità, direi per convenienza: per essere più forte e competitiva, per non pagare ancora il prezzo delle disuguaglianze che si allargano e divengono sempre più incolmabili, disegnando il profilo di una società bloccata, immobile, senza equità né speranza. Diseguaglianze che, come racconta Gaggi, rischiano di travolgere il cuore stesso dell’Occidente, quel ceto medio protagonista, in passato, di decenni di progresso ininterrotto e che oggi, per paradosso, proprio del progresso tecnologico rischia di pagare il conto più salato.

A ben vedere, c’è, in questa accezione di comunità e di relazione, anche molto del senso del whatever it takes di Draghi, nonché la sfida più ambiziosa che attende l’Ue nei prossimi mesi. Anche nell’Europa del dopo-crisi nessuno può rimanere indietro: vale per gli Stati membri in difficoltà, vale per le disuguaglianze tra Paesi e dentro i Paesi. Solo se l’Europa è realmente unita e solidale anche su questo può, richiamando le parole del capo dello Stato Napolitano almeeting di Rimini, evitare di finire «sommersa» dalle trasformazioni della contemporaneità. E solo così si può richiedere conmaggiore credibilità alle persone e agli Stati di rispettare le regole, di condividere le responsabilità, di essere aperti al confronto e alla competizione. Solo così, tornando a un’altra complessa transizione, si può passare dall’austerità alla crescita e anche, più in prospettiva, da un modello di welfare esemplare ma non più sostenibile a un paradigma di redistribuzione della ricchezza e del benessere nuovo anche se ancora da definire.

È l’Europa democratica da costruire. A partire dal completamento, effettivo senza più esitazioni, delle unioni bancaria, fiscale, economica, politica. Per farcela dobbiamo condurre una battaglia, appunto, politica: cedere — e far cedere — sovranità nazionale, per essere parte di una nuova sovranità sovranazionale, europea. Questa battaglia si vince democraticamente: dobbiamo persuadere i cittadini europei che dare vita all’unione politica non è avere nuovi vincoli, ma, al contrario, produrre politiche uniformi per il sostegno all’occupazione o dare possibilità di impiego e riconoscimento dei talenti oggi dispersi e frustrati. Gli europei, sì. Fare l’Europa è oggi «fare gli europei» e colmare così la distanza enorme tra l’europeismo convinto di intellettuali e politici e la vita reale dei cittadini. Significa battere i populismi con l’Europa «popolare», cioè col consenso dei popoli. Significa trovare risposte di governo. Per questo dobbiamo portare, come stiamo facendo, anche a livello europeo alcune priorità che ci siamo dati, in questi mesi, per il nostro Paese: lavoro, welfare, istruzione, ambiente, innovazione, agenda digitale.

Ci impegneremo su questo e lo faremo vivendo il semestre di Presidenza italiano dell’Unione come l’occasione per guidare il percorso verso il cambiamento. Lo furono, permotivi diversi, i semestri del 1985, col Consiglio di Milano che pose le basi per l’Atto Unico Europeo, e quello del 1990 che, con il Consiglio di Roma, spianò la strada aMaastricht. Oggi, se possibile, la posta in palio è ancor più alta. È l’opportunità, unica, di dare corpo e sostanza — magari con lo stesso spirito di Coeuer e fors’anche con la stessa leggerezza — al più grande progetto politico delle nostre generazioni: gli Stati Uniti d’Europa.

Enrico Letta




martedì 29 ottobre 2013

Il peccato nazionale. (É sempre colpa di qualcun altro)

«Non è mica colpa nostra! È lui, sono loro (a piacere Berlusconi, Prodi, la Sinistra, la Destra) che hanno ridotto il Paese così». La grande maggioranza degli italiani è ormai consapevole della gravità della situazione in cui ci troviamo, avverte che a questo punto solo scelte coraggiose e magari anche impopolari, solo drastiche rotture rispetto al passato possono allontanarci da quel vero e proprio declino storico che altrimenti ci attende. Ma questa maggioranza è tenuta in ostaggio da quel grido lanciato di continuo dalla minoranza disinformata e settaria dell’opinione pubblica: «Non è colpa nostra! È colpa di altri». Un grido, un giudizio intimidatorio, che ha il solo effetto politico di dividere, di impedire quel minimo di accordo generale sulle responsabilità passate e perciò sulle decisioni audaci di cui c’è tanto disperato bisogno. Contribuendo così a rendere la soluzione della crisi ancora più lontana.

Invece bisogna convincersi - a destra come a sinistra - che non è «colpa loro». Della situazione drammatica in cui si trova l’Italia è colpa nostra, è colpa di tutti, sia pure, come si capisce, in grado diverso. La politica, i politici, per esempio, hanno certamente responsabilità primaria perché alla fine è la politica che decide. Ma in realtà la vera colpa della politica nel caso italiano è stata soprattutto quella di non avere alcun progetto, alcuna idea; e se l’aveva di non essere stata capace di realizzarla. Di non aver fatto. Per esempio di non essere stata in grado di opporsi alle richieste caotiche e spesso alle pretese (nonché ai vizi antichi) della società italiana. E quindi di aver scelto ogni volta la soluzione più facile e più demagogica: che naturalmente era quasi sempre anche la meno saggia e la più costosa per l’erario. L’Italia insomma è stata per un trentennio la scena di un grandioso concorso di colpe: tra i partiti e la politica da un lato, e dall’altro gli italiani e - elemento non meno importante - le élite economico-burocratiche che di fatto hanno anch’esse (eccome!) governato il Paese.

Oggi, insomma, paghiamo per errori e omissioni che rimontano indietro di decenni. La nostra crisi odierna viene da lontano. Viene dal consenso ricercato da tutti - sì da tutti, dalla Destra come dalla Sinistra - ricorrendo alla spesa pubblica. Viene da centinaia di migliaia di pensioni di invalidità elargite a chi non le meritava, e in genere da un sistema pensionistico che per anni ha consentito a decine e decine di migliaia di italiani di destra come di sinistra di andare in pensione con un’anzianità ridicola; viene da troppi lavori pubblici decisi da amministrazioni di ogni colore e costatati dieci volte il previsto; da troppi posti assegnati in base a una raccomandazione (solo agli elettori del Pdl? Solo a quelli del Pd?). Viene da troppi organici gonfiati per ragioni clientelari ad opera di tutte le pubbliche amministrazioni; da troppi investimenti sbagliati, rimandati o non fatti dagli imprenditori e dalla loro propensione a eludere le leggi; dalle troppe tasse evase da commercianti e professionisti (davvero tutti di destra o tutti di sinistra?); viene dalla troppa indulgenza usata nella scuola e nell’università, dall’aver accondisceso a tante illegalità specie se potevano (non importa con quale fondamento) invocare ragioni «sociali» (vedi le «occupazioni» di ogni specie); da una miriade infinita di piccoli abusi quotidianamente praticati e tollerati - per esempio nell’edilizia, nell’urbanistica, nella circolazione, nella raccolta dei rifiuti - che tutti insieme hanno rovinato e spesso reso invivibili le città e il paesaggio italiani. Da tutto ciò viene la nostra crisi: da questo multiforme sfilacciamento del tessuto collettivo, da questa indifferenza al senso della realtà. Chiamarsene fuori facendo sfoggio di virtù e cercare un capro espiatorio nella parte politica che non ci piace testimonia solo di una cieca faziosità.

È quella stessa faziosità propria della minoranza settaria che tiene in ostaggio anche il discorso pubblico del Paese e si manifesta nell’irrefrenabile pulsione a trovare complici del male specialmente nella stampa: in chi scrive nel modo che essa non gradisce. Sempre rivolgendo la sua ossessiva domanda inquisitoria che suona: «Ma voi dove eravate quando A faceva questo?», «Che cosa avete scritto quando B diceva quest’altro?». Domande inquisitorie che naturalmente contengono già dentro di sé la risposta, dal momento che secondo questi accusatori - che credono di ricordare tutto e invece non ricordano nulla - la stampa che a loro non piace avrebbe sempre chiuso gli occhi, sempre taciuto, finto di non vedere, e suonato la grancassa in onore del Potere.

Se avesse senso verrebbe da rispondere: «Fuori le prove!». In realtà una tale accusa è solo il segno della superficialità disinformata e settaria, unita al moralismo aggressivo che ci hanno regalato gli anni della Seconda Repubblica. La superficialità e il moralismo che portano a credere che chi non si proclama preliminarmente contro vuol dire che allora è necessariamente a favore; che l’unico commento possibile a qualsiasi cosa che non piaccia debba essere la maledizione. Che rifiutano visceralmente l’idea che capire e analizzare è più importante - e soprattutto più utile al lettore - che non aizzare o capeggiare una tifoseria. Alla domanda «Dove eravate quando...?» la risposta dunque è: eravamo dalla parte di questa idea dell’informazione e del giornalismo. Di certo ve ne possono essere legittimamente, e ve ne sono, delle altre. Ma ancora più certo è che non sarà con le filippiche ossessive, con le cacce all’untore né con le autoassoluzioni a buon mercato, che l’Italia riuscirà a correggere i mille sbagli commessi. Che essa riuscirà a costruire quel minimo di accordo su quanto è realmente successo nel suo passato senza il quale non può esserci speranza alcuna di un futuro. 

Ernesto Galli Della Loggia - Corriere della Sera


sabato 26 ottobre 2013

Facebook, utenti più interessati allo svago che alle notizie. L’infografica

Facebook, utenti più interessati allo svago che alle notizie. L’infografica
Se cerchi notizie non vai su Facebook. Per lo meno è quello che fa la maggioranza degli utenti americani. Lo afferma il Pew Research Center, che tra il 21 agosto e il 2 settembre 2013 ha condotto uno studio sul ruolo del social network più popolare al mondo nelle news.

Di solito sono le notizie a trovare noi, pubblicate sulla timeline da qualcuno dei nostri amici o dalle testate giornalistiche che seguiamo. Il 78 per cento degli utenti che ha dichiarato di leggere news su Facebook lo fa come azione collaterale. Il 64 per cento di loro clicca su un link per approfondire la notizia appena “qualche volta”. Solo il 16 per cento lo fa “spesso”. Competere con gli aggiornamenti di status di amici, parenti e conoscenti non è facile per le notizie.

Ma lo studio del Pew afferma che gli utenti interessati all’informazione sono in maggioranza persone giovani che usano molto smartphone e tablet. Potenziali clienti, ideali per prodotti editoriali ben calibrati, che apprezzano la “news experience” sul social network: i due-terzi di loro tornano su Facebook più volte al giorno, mentre solo il 29 per cento di chi ha dichiarato di non leggere news sul social lo fa.

Inoltre chi condivide notizie attraverso il suo profilo ha cinque volte in più la possibilità di leggere un titolo di un’ultima ora condivisa e sei volte in più la possibilità di cliccare su “mi piace” rispetto al resto degli utenti. Insomma, le persone interessate all’informazione quando sono su Facebook sono poche, ma molto determinate.

domenica 13 ottobre 2013

Superitalia - La nostra economia è ancora in prima fila sui mercati esteri

Telecom Italia, Alitalia e governo contemporaneamente in bilico, tutti insieme appassionatamente. E banche sempre più stremate dalla crisi e dalle sofferenze. Intanto molti piccoli e medi imprenditori lombardi vanno a Chiasso ad ascoltare le sirene delle autorità svizzere che li invitano a delocalizzare i loro investimenti. Ce n’è abbastanza da essere scoraggiati. In più, la crescente divaricazione tra la vivace competitività delle imprese italiane, misurata dai positivi risultati meritoriamente ottenuti sul campo, e all’opposto le condizioni di contesto in progressivo peggioramento del sistema paese in cui le aziende si trovano a operare (costi dell’energia, burocrazia, incertezza del diritto, rigidità del mercato del lavoro) è tale da creare una enorme confusione. Una confusione che serpeggia persino fra gli addetti ai lavori, ma che ovviamente tende a diventare massima tra la gente comune, ingenerando nell’opinione pubblica interna, bombardata da dati contraddittori su cui tuttavia tendono a prevalere quelli negativi, un cronico stato di pessimismo e frustrazione. Mentre tra gli osservatori e gli investitori stranieri è sempre più diffusa la pericolosa sensazione, alimentata dalle stesse rappresentazioni apocalittiche che gli italiani danno della loro economia, che il nostro Paese sia entrato in una crisi strutturale senza vie d’uscita. Tutto ciò con grave detrimento per la nostra immagine internazionale e per l’attrattività degli stessi titoli di stato, il cui spread viaggia ormai testa a testa con quello della Spagna.

È su questo sfondo che si è venuta ingigantendo la tesi del «declino» irreversibile dell’Italia, supportata principalmente dall’evidenza che il pil italiano da tempo cresce molto poco (o addirittura è arretrato, come negli ultimi cinque anni) e dal proliferare di indicatori e analisi che «spiegano» tale scarsa crescita principalmente con la mancanza di competitività, ignorando altre e ben più importanti cause, a cominciare dalla pluriennale stagnazionedella domanda interna e dalla perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Questo stato di cose rende di difficilissima lettura la stessa diagnosi dei mali odierni della nostra economia, col rischio che vengano formulate ricette non appropriate per porvi rimedio.

La messa a fuoco del problema della competitività italiana è stata inoltre complicata negli ultimi 15 anni da due avvenimenti epocali: la crescente concorrenza dei paesi emergenti portata dalla globalizzazione, che nel primo quinquennio del nuovo secolo ha fortemente pesato sull’andamento dei nostri settori manifatturieri più tradizionali (moda e arredo), e la grande crisi mondiale cominciata nel 2008, che ha inferto un colpo durissimo, soprattutto nel biennio 2012-13, alle finanze pubbliche e ai nostri consumi interni.

La combinazione di questi due avvenimenti e dei loro effetti negativi ha però mascherato due tendenze molto positive, che si collocano in senso opposto a quella del declino. La prima tendenza positiva è che l’Italia ha profondamente modificato la sua specializzazione internazionale, modernizzandola notevolmente. Infatti, il nostro Paese, pur riducendo la sua presenza nelle produzioni tradizionali a più basso valore aggiunto del tessile-abbigliamento, delle calzature o dei mobili, si è rafforzato nei segmenti a più alto valore aggiunto degli stessi settori. Contemporaneamente l’Italia si è specializzata sempre di più nella meccanica-mezzi di trasporto, che oggi rappresenta di gran lunga il settore più importante e dinamico del made in Italy.

La seconda tendenza che va evidenziata è che, mentre la recessione mondiale e l’austerità resasi necessaria per l’aggiustamento dei conti pubblici facevano cadere pesantemente la nostra domanda interna, e con essa pil e occupazione, le imprese italiane esportatrici registravano all’opposto eccellenti performance sui mercati internazionali, nonostante un euro ben più forte della lira di un tempo. E oggi centinaia di imprese italiane sono leader di nicchia a livello mondiale per esclusivi meriti propri e non del cambio, generando decine di miliardi di euro di surplus commerciale dalle macchine per l’industria ai rubinetti, dagli yacht agli elicotteri, dai segmenti di lusso delle calzature, degli occhiali, dell’abbigliamento e dell’arredamento alla refrigerazione commerciale, dai vini ai prodotti dell’alimentazione mediterranea. Sta di fatto che il fatturato estero dell’industria italiana, superato il difficile 2009, ha continuato a tirare, mentre sul mercato interno domanda e produzione crollavano per ragioni che, per chi vuole capire come stanno davvero le cose, nulla hanno a che vedere con la competitività. Infatti, secondo stime dell’Eurostat, fra l’ottobre del 2008 e il giugno del 2012 il fatturato estero dell’industria italiana è cresciuto più di quello tedesco e francese.

Contro l’idea di una catastrofe irreversibile della nostra economia, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Unioncamere presenteranno nei prossimi giorni un manifesto, intitolato «Oltre la crisi. L’Italia deve fare l’Italia», sottoscritto anche dai presidenti di molte associazioni produttive e territoriali. Per lanciare un appello contro la rassegnazione dilagante, per ritrovare un po’ di orgoglio nazionale e invitare le forze politiche a porre gli interessi del Paese davanti a tutto, mettendo finalmente le imprese dell’industria, del turismo e dell’agricoltura nelle condizioni di esprimere tutto il loro straordinario potenziale.

Basti pensare che nel 2012 l’Italia è stata tra i soli cinque paesi al mondo, assieme a Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud, a presentare un saldo commerciale con l’estero per i manufatti industriali superiore ai 100 miliardi di dollari. Abbiamo la più alta produzione in valore dell’Ue nei prodotti vegetali ed orticoli e il più alto numero di pernottamenti di turisti extra Ue. Nel 2011, su 5.117 prodotti in cui si può suddividere al massimo livello di disaggregazione statistica il commercio mondiale, l’Italia ha fatto registrare ben 946 casi in cui è risultata prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero, per un controvalore di 183 miliardi di dollari. Sempre nel 2011 l’Italia ha presentato un surplus commerciale con l’estero superiore a quello della ipercompetitiva Germania in 1.215 prodotti, che hanno generato un attivo commerciale di 150 miliardi di dollari. Il made in Italy non è condannato al declino. Ce la può fare.


Marco Fortis (http://economia.panorama.it/aziende/dove-italia-economia-vince) Panorama


sabato 12 ottobre 2013

Un sogno

Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande.

Adriano Olivetti

martedì 1 ottobre 2013

La sosta per la mente che ci manca

NELLA STORIA IL SENSO DELLA DOMENICA, DAL RITO DEL SOLE ALLA FESTA DEDICATA AL SIGNORE, AI RITMI SENZA PAUSE DI OGGI

Siamo preoccupati per la sedentarietà, ma dovremmo pensare alla immobilità e alla stanchezza del pensiero. Per questo la domenica, come spazio di meditazione, è una urgenza contemporaneaServe un giorno dedicato all'Uomo, un tempo per guardare «oltre»

Nella Roma antica si celebrava il dies solis il «giorno del Sole» in onore della stella che dà la vita e che rappresenta certamente la prima divinità della antropologia, della storia dell'umanità. Al Sole Roma ha dedicato anche il riposo settimanale su decisione di Costantino presa nel 321. Quando il Cristianesimo diventa religione di Stato questi significati passano al dies dominicus «il giorno del Signore». Lo proclama ufficialmente Teodosio I nel 383. La domenica, come festività settimanale dedicata al Signore, è diventata da allora il riferimento per l'Occidente, anche se alcune lingue mantengono la vecchia espressione: per l'inglese la domenica è il Sun-day, per il tedesco il Sonn-tag. 

Dopo dunque più di 17 secoli viene spontaneo chiedersi se abbia ancora senso il giorno del riposo, sia pure dedicato a Dio, quando la società è mutata radicalmente e i bisogni dell'uomo hanno subito una vera metamorfosi. Basterebbe notare che il tempo presente pone drammaticamente il bisogno di lavoro per interrompere una inattività forzata dalla disoccupazione, basterebbe ancora guardare alla diffusione del jogging, delle marce, delle ginnastiche che tendono a rispondere alla preoccupazione di muovere il corpo che tende a rimanere immobile, fissato davanti agli strumenti digitali e alla televisione. La nostra è una società sedentaria e per la tecnologia, la muscolatura, su cui si fondava la forza, ha acquisito un significato soltanto per la bellezza. Ebbene, io credo che la domenica come tempo del riposo sia fondamentale oggi non per il corpo ma per la mente, che è la vera forza del tempo presente. E a preoccupare è la immobilità della mente, la stanchezza del pensiero, la rinuncia persino a porlo come controllore delle pulsioni. La nostra società è dominata da un empirismo estremo, da un agire che porta a scegliere senza una valutazione critica, come se anche le scelte dovessero tenere conto dell'immediato, del hic et nunc, come se il tempo che passa fosse il protagonista della nostra «fortuna» e lo si dovesse «prendere al volo».Serve un tempo per meditare, non solo sulle scelte del quotidiano, ma sul significato stesso dell'agire e del nostro essere nel mondo. 

La nostra società ha perso la dimensione della introspezione, del guardarci dentro, del rapporto con la fragilità umana, con i limiti che sono parte del nostro stesso essere nel mondo: le malattie, la morte. Ungaretti in un bellissimo verso descriveva l'uomo «attaccato nel vuoto al suo filo di ragno». In un'epoca poi in cui domina il potere dell'uomo sull'uomo, dell'homo homini lupus; in cui il denaro sembra aver preso il posto dell'ossigeno di cui abbiamo bisogno per respirare, è tempo di dedicare un giorno al senso dell'uomo e della società in cui viviamo, e certo dall'uomo e dai suoi limiti si arriva anche al Dominus, al Signore, qualsiasi sia il significato che gli si può dare. Senza la meditatio mortis si rischia di sentirsi immortali, come se il dio avesse il volto umano e di quell'uomo. Ecco, serve un giorno per pensare, magari insieme ad altri, un pensiero comunitario, e serve un tempo per guardare anche al cielo: Schiller ne «L'Inno alla gioia» diceva di cercare nel cielo perché da qualche parte si trova Dio. 

Albert Einstein poi scriveva «la nostra mente limitata è in grado di intuire che una misteriosa forza muove le costellazioni... Le leggi della natura manifestano l'esistenza di uno spirito immensamente superiore a quello dell'uomo e di fronte al quale noi con le nostre modeste facoltà dobbiamo essere umili» (vedi in Vittorino Andreoli, Il Gesù di tutti. Piemme, 2013 pag.534).E di fronte a questi pensieri «domenicali» viene persino voglia di pregare il Dio che c'è e che forse non c'è. Si percepisce il bisogno di inginocchiarsi per far si che l'uomo non divenga un mostro. La domenica come giorno dell'Uomo e al contempo di Dio, poiché meditando sull'uomo ci si accorge di immaginare un non-Uomo, Dio. Ed è curioso che nei Vangeli Gesù si definisca ora Figlio dell'Uomo ora Figlio di Dio (ibidem, pag.332).Augurando un «buon riposo» non penso al sonno ma ad una veglia in cui la mente penetri il mistero di quel frammento di universo che ha i colori dell'umano.

Vittorino Andreoli - Corriere della Sera

mercoledì 18 settembre 2013

La ripresa c’è, ma non per tutti dura selezione tra le imprese più soldi, niente assunzioni

Se questa fosse una guerra, un’impresa come quella di Tatiana Roberti andrebbe definita una creatura dei tunnel. Venivano chiamati così i figli dei Vietcong nati nei cunicoli scavati dai soldati per evitare i bombardamenti: per anni non videro mai la luce del sole, eppure crebbero lo stesso. Tatiana Roberti e suo marito Cristian Gatto hanno fondato la loro azienda nel 2007 in uno dei tanti capannoni dismessi che si trovano a Castelfranco Veneto, in provincia di Treviso.

Non sanno neanche cosa significhi fare gli imprenditori in tempi normali. Dall’inizio sono subito scesi nei tunnel per resistere ai colpi della recessione, che in questo caso significa un feroce controllo dei costi e massima specializzazione. Così la loro impresa di arredamento di spazi commercia-li, vetrine e showroom ha continuato a guadagnare per sette anni su sette, mentre l’economia italiana crollava del 9 per cento.
Ora però sta succedendo qualcosa di nuovo. Tatiana Roberti, 37 anni, nota nell’aria un fenomeno a lei quasi sconosciuto: «C’è movimento in giro », dice. Difficile spiegare in cosa consista, se non per un particolare: per chi ha resistito in questi anni – sostiene - sta diventando più facile riscuotere la fiducia dei committenti. La grande recessione ha selezionato i più coriacei, gli innovativi e magari anche chi ha avuto la buona sorte di non incappare nei ritardi di pagamento dello Stato. Molti degli altri hanno dovuto soccombere o si sono ritratti nelle loro nicchie. I più produttivi ora hanno finalmente lo spazio che cercavano. Forse è una ripresa darwiniana, ma per alcuni funziona. «Molti artigiani che non erano specializzati come noi non ci stanno più facendo concorrenza», spiega Tatiana Roberti. Lei sa cosa significhi stringere i denti e resistere. Mentre portava la sua impresa da 700 mila euro di fatturato a 1,8 milioni nel 2011 e 1,4 nel 2012, cercando di non superare mai i dieci dipendenti e affidandosi a collaboratori e consulenti, faceva anche altro. Ha avuto un figlio, spesso affidato ai nonni, e nel frattempo per cautela ha continuato a lavorare come dipendente in un’altra impresa. Tre vite in una aspettando che passasse la crisi.


Più difficile dire quando questo spicchio di buone notizie inizierà a vedersi anche nei grandi numeri del Paese. Per adesso in Italia si è visto solo un attutirsi della caduta, mentre nel complesso la zona euro ha festeggiato l’uscita dalla recessione con il secondo trimestre di quest’anno. Fra aprile e giugno la Germania è cresciuta dello 0,7 per cento, la Francia dello 0,5%, la Spagna ha avuto un segno meno di 0,1% e l’Italia è scivolata dello 0,3%. Non sarebbe niente da cui trarre conforto, se gli andamenti degli ultimi due anni non fossero stati ancora peggio.
In effetti non mancano i segnali che in autunno potrebbe essere finita la recessione più profonda mai vissuta dall’Italia in tempo di pace. Sulla base degli indici sul settore manifatturiero, il Centro studi di Confindustria ci crede. Gli investimenti sono scesi dell’1,1% nel secondo trimestre, ma è un passo avanti dopo il collasso dell’11% sul trimestre precedente; l’export è salito del 4,8%, dopo una caduta dell’8,2% fra gennaio e marzo (tutte variazioni trimestrali in ritmo annuale).
In sostanza la Cina sta tenendo meglio del previsto e la ripresa americana prosegue, dunque il made in Italy ha più compratori di prima. 

È in buona parte per questo che le imprese rimaste in vita, dopo un crollo di un quarto della produzione industriale, cercano di uscire dai tunnel e rinnovare le macchine per cogliere l’occasione.
Di recente per esempio la Pregia di Castelfranco, l’azienda di Tatiana Roberti, ha rifatto l’intera linea espositiva in Cina di un grande gruppo italiano dell’abbigliamento.
«È importante che questo miglioramento si sia registrato già prima dei pagamenti degli arretrati della pubblica amministrazione - osserva la banca Jp Morgan in un rapporto sull’Italia – adesso le entrate alzeranno molto la domanda e la fiducia delle imprese». Giovanni Bossi inizia a vederlo a Mestre, dov’è amministratore delegato di Banca Ifis. Il suo istituto compra crediti dalle imprese per riscuoterli e da luglio nota un’accelerazione. «Settembre di solito era un mese calmo, ma quest’anno sta andando eccezionalmente bene », osserva Bossi. I flussi di pagamento dello Stato si sono moltiplicati per sette, meno imprese debitrici saltano le rate di fine mese, mentre molte altre cercano di vendere i loro vecchi crediti per poter avere liquidità da investire subito. Morgan Stanley, un’altra grande banca americana, stima che in un anno il versamento degli arretrati dello Stato possa portare all’Italia mezzo punto percentuale di crescita in più. In altri tempi sarebbe stato un dettaglio statistico, oggi no.
C’è però chi non beneficerà di queste somme che, peraltro, sarebbero dovute da tempo. 

A Borgoricco, un’altra frazione del padovano, c’è un’altra azienda di una giovane coppia che ha resistito nei tunnel della recessione. Si chiama New Ecology e offre servizi ambientali, ma ha smesso da tempo di lavorare con commesse pubbliche. «Non ci possiamo permettere di correre il rischio di essere pagati con tanto ritardo», osserva la 39enne amministratrice Maria Dolores Nalesso. Anche lei in questi mesi si è trovata a decidere se comprare i portafogli clienti delle aziende che non ce l’hanno fatta e ora vede qualche occasione in più. Ma la sua esperienza le suggerisce che all’Italia qualche fermento di ripresa non basta, perché le trappole per le imprese sono ovunque. Il mese scorso si è accorta che per una falciatura d’erba lungo la ferrovia, un lavoro da tre giorni, deve investirne sei in licenze ammini-strative. Fra Imu, Irpef, Ires e Iva, il 70% del fatturato se ne va in tasse. E benché anche lei abbia aumentato l’efficienza e ridotto i costi, osserva, «ormai siamo all’osso ».
Con i sessanta dipendenti ha stretto un patto: nessuno finirà in cassa integrazione, ma tutti devono dare il massimo anche se i salari arrivano con dieci giorni di ritardo. «Come fa a girare il denaro – si chiede Nalesso – se i nostri clienti non sono sostenuti dalle banche? ».


La sua domanda grava sull’intera economia italiana. Gli ultimi rilevamenti della Banca d’Italia mostrano che il credito alle imprese e alle famiglie continua a contrarsi, le sofferenze bancarie crescono e i tassi d’interesse su molti prestiti salgono. Nessuna ripresa è mai durata a lungo senza credito per comprare macchinari o beni di consumo. L’Italia non soffre più dello stress finanziario acuto di un anno fa, ma le spie del disagio non mancano.
I dati di Target 2, il sistema di pagamenti della Banca centrale europea, mostrano che in agosto le banche italiane hanno fatto ricorso all’ossigeno dell’Eurotower più che in luglio. La posizione debitoria della Spagna in Target 2, benché maggiore, cala molto più in fretta: è come se intorno all’Italia oggi permanesse un alone di sospetto.

Morgan Stanley, nel suo ultimo rapporto, sostiene che quel che manca è il senso di direzione. Secondo la banca il cosiddetto “potenziale di crescita”, il ritmo a cui il paese può normalmente procedere, resta poco sopra lo zero. «La stabilizzazione rischia di non diventare vera ripresa senza misure per affrontare le molte deficienze dell’economia», scrive Morgan Stanley. «Ma un sistema politico instabile rende difficili le riforme di sostanza».
A Castelfranco Tatiana Roberti non ha neanche il tempo per chiederselo. Potrebbe investire, assumere e crescere ancora, riconosce, ma si guarda bene dal farlo: non ci sono certezze sul credito, né sui costi del sistema Italia. «Ci siamo impegnati tanto. Ma finché la situazione resta così, chi si fida a esporsi di più?».

Federico Fubini - La Repubblica - Le scommesse dell'economia


domenica 15 settembre 2013

Alimentare e farmaceutico già fuori dal tunnel la fiducia torna a crescere

Alimentare e farmaceutico hanno già il segno più nei primi sei mesi dell’anno. Il turismo sta archiviando un’estate ancora in passivo ma di poco, e comunque l’atteso tracollo non c’è stato, anzi. La ripresa sta arrivando e anche se tutti, economisti, manager e imprenditori sottolineano la prudenza, la luce in fondo al tunnel si sta facendo sempre più forte. Gli indicatori che misurano il grado di fiducia di famiglie e imprese volgono in su, gli ordini stanno riprendendo, l’export continua a tirare, il saldo commerciale positivo si consolida anche con il risveglio delle importazioni e Prometeia ha appena firmato una previsione per il terzo trimestre che si chiuderà a fine mese con un Pil che torna in positivo dopo 43 mesi. 
Il primo soffio di primavera, dopo anni di gelo, è arrivato da due settori anticiclici come alimentari e farmaceutici, le cui imprese, nel primo semestre di quest’anno hanno registrato un aumento del fatturato, contro una media dell’industria che rimane pesantemente negativa. A inizio estate la timida ripresa europea ha fatto da traino ad un miglioramento di comparti che avevano subito un crollo l’anno scorso: elettronica, elettrodomestici e, in parte, i mobili. Qualche segnale di assestamento arriva anche dall’auto, la cui caduta di immatricolazioni, in Europa come in Italia, sta rallentando, ma soprattutto dai beni intermedi che sono settori che
normalmente anticipano l’avvio della ripresa economica. Nessuno sa se si tratti di una rondine che volerà decisa, o di semplici segnali di un’inversione di tendenza: “Sono settori che fanno da pivot alla ripresa dice Prometeia - ma anche molto sensibili ai bassi livelli di magazzino raggiunti e alla necessità di ricostituire le scorte. Ma i timidi miglioramenti nei settori di beni di investimento come meccanica ed elettrotecnica fanno ben sperare”. A livello di dati generali c’è però una certezza acquisita: quel minimo, quel maledetto pavimento che tutti aspettavano da quasi due anni, è stato toccato tra maggio e giugno di quest’anno. E’ qui che sembra finire una delle cadute dell’economia più dolorose del secondo dopoguerra: una recessione che non ha eguali nemmeno in quelle che seguirono lo shock petrolifero. Dei settanta mesi passati dall’agosto 2007, 43 sono in contrazione 26 in crescita. Il Pil perso è pari al 4,3 tra il 2011 e il 2013, che si somma ai 7,2 del 2008-2009, quando nelle crisi petrolifere e valutarie del 1992-93 e del 1974-75 si oscillò tra l’1,5 e il 3,8. La fase di espansione, durata poco più di due anni, ha visto una crescita modesta, al contrario di quanto avveniva negli anni passati. Si capisce quindi perché ogni stormir di fronde nei dati viene accolto con liberazione, quasi fosse la fine di un incubo. Una produzione industriale che ricomincia ad alzare la testa, un clima di fiducia tra i consumatori e le imprese che non è più così cupo. Un risveglio della domanda di mutui da parte delle famiglie. Una qualche stabilità finanziaria che fa presagire un allentamento della pressione sul credito. 

E infine i dati dell’andamento del Pil che mostrano una discesa che va rallentando, tanto che Prometeia, nella sua ultima previsione stilata venerdì scorso, prevede un terzo trimestre già positivo e una discesa del Pil per l’intero 2013 che si fermerà a meno 1,6%. L’ultimo rapporto di Ref Ricerche spalma sul 2013 un miglioramento di 0,3 punti nel Pil per quest’anno (-1,6% contro un -1,9% prima previsto) e stima un 1% di aumento per l’anno prossimo (anziché lo 0,8%). Sono dati misurati al decimo, sottoposti a mille distinguo come ad esempio il fatto che l’Istat ha cambiato metodi di rilevazione del clima di fiducia di imprese e consumatori e gli indici hanno avuto un improvviso balzo - e che vengono commentati a corrente alternata tra chi plaude all’arrivo della prossima ripresa e che chi sottolinea il modesto presente: «Per ora è migliorata solo la derivata seconda della funzione, cioè stiamo scendendo… più piano» commenta Giacomo Vaciago presidente di Ref Ricerche che pure nella sua nota congiunturale prospetta una fine anno più positiva e la stabilizzazione della caduta dei beni di consumo durevoli a partire dall’auto, segno che ormai si è toccato il fondo e anche qui. A trainare il miglioramento produttivo sono stati due fattori. Da un lato la ricostituzione delle scorte, scese a livelli bassissimi, e che è stata spinta dalla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime; dall’altro la vitalità, ormai acquisita, delle nostre esportazioni. L’export italiano non ha mai smesso di crescere in questi anni riuscendo a recuperare in valore i livelli di vendite del 2007. Tra il 2011 e il 2012 l’Italia ha fatto meglio dei concorrenti europei, nei primi mesi del 2013 i risultati sono migliori di quelli di Francia e Germania che hanno avuto una flessione del 3% dei valori esportati. «Abbiamo guadagnato quote di mercato nell’alimentare, nella farmaceutica che, grazie al confezionamento, finisce per produrre per il mercato europeo, nei beni di largo consumo come la detergenza, in cui l’Italia è un hub mondiale» dice Andrea Dossena di Prometeia. «Certo l’esportazione fa miracoli, la Russia non ha mai smesso di comprare beni come le calzature, i Bric si stanno riprendendo, la nostra meccanica va meglio e si ricomincia ad esportare in Germania. Il turismo non va male: l’Italia è il primo Paese europeo per pernottamenti di russi e cinesi. Ma la domanda interna è fiacca, non ce la fa a trainare la nostra capacità produttiva», dice Marco Fortis di Fondazione Edison. E non solo per motivi di quantità: «Siamo di fronte ad un cambiamento di lungo termine: si comprano pochi beni tradizionali, scarpe, vestiti. Le classi giovani consumano per lo più elettronica e informatica. La popolazione invecchia e le classi più avanzate più che beni chiedono servizi. Insomma la ripresa rischia per lo più di aumentare le importazioni e alimentare il commercio più che il nostro sistema produttivo». Il segno che la domanda interna è ancora debolissima sta nel miglioramento netto della nostra bilancia commerciale dovuto, oltre che all’aumento dell’export, anche alla sostanziale stabilità delle importazioni. Ma una ripresa basata solo su di esse non sembra essere sufficiente: «Neanche al Nordest dove molte aziende vivono di mercato interno e si sta ancora di più polarizzando il sistema produttivo», dice Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest. «Rischia di essere troppo lenta e allagare la spaccatura a metà del Paese tra Nord e Sud», dice Innocenzo Cipolletta. Si scruta, nella speranza di un risveglio, quel mercato della casa e quel settore delle costruzioni che, con la sua caduta, aggravata dalla crisi creditizia, ha trascinato nel baratro anche tutto un settore produttivo determinante per l’industria italiana come quello dell’arredo: tra il 2007 e il 2012 dal legno agli elettrodomestici, dai mobili ai serbatoi si registrano perdite di fatturato che oscillano tra il 15 e il 25%. 

Le esportazioni hanno in qualche modo aiutato a evitare il peggio, i provvedimenti di agevolazione del governo si spera diano risultati. «La fase critica dell’immobiliare sembra essere alle spalle - dice Luca Dondi di Nomisma - c’è un’aspettativa di ripresa timida sulle compravendite, dovuta alla stabilizzazione del credito e alla discesa degli spread, che ha fatto salire la domanda di mutui. Ma sui prezzi il recupero sarà lentissimo così come sul settore delle costruzioni sul quale pesa un’offerta enorme di invenduto. Se il credito comincerà a riaffluire, si potrà sperare nel completamento di alcuni cantieri che la crisi ha bloccato». Sulla fine di una recessione che ha scremato duramente il sistema produttivo e che pone interrogativi sul suo futuro, dato che per ora sembra sopravvivere solo lo zoccolo duro di chi è riuscito a vincere nel mercato globale, pesano le incertezze dei prossimi mesi. Un credito ancora avaro, colpito come è dalle difficoltà delle banche a smaltire il cumulo di sofferenze, la fragilità di una situazione internazionale e di un’Europa che non ha certo le vele spiegate nell’uscire dalla crisi e in cui ci sono Paesi come Francia, Spagna e anche Olanda che devono ancora riaggiustare i conti. E sull’Italia che a fatica tenta di incassare il dividendo della stretta feroce degli anni scorsi per riaggiustare i conti, pesa come un macigno la precarietà della situazione politica che potrebbe far saltare quelle poche certezze cui era appesa la fine dell’incubo. Nella tabella qui sopra l’andamento dei principali settori industriali del Made in Italy nello studio di Prometeia -Intesa Sanpaolo Nei quattro grafici qui a destra, la svolta degli indicatori sulle attese di consumatori e imprese: il clima di fiducia inizia la risalita

“Da Google alla start up, lavoro nella Silicon Valley” - Molto interessante le differenze di mentalità messe in evidenza tra Italia e gli Stati Uniti. La Passione comunque è tutto !

All’inizio sembrava il paradiso dei lavoratori. Negli uffici italiani arrivavano leggende di giovani che trovavano investitori per realizzare le proprie idee, prati verdi accanto alle scrivanie, donne manager che riuscivano a essere perfette a casa e al lavoro. Negli ultimi tempi, però, sono arrivate le critiche. Il famoso spirito della Silicon Valley non convince più tutti.

Prima ci sono stati i dietrofront. Come quello di Marissa Mayer, ceo di Yahoo (assunta con un pancione di sei mesi), che ha detto stop a flessibilità e telelavoro. E quello di Google, che ha cancellato il benefit che permetteva ai dipendenti di dedicare il 20% delle ore lavorative a idee innovative (per intenderci: così è nata Gmail). 

Non sono mancate le inchieste giornalistiche che hanno mostrato come accanto alla struttura dei sogni di Googleplex, gli homeless (i senzatetto) siano cresciuti del 20%, e con loro vere e proprie tendopoli. Non ultimo, è arrivato il monito di Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, prima a Google, che ha invitato le donne a darsi una mossa (il titolo del suo libro è Lean In, tradotto in Italia Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire), che ha denunciato sul New Yorker denunciando la cultura maschilista della valle.

L’ennesima critica è stata recapitata da Forbesnell’articolo “Why Silicon Valley’s Work Culture Is Killing Us”, “Perché la cultura del lavoro della Silicon Valley ci sta uccidendo”, che denuncia come con la storia del welfare aziendale e della flessibilità nella valle delle valli californiana «il lavoro sia diventato una religione e la vita privata qualcosa da schiacciare dentro». La proposta è quella di mettere delle regole. Come: “Non mandare email alle 10 di sera”.  

Ma davvero il modello Silicon Valley è in crisi e sta fallendo? «Non sono d’accordo», risponde da San Francisco Anna Gatti, alla guida di una startup per l’e-commerce dopo esperienze da manager tra Google, YouTube e Skype. Mamma e manager, lei la Silicon Valley la frequenta da quasi 15 anni. E dice: «Bisogna focalizzarsi mentre si è al lavoro e darsi una disciplina senza perdere tempo. Così non rinuncio alle cose importanti, come la cena con mia figlia. Almeno quattro vole alla settimana».

Come sei arrivata nella Silicon Valley e qual è stato il tuo percorso finora? 
Sono arrivata nella Silicon Valley nel 1999 per finire il programma di PhD iniziato in Bocconi all’università di Stanford, dopo una laurea in Economia aziendale all’Università Bocconi di Milano. Dopo un post-doc a Stanford, mi hanno offerto una posizione come ricercatrice all’Università di Berkley. Nel 2002 sono stata contattata dall’Onu per un lavoro a Ginevra, all’Organizzazione mondiale della sanità. Poi mi sono stancata di Ginevra, mi mancava lo spirito della Silicon Valley. Ho deciso di tornare. Mi hanno assunto a MyQube, fondo di venture capitalist che investe nelle startup. Dopo un paio di anni cercavo una esperienza più operativa. Ho fatto colloqui a Google e mi hanno assunto come capo di Consumer Operation International. Il passaggio successivo è a YouTube, come capo della parte internazionale di Online Sales and Operations. Dopo qualche anno, Skype, dove ero direttore di monetizzazione. Dopo che Microsoft ha comprato Skype, sono uscita e ho creato la mia startup, che si occupa di intelligenza artificiale per fare personalizzazione di e-commerce. È una bella sfida.

Cos’è lo spirito della Silicon Valley di cui parli? 
La Silicon Valley è un’area dove c’è la voglia di spingersi oltre i limiti. Davanti a un problema si cerca la soluzione migliore. Le persone si siedono e pensano “the best solution to any problem”. Ci sono persone disposte a parlare della tua idea, ad aiutarti a realizzarla. Non ci sono pregiudizi. Sai che puoi sperimentare. Non pensi “non ci provo se no faccio una brutta figura”. Se credi in qualcosa qui puoi farlo: “You can change the world”. La respiri per strada questa cosa. Qui è nata Tesla, qui ci sono le startup per le spedizioni nello spazio, il 3D printing del Dna.

Come vive una mamma manager nella Silicon Valley?
Sono soddisfatta per stile di vita, qualità e professionalità. Sono una single mother e mia figlia è completamente integrata nella mia vita. Lei viaggia con me per lavoro o piacere da quando aveva quattro settimane. Qui durante la gravidanza si lavora fino a due settimane prima del parto. A me non è pesato. Sono una manager, non faccio lavoro fisico di fatica. A YouTube ho preso una responsabilità maggiore con il compito di creare una una nuova funzione quando ero incinta di 7 mesi. Al colloquio di lavoro, dissi che avrei preso tutti e sei i mesi di maturità che Google offre (la legge americana garantisce sei settimane). E loro mi risposero che mi avrebbero aspettato. La mia bimba è nata il 18 febbraio, io ho lavorato fino al 7.

Come si organizzi la tua giornata lavorativa?
Devi essere molto focalizzata. In Italia si butta via molto tempo. Si prende il caffè con i colleghi e si perdono 15 minuti. Sono 15 minuti che toglierei al gioco con mia figlia. Bisogna aumentare l’efficienza, devi essere disciplinata, ci sono cose che voglio fare e le faccio. Non organizzo meeting di mattina prima delle 9 perché voglio accompagnare mia figlia a scuola. Allo stesso modo ho deciso che devo cenare a casa con mia figlia almeno quattro volte alla settimana. E lo faccio. Certo, c’è una tata che mi aiuta e che vive praticamente con noi. Ma sono molta rigorosa sul rispetto dei tempi, delle responsabilità e delle persone.

C’è chi ha scritto però che lo stile di vita della Silicon Valley ha fatto del lavoro una religione, a scapito della vita privata.
Non condivido quelli che criticano lo stile di lavoro della Silicon Valley, dicendo che il lavoro è una religione e la vita privata è solo qualcosa da incastrare dentro. Se voglio alle 10 di sera rispondo alle email, come chi scrive il post su Facebook prima di andare a letto. Se dalle 18,30 alle 21 non ho guardato assolutamente il computer perché ho voluto giocare con mia figlia, posso anche mandare una email alle dieci di sera. Ma non mi aspetto che mi rispondano alle 23. A Google si facevano dei meeting internamente per parlare di queste cose. Si diceva di non mandare le email a mezzanotte ai nuovi assunti, perché magari si sarebbero sentiti in dovere di rispondere subito. È una cosa di cui si discute sempre nelle aziende sane come Google. Questo modo di lavorare lo vedo più come un’opportunità che come un sacrificio. Ho lavorato nel team di Sheryl Sandberg, oggi direttore operativo di Facebook. Come italiana vedo enormemente la differenza tra l’Italia e la Silicon Valley. È una comunità che è nata su basi produttive e innovative. È un’area che nasce con il microchip.

In che modo si organizza il lavoro nella Silicon Valley?
Qui tutto si basa sulla performance. Gli orari di lavoro sono di otto ore, 9-18 o 8,30-17,30. Poi magari ci si ferma mezzora in più. Ma dopo le 18,30 è difficile che le persone siano in ufficio. Si possono avere meeting di lavoro alle 7,30 di mattina, anche per una questione di fusi orari. Quello che conta sono le performance e gli obiettivi. Ma la differenza fondamentale è un’altra. 

Quale?
Ma la differenza fondamentale è che qui il lavoro non è concepito come lavoro. Quello che tu fai non è lavoro, è la tua passione. Così come in una conversazione si può parlare di libri, cibo o viaggi, qui si parla dei progetti. Il business lo fai al barbecue. Così come un giornalista legge il New York Times alle dieci di sera, lo fa per lavoro o per passione? In Silicon Valley si trasferiscono le persone più ambiziose da tutte le parti del mondo. Qui c’è molto driver. Ci sono persone che vogliono migliorarsi. Io potevo fare benissimo la professoressa universitaria in Italia, come mi avevano proposto, invece sono volata qui. 

E il mito del welfare aziendale? È tutto vero?
Ho lavorato per aziende incredibili come Google. Ma ovviamente non tutte le aziende sono così. A Google nel mio ufficio c’era una piscina bellissima. Quando ero incinta, prima di lavorare facevo un’ora di nuoto. C’erano i miei colleghi che portavano i cani. Googleplex è il posto del welfare aziendale per eccellenza. 

Eppure, come ha ricordato anche Sheryl Sandberg, le donne nel top management sono poche. Così come gli ispanici. La Silicon Valley è davvero così meritocratica?
La Silicon Valley è meritocratica. Certo, resta ancora molta differenza tra uomini e donne. Ma rispetto all’Italia è il paradiso della donna per le opportunità professionali. In termini assoluti l’uomo ha più facilità. Questo secondo me è anche una tendenza biologica. Noi esseri umani siamo abbastanza isomorfi, rassicurati dai nostri simili. In un team di tre maschi, assumeranno piu’ facilmente un altro maschio perché pensano di capirlo meglio. Così come accade tra donne. Non c’è la parità. Ovviamente questi atteggiamenti si possono e devono cambiare. È un tema di cui si discute molto nella Silicon Valley. Questa situazione è dovuta sia al fatto che gli uomini ottengono una posizione di comando più facilmente, sia perché le donne non hanno imparato a negoziare con il capo gli aumenti, le promozioni. Quando si offrono posizioni di responsabilità a una donna, spesso pensa “se poi mi sposo, rimango incinta”, gli uomini no.  

@lidiabaratta - Linkiesta (www.linkiesta.it)


martedì 3 settembre 2013

La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa (F.D.Roosvelt)

Oggi è sufficiente sfogliare le pagine dei giornali, ascoltare i notiziari delle radio o vedere i telegiornali, per essere sommersi da notizie che ci deprimono o ci fanno arrabbiare. Se si cade nella convinzione che il mondo sia principalmente questo, ci si convince di essere circondati da un mondo ostile, in totale decadenza senza più possibilità di miglioramento. Una società verso il declino insomma.

È vero che oggi ci sono evidenti difficoltà per tutti, soprattutto per i giovani, e che abbiamo attraversato un periodo di crisi intenso. Ma se ripercorriamo la storia, grande maestra di vita, potremo scoprire come è stato sempre così in tutti i periodi di transizione dove costumi, valori, mezzi di comunicazione, consumi, istituzioni sono stati messi in discussione per i rapidi mutamenti avvenuti. E anche allora lo sconcerto, il pessimismo e l'allarmismo hanno preso, per un certo periodo, il sopravvento.

Questi sentimenti sono dettati, normalmente, dalla nostra inadeguatezza di giudizio dei problemi che ci stanno di fronte perché limitiamo il nostro orizzonte al breve periodo, incapaci di cogliere la complessità degli avvenimenti e quindi di darci risposte adeguate per costruirne uno nuovo. È inevitabile in queste condizioni che si cada nel pessimismo e nella paura.

Attingendo dalla storia possiamo capire come le comunità hanno sempre attinto l'energia necessaria per contrastare l'incedere che pareva inevitabile. Naturalmente essa non si ripete esattamente nelle diverse ere, ma ci sono forti analogie con epoche diverse. Ma diventa un laboratorio a cui attingere per illuminarsi non solo sul passato. La storia è una forma intellettuale per comprendere il mondo, come ha detto Johan Huizinga.

Se parliamo poi dello scenario italiano possiamo pensare alla sorprendente similarità della crisi dell'economia nel Seicento che colpì le grandi città manifatturiere della Penisola e quella incontrata oggi da molte industrie del nostro Paese a causa della scarsa capacità di competere, generata dalla scarsa propensione al l'innovazione dimostrata negli ultimi anni. Salvo le eccezioni che, infatti, producono utili a tutto spiano. Tanto per ribadire che lo studio della storia offre un prezioso strumento per l'uomo che può così comprendere a fondo il presente.

In tutti i casi anche se qualcuno vedesse l'ottimismo come una distorsione forzata della realtà voglio ricordare l'ammonimento un uomo politico e di alto rango che contribuì negli anni '50 alla costruzione della Comunità Europea, Jean Monet, che diceva "quello che conta non è essere ottimisti o pessimisti, ma essere determinati". 

Rifletteteci su.

lunedì 2 settembre 2013

Cercate di essere ottimisti. C'è sempre tempo per mettersi a piangere. (M.Dietrich)

L'ottimismo oggi é, prima di tutto, uno stato d'animo o se vogliamo un irrazionale predisposizione al sorriso.

Guardando bene alle cose la crisi c'è, ma ci sono anche le ragioni per sorridere al futuro: corpi più sani e longevi, più calorie, alimentazione disponibile per (quasi) tutti, mezzi per viaggiare più veloci e altri per comunicare con tutto il pianeta. Sessant'anni senza guerre mondiali. 
Se penso ai racconti dei miei genitori che sono stati coinvolti nel secondo conflitto mondiale, mio padre perse anche un braccio a 14 anni, sono ottimista verso il futuro. 

Sono i numeri e i fatti che supportano il mio ottimismo. Basta che si osservino i miglioramenti avvenuti nella qualità della vita negli ultimi 50 anni, il reddito medio è cresciuto di tre volte (al netto dell'inflazione), l'aspettativa di vita è aumentata del 30%, la mortalità infantile è crollata del 70%. 
Dal crash finanziario del 2008 l'economia globale ha comunque reagito, dal 2010 il tasso di crescita è stato del 4% annuo e l'Africa è cresciuta per tre anni consecutivi di oltre il 5%. Tutti gli indici di prosperità sociale sono migliorati oltre il 20% negli ultimi vent'anni.

È vero tutto il sud dell'eurozona è ancora intrappolato in una recessione, ma è oggi più un problema politico che di mercato. Il mercato si sta riprendendo. Basta guardare i dati dell'export.
Dobbiamo incoraggiare un tipo di cultura imprenditoriale, le Startup, che da noi è appena sorta diversamente dai paesi anglosassoni. Dobbiamo rompere gli indugi e gli schemi, pensare diversamente, osare. Ma ce la possiamo fare.

Come dice Scott Peck "una volta che riconosciamo che la vita è davvero difficile, una volta che comprendiamo e accettiamo questo fatto, allora la vita non sarà più così complicata"

domenica 25 agosto 2013

Siate ottimisti, siamo oltre la crisi verso l'Era della Nuova Normalità. Senza dimenticare Darwin.

Finalmente cominciano a parlarne anche i media. Stiamo entrando nell'Era "New Normal" dopo la grande crisi del mondo occidentale apertasi nel 2008 con il disastro finanziario originato dal crac Lehman. Questa è la definizione che hanno iniziato ad usare economisti e politologi da qualche tempo. L'emergenza sta avviandosi alla fine, ci si avvia alla normalità.

Ma la Nuova Normalità non sarà un ritorno al periodo pre-crisi, bensì stiamo andando verso un equilibrio diverso dal passato. Un futuro in cui non sarà subito facile vivere. Nell'Eurozona la recessione è finita anche se non in tutti i Paesi, quelli del Sud in particolare. In Italia il PIL (Prodotto Interno Lordo) è calato per l'ottavo trimestre consecutivo, ma dello 0,2% a un ritmo inferiore che in precedenza. Ma l'ottimismo è generato da tre circostanze doverse.

La crisi ha cambiato pelle alla globalizzazione economica così come è stata sempre interpretata. Fino ad ora il canovaccio era rappresentato dalle aziende occidentali che sono andate in Cina, India e Paesi a basso costo di manodopera, per aprire fabbriche chiudendole in Europa e USA. Di fatto è avvenuto un'esportazione di posti di lavoro. Le cose stanno cambiando perchè sta cambiando il modello di crescita che non è più fondato su investimenti ed esportazioni, ma sui consumi interni. 

L'Ocse infatti calcola che nel 2030 ci saranno nel mondo cinque miliardi di cittadini appartenenti a classi medie con buona capacità di spesa. Tre miliardi più di quelli di oggi. Le imprese che sapranno sfruttare questa grande opportunità avranno un new deal assicurato. Il nostro Paese è preparato a cogliere questa occasione ? La risposta classica, e ovvia, è un coro di no. Ma nonostante le molteplici e note difficoltà di fare impresa in Italia nel 2012 le esportazioni italiane sono salite del 4,2% a 474 miliardi, e le previsioni per il 2013 sono di un'ulteriore crescita di un 3,2% quest'anno e di un ulteriore 5,3% nel 2014 per un totale di 514 miliardi. Se pensiamo che queste imprese riescono a competere non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato, se quest'ultimo riuscirà in qualche riforma seria i risultati potrebbero essere eclatanti. Mi sembra che ci siano i segnali di una consapevolezza anche della politica in tal senso.

Tra l'altro alcuni analisti mettono in rilievo come questa consapevolezza può essere oggi un vantaggio competitivo nei confronti di altri Paesi, come la Francia, che sono ancora in fase di negazione dei loro problemi strutturali. C'è l'opportunità per la creazione di nuove imprese e per evitare che entrino in crisi quelle che ancora tengono il mercato. 

Nulla però sarà facile nell'Era della Nuova Normalità. Gli Stati Uniti hanno ripreso a correre e i Paesi emergenti continuano a crescere, l'Europa sta uscendo lentamente dalla situazione negativa. La disoccupazione diminuirà lentamente e non sarà possibile riassorbire tutte le risorse. Gli stessi consumi non saranno più quelli di un tempo.

Non sarà facile, ma si può fare. Diventa indispensabile sapersi adattare. Parafrasando ciò che disse Darwin non saranno le società più forti che sopravviveranno, nè le più intelligenti, ma quelle che si adatteranno più velocemente al cambiamento.




sabato 24 agosto 2013

Godetevi il caffè

Un gruppo di ex studenti universitari andarono a trovare un loro vecchio Professore.
Presto si ritrovarono a parlare della vita e dello stress.
Il Professore volle offrir loro del caffè e andò in cucina, ritornando subito con molte tazze tutte diverse: alcune di porcellana, altre di vetro, altre di cristallo, alcune di aspetto molto semplice, altre che sembravano molto costose.

Quando ciascuno ebbe una tazza di caffè in mano, il Professore disse:
"Come avrete notato, tutte le tazze che sembravano belle e costose sono state prese per prime, lasciando per ultime le tazze semplici. E' normale che ciascuno di voi cerchi di ottenere le cose migliori. Ma questa è anche la fonte del vostro stress.

Quello che volevate davvero era il caffè, non le tazze: ma tutti voi vi siete affrettati a prendere le tazze migliori e ciascuno guardava le tazze prese dagli altri!
La vita è il caffè; il lavoro, lo status sociale, è la tazza.
Sono solo oggetti che contengono il caffè".

Non lasciate che le vostre "tazze" guidino le vostre scelte. Godetevi il caffè! 

giovedì 22 agosto 2013

L'EPISODIO DE LA MADELEINE DI MARCEL PROUST

Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita...non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.

 Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità...retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più...ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi...

All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio...."

Da "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust