venerdì 24 agosto 2012

Cravatta, guai a chi me la tocca

L'imprenditore Matteo Marzotto difende l'accessorio: "Io non vedo una diminuzione dell'uso della cravatta in senso assoluto, mi sembra anzi che resti un simbolo di rigorosa formalità". 


Nell'ambiente della moda la cravatta è spesso un optional. Ma l'imprenditore Matteo Marzotto, 45 anni, presidente della Maison Vionnet, ce l'ha sempre. Ha il suo stile e lo difende. Che cosa pensa di politici e imprenditori che, sempre più spesso, adottano uno stile casual come è successo a Sun Valley e nel Maryland? «Attenzione a non fare confusione: gli americani sono molto precisi. Ci sono particolari situazioni in cui danno istruzioni sul dress-code. Quando specificano, ed è appunto il caso degli incontri di Sun Valley e del Maryland, che l'abbigliamento deve essere informale, la decisione è stata pianificata. Io non vedo una diminuzione dell'uso della cravatta in senso assoluto, mi sembra anzi che resti un simbolo di rigorosa formalità. Che mi trova assolutamente d'accordo». 

Faccia un esempio di come secondo lei andrebbe portata la cravatta.
«Una giacca spezzata con una cravatta colorata sdrammatizza. Oppure si può abbinare un completo di tweed a una bella cravatta chiara. L'importante è creare un contrasto: io le acquisto sempre volentieri, perfino nei negozi degli aeroporti, perché mi diverte magari una certa riga o mi piace un particolare punto di colore».
Quali sono le sue marche preferite? «Marinella e Finollo sono due must del gentiluomo italiano. Devo dire, però, che anche Ratti fa una cravatta eccezionale. Non me le faccio mai regalare, le scelgo da solo perché ho le mie manie».





domenica 19 agosto 2012

Pensa giovane

Non importa l'età, l'importante è l'atteggiamento fresco e giovane che bisogna tenere nei confronti di ogni cosa: sul lavoro, nella politica, nello stile di vita, negli atteggiamenti verso le persone e le novità. 
Pensare giovane aiuta a rinnovarci continuamente, ad avanzare e a trovare nuove energie. 
Pensare giovane prepara al cambiamento, al futuro, al pensiero globale, a diventare cittadino del mondo. Se una cosa ha successo in un altro Paese, può averne anche da noi. Le differenze anche culturali non sono un limite, ma una risorsa.

Ci sono giovani che sono già "cristallizzati" nel sistema e nel pensiero e adulti che invece coltivano il pensiero giovane e aperto che gli permette di vedere oltre e cambiare le cose. Quando smetti di "pensare giovane" o di sentirti giovane inizi ad avere il classico atteggiamento rigido e limitato della vita. Questo va a discapito della capacità di gestire il cambiamento, di sviluppare creatività e di continuare nella crescita personale.

Non abbassare mai le antenne, sii sempre curioso, intraprendi nuove strade.


Cambiare prospettiva

... Se siete ancora costretti a lavorare per un capo che non vi piace, come prima o poi capita quasi a tutti, non lagnatevi, ma guardate alla vita con atteggiamento positivo, cercate di venire a patti con voi stessi, lavorate con impegno, guadagnatevi lo stipendio e coltivate le amicizie. Stabilite buoni rapporti con le persone con cui venite in contatto nel lavoro e, se siete ancora insoddisfatti, ponetevi l'obiettivo di separare la vita privata dalla vita lavorativa. Dedicatevi ad attività che vi gratificano e vi divertono nel tempo libero, ricordate che il capo e l'azienda vi pagano anche perché possiate concedervele e vi sentirete più soddisfatti, vivrete con più piacere la vita privata e il lavoro...

giovedì 16 agosto 2012

Grey economy: la crisi combattuta dai 50enni

Sono nati tra il 1945 e il 1965. Spesso già in pensione. Ma in Germania li stanno richiamando al lavoro. E negli USA li schierano contro la crisi.

NEW YORK. Abbiamo costruito noi questa crisi, saremo noi a risolverla. La generazione del baby boom affronta la prova più importante: lasciare ai figli un’economia rinata, un bilancio pubblico sostenibile, le condizioni per una ripresa dell’occupazione. Dagli Stati Uniti alla Germania, c’è una musica nuova. Basta piagnistei sullo shock demografico, sul crac delle pensionie della sanità, sul terremoto sociale provocato dall’arrivo alle soglie dell’età pensionabile dei babyboomer (i più anziani dei quali stanno per raggiungere la fatidica soglia dei 65 anni, età legale della pensione in molti paesi occidentali). Stufi di essere colpevolizzati, i baby boomer vogliono essere la soluzione, non il problema. In America si rimboccano le maniche e decidono di lavorare fino e oltre i 70 anni, anche per supplire all’impoverimento collettivo della grande crisi.

La più prestigiosa università privata della California, Stanford, ha creato un istituto che si chiama Longevity. Questo centro non si o c c u p a m i n i m a mente di geriatria, bensì del “lato positivo” della longevità: come sfruttarne le potenzialità mettendo a frutto le riserve di energie, di intelligenze e di competenza della generazione più numerosa. Proprio Stanford, a Palo Alto nel cuore della Silicon Valley, è il centro di un’economia fondata sui “ragazzini” come Mark Zuckerberg di Facebook. Eppure è lì che il Longevity Institute equipara la generazione delle “pantere grigie” (o brizzolate) a una nuova risorsa strategica, su cui fare perno per un’altra ondata di innovazioni, alla pari con le energie rinnovabili e la biogenetica, i Big Data e le nanotecnologie. Solo negli Usa, i nati fra il 1945 e il 1965 sono 76 milioni, più di un quarto della popolazione. Ne fanno parte gli ultimi tre presidenti: Bill Clinton, George Bush e Barack Obama. In Inghilterra controllano l’80% della ricchezza nazionale. I demografi ci hanno descritti come “il maiale dentro il pitone”, per illustrare graficamente il rigonfiamento nella “pancia” della popolazione: prima di noi, i nostri genitori erano stati decimati dalla guerra e comunque non vivevano così a lungo; dopo di noi ci sono le generazioni sottili della denatalità. Questo “accidente” demografico, unico nella storia dell’umanità, è diventato l’occasione per un processo. A sentire i governanti che applicano l’austerity, i banchieri centrali, gli esperti di pensioni, saremmo noi il peso che affonda i bilanci pubblici in tutto l’Occidente. Siamo accusati – a turno – di stare incollati alle nostre poltrone escludendo i più giovani; o viceversa di oberare le future generazioni col costo delle nostre pensioni. Generazione-sandwich è un altro nomignolo: schiacciati come il prosciutto nel panino in mezzo a due pressioni, da una parte gli anziani a cui bisogna pagare le pensioni, dall’altra i figli che non trovano lavoro. Se andiamo in pensione troppo presto sfasciamo i conti pubblici, se non ci andiamo siamo il “tappo” che rallenta le assunzioni dei giovani?

A invocare la riscossa della generazione dei baby-boomer, è sceso in campo l’ultimo diretto(segue dalla copertina) re del New York Times e oggi autorevole opinionista dello stesso quotidiano, Bill Keller. Che ha scritto una sorta di Manifesto per tutti noi, le generazioni che includono i Clinton e gli Obama. “The Entitled Generation”, ci definisce Keller: che si può tradurre come “La generazione privilegiata”. Keller riprende tutti i capi d’imputazione che ci sono stati rivolti. Da destra, la generazione dei baby boomerè accusata di avere partorito il Sessantotto e il femminismo, le rivolte antiautoritarie e il boom della marijuana, tutto ciò che ha fatto a pezzi i valori tradizionali, il collante della società. “La Peggior Generazione”, la definì un consigliere di Bill Clinton, Paul Begala, che descrive i baby boomer come «i più egoisti, egocentrici, autoreferenziali, presuntuosi, indulgenti con se stessi». Keller contrattacca: «Tra noi ci furono quelli che andarono a combattere in Vietnam e quelli che protestarono contro la guerra. Dai nostri ranghi sono usciti i banchieri d’azzardo di Wall Street ma anche i geni imprenditoriali di Steve Jobs e Bill Gates». Il capo d’accusa più importante è in un rapporto-bomba della Third Way, un think tank vicino al partito democratico. È una radiografia della spesa pubblica negli ultimi 50 anni, reinterpreta la storia economica con un criterio nuovo. Divide il ruolo dello Stato in due missioni fondamentali. Da una parte gli investimenti: la modernizzazione delle infrastrutture, la scuola, l’università. Un’altra parte corposa della spesa pubblica sono gli “entitlement”, i diritti acquisiti: pensioni, assistenza sanitaria. Via via che la generazione dei baby boomerè passata dalla giovinezza all’età adulta, dagli studi alla professione, dalla contestazione al potere, la “linea blu” degli investimenti è scesa, mentre la “linea rossa” dei diritti acquisiti è schizzata verso il cielo.

Nel 1962, per ogni dollaro di spesa federale 32 centesimi venivano destinati agli investimenti, solo 14 centesimi andavano ai diritti acquisiti. Oggi gli investimenti sono crollati al 14% mentre i diritti acquisiti assorbono il 46%. «Nel 2030 – scrive Keller – cioè nell’anno in cui il più giovane di noi baby boomer andrà in pensione, i diritti acquisiti assorbiranno il 61%e per gli investimenti nel futuro non resterà quasi nulla». Keller mette i baby boomer di fronte alla sfida di oggi. «Non è colpa nostra se siamo tanti. È colpa nostra se facciamo resistenza contro il cambiamento. Forse non siamo la più nobile di tutte le generazioni, ma essendo la più larga, possiamo usare il nostro peso per spostare le politiche nella direzione giusta». L’editoriale di Keller ha scatenato un vespaio di reazioni. La maggior parte dei lettori del New York Times – ovviamente baby boomer – non accettano neppure la definizione di “entitlement”: quasi che pensioni e assistenza sanitaria fossero un privilegio calato dall’alto e non dei diritti guadagnati, finanziati con le tasse e i contributi sulla busta paga. Ma lo spirito che anima Keller è vivo e vegeto in un’altra reazione della società americana. Che studia come attrezzarsi per trasformare lo shock demografico in una rivoluzione positiva. Mettendo a frutto le straordinarie energie della generazione più popolosa, per farne un motore di rinascita. L’industria e il marketing hanno già lo sguardo verso l’orizzonte più lontano. Dopotutto un mito del made in Usa come la moto Harley Davidson è rinato da quando è diventato l’oggetto del desiderio per gli ex-hippy, ex contestatori, la tribù attempata di Woodstock e della Summer of Love.

In Germania sono le aziende a ripensare il pensionamento flessibile in modo rovesciato – non per pre-pensionare, ma al contrario per prolungare il contributo di consulenza e di formazione dei dipendenti più anziani. In America si ri-progettano ufficie luoghi di lavoro, per adattarli ai ritmi di vita e di concentrazione delle “pantere grigie”. Risultato: mai come oggi, così tanti americani over-65 e perfino over-75 sono stati al lavoro. Le statistiche attuali, che hanno iniziato ad essere raccolte dal 1981, mostrano che non vi sono precedenti per questo livello di occupazione tra gli anziani. O “pre-anziani”? Appartenenti alla “seconda età adulta”? Proliferano i neologismi per descrivere la nascita di una nuova generazione, che andrà distinta in qualche modo dai pensionati. Ecco i numeri. Tra i maschi fra i 65 e i 69 anni di età, negli Usa più di un terzo oggi continua a lavorare. Fra le donne della stessa fascia, più di un quarto sta lavorando. Una quota di questi anziani non si ritira dall’attività perché non può permetterselo. Il valore complessivo dei risparmi degli americani è più basso del 15% rispetto al 2007, è l’impoverimento provocato dalla caduta della Borsa durante la crisi. Dunque, molti continuano ad aggrapparsi al lavoro per non diminuire il proprio tenore di vita. Un’altra parte degli over-65 in America continua a lavorare per tutt’altre ragioni: trova nell’attività un ruolo, uno status sociale, una ragione di vivere, un anti-depressivo. In una parola sola: una missione. Secondo un’indagine demoscopica commissionata all’Associated Press dalla LifeGoesStrong, il 25% dei baby boomer «ha deciso che in pensione non vuole andarci mai».

Non si aggrappa al posto fisso, concetto inesistente negli Stati Uniti: molti di questi baby boomer hanno scelto la strada del lavoro freelance, della consulenza, della formazione dei giovani, anche il volontariato. Di questa crisi hanno capito che non sarà passeggera.E come in tutti i frangenti della storia che li hanno visti protagonisti, i baby boomer d’America hanno chiara una cosa: nel bene o nel male, come ne usciremo dipenderà da loro.

Federico Rampini per la Repubblica

Via gli esuberi, largo ai prepensionamenti, così taglieremo i costi e torneremo grandi. Déjà vu, musica già sentita, mantra che a volte sembra aver gettato investitorie manager europei e non solo in una dipendenza tossica. E invece no, non è vero. Non lo dicono associazioni dei pensionati, né organizzazioni benefiche. Lo pensa, e così agisce, le patronat allemand, insomma gli imprenditori dell’economia più grossa, globale e competitiva d’Europa, quella tedesca. No, signori, dietrofront: i dipendenti anziani servono troppo, sono indispensabili. Vanno tenuti in azienda, o riassunti se sono stati prepensionati. Perché la loro esperienza, la loro qualifica, il loro know-how nel produrre ma anche nel creare un buon clima sul lavoro e nell’indovinare i gusti del pubblico sono indispensabili. Vanno tenuti in azienda, o riassunti se sono stati prepensionati. Perché la loro esperienza, la loro qualifica, il loro know-how nel produrre ma anche nel creare un buon clima sul lavoro e nell’indovinare i gusti del pubblico sono indispensabili. E se lo dicono gli imprenditori tedeschi, che quanto a competitività stracciano americani e giapponesi in quasi ogni comparto, avranno le loro ragioni e la loro convenienza.

La storia non è inventata, è stata scoperta dagli investigative reporters della Bild, il quotidiano più letto d’Europa. Bosch e Volkswagen, Bmw e la parte tedesca di Airbus industrie, il gigante della distribuzione Otto, la blasonata Daimler cioè Mercedes, e ancora il colosso farmaceutico-chimico Bayer e la Abb di elettronica e multicomparto, o Fraport, la società che gestisce l’aeroporto di Francoforte realizzando grossi utili alla Borsa pochi chilometri dalle piste e dai terminal, hanno scelto questa via. «La grande, multiforme esperienza e preparazione dei nostri dipendenti più anziani è un atout che stimiamo moltissimo», dice Nicole Adami, del gruppo Otto. Il colosso delle vendite postali e online ha addirittura creato una società controllata per gestire il rientro delle “pantere grigie” pensionate o prepensionate negli anni scorsi. Servono, magari non a tempo pieno ma come consulenti con un ruolo centrale: le pantere grigie tedesche sono diventate un’arma segreta della più forte industria esportatrice al mondo dopo quella cinese. «Per noi è necessario anche fare i conti con le svolte demografiche», spiega ancora Frau Adami: una società con più anziani e meno figli in media per famiglie produce anche meno lavoratori qualificati, a ogni livello. Alcuni dei riassunti sono avanti negli anni, ma energici più che mai, pieni di voglia di fare qualcosa per gli altri.

Come Jochen Michalczyk, 69 anni, ripreso da Otto e usato come esperto per i problemi-chiave sul mercato. Alla Bosch, simbolo di eccellenza mondiale nell’elettronica per l’auto e non solo, si sono affrettati a spulciare negli archivi degli ex dipendenti. Risultato: una lista dei millecinquecento migliori ex, subito contattati e subito dichiaratisi pronti a lavorare. Il lavoro di seicento di loro per l’azienda, l’anno scorso, sommato, conta per 55mila giorni attivi. «Sono molto meglio di esperti esterni, capiscono velocissimi i problemi e trovano le soluzioni migliori», dice un portavoce aziendale. Uno di loro è Fritz Baumann, 66 anni. «Andai in pensione nel 2006, poco dopo fui richiamato come consigliere per un progetto-chiave in Russia», racconta. «Non conta la paga, ma la soddisfazione di comunicare la mia esperienza ai neoassunti, e in generale ai colleghi più giovani».

Stessa sinfonia alla Volkswagen, il colosso dell’auto maestro di cogestione, che già è in corsia di sorpasso per strappare a Gm e Toyota la medaglia d’oro di primo produttore mondiale d’auto. L’esperimento di 13 riassunzioni di pensionati a Hannover è andato a gonfie vele, «quei colleghi», affermano in azienda, «sono un tesoro di esperienza, e portano un clima di passione per il lavoro». O a Continental, il gruppo tedesco dei pneumatici di qualità, dove 64enni come Herbert Luehmann sono tornati a fare i capireparto part time, tre giorni alla settimana, nel settore ricerca. Non è filantropia, è che gli over sixty sono indispensabili per i global players del made in Germany, nello scontro della mondializzazione con i giganti di altri paesi. Le ricadute sociali della svolta non sono però meno grandi o meno positive, solo perché la svolta viene, spinta dalla caccia al profitto.

Andrea Tarquini per la Repubblica

mercoledì 15 agosto 2012

Bonas feries augustales



Così ci augurerebbe un nostro concittadino di Forum Cornelii (l’attuale Imola), se potessimo tornare indietro nella storia in epoca romana. Probabilmente non molti sanno che il termine Ferragosto deriva dal latino Feriae Augusti: riposo di Agosto, dove Augusti era in onore dell'imperatore Ottaviano Augusto. Il Ferragosto nasce come celebrazione popolare dalle radici antichissime come la maggioranza delle nostre feste, anche religiose, e si svolgeva il 15 agosto per festeggiare la fine dei principali lavori agricoli. Per questa cerimonia in tutto l'impero si organizzavano corse di cavalli e animali da tiro, cavalli, asini e muli, che venivano dispensati dal lavoro e agghindati con fiori. Naturalmente si mangiava e beveva in compagnia. Nell'occasione, i lavoratori porgevano gli auguri ai loro padroni ottenendo una mancia in cambio. Questo uso si mantenne così tanto a Roma che in età rinascimentale fu reso obbligatorio anche da decreti pontifici. 

Per festeggiare degnamente il ferragosto bastano tre cose: del buon cibo, un luogo adeguato e soprattutto... la giusta compagnia. Partendo dal presupposto che il secondo e il terzo aspetto siano già stabiliti e soddisfacenti, parliamo un po’ del primo: il cibo. Se prendiamo il “padre” di tutti i manuali di cucina, l’ Artusi, consiglia “spiedini di prosciutto, fichi, melone e vino”. Cibi semplici, trasportabili, non impegnativi. A completamento del convivio, come ideale ringraziamento alla terra per i suoi frutti stagionali  e per una sorta di “cerniera” tra la tradizione e il presente, sarebbe desiderabile l’assaggio delle uve primaticce e dell’anguria in fette raffreddate. La maggioranza degli imolesi per ferragosto si sposta, molti al fiume e negli Appennini a cercare il fresco, altri al mare, comunque in compagnia e per i più la scelta più frequente è ancora oggi la grigliata di ferragosto. Spesso di carne e verdure, più raramente di pesce e formaggi, ma la fantasia in questi casi non manca. 

La grigliata è certamente la regina di questa giornata e attorno ad essa si sviluppano una serie impressionante di considerazioni sulla cottura, sul tipo e la qualità, sui tagli della carne, sulle esperienze passate, intrecciandosi con valutazioni e racconti che finiscono molto lontano dal tema originale virando verso una certa trivialità proporzionalmente all’aumento della quantità di vino bevuta. La grigliata è l’icona del ferragosto. Ricordo con nitidezza questa giornata sugli Appennini con i miei genitori e i loro amici, in un susseguirsi di scherzi e battute. Una felicità semplice e nostrana che terminava normalmente con gare di briscola, tresette o bocce.
Ma come organizzare una grigliata? Perché se la cosa può apparire molto semplice da realizzare, in realtà qualche attenzione occorre porla per avere un effetto finale ottimo. Di seguito fornisco qualche spunto al riguardo. Innanzi tutto il combustibile giusto per una buona riuscita è la carbonella (di qualità), mai usare il legno che essendo ricco di resina rischia di rovinare il sapore dei cibi. Inoltre per una buona cottura dei cibi fate attenzione che la carbonella sia sufficientemente ardente e coperta dalla cenere spenta. Per una grigliata che si rispetti occorre scegliere un tipo di carne con piccole venature di grasso: braciole di maiale, costine di agnello, filetti di manzo, oltre alle immancabili salcicce e spiedini di fantasia. 

Assolutamente da evitare la tentazione di rigirare continuamente la carne sulla griglia, tutto va cotto bene prima da un lato e poi dall'altro. Lo do per scontato, ma evidenzio come il sale si aggiunga sempre alla fine della cottura, perché favorendo l’estrazione dei liquidi tende ad asciugare precocemente i cibi in cottura, così come il grasso della carne invece va lasciato attaccato a quest’ultima per ottenere maggiore succulenza e gusto. Anche i condimenti si aggiungono al termine della cottura, usando olio, burro o altri grassi prima, si rischia di far bruciare il cibo in cottura o anche di farlo cuocere troppo rapidamente, indurendolo. Una certa differenza di qualità si ottiene se effettuate una marinatura leggera a base di aceto o limone il giorno prima oppure, se diventa troppo impegnativa la cosa, almeno qualche ora prima. Consiglio di usare in questo caso, per il trasporto, contenitori di plastica, ceramica, acciaio inox o vetro; mai in rame o alluminio.

La marinatura aiuta la carne o le verdure a divenire più morbide. Personalmente sono contrario ad aggiungere anche erbe aromatiche o spezie in genere sulla carne, ritengo che sia ottima e squisita già così. Per concludere cito le verdure più appropriate per le grigliate: zucchine, carote, melanzane, peperoni, pomodori. Dopo la cottura il massimo è gustarle al naturale, con un filo di olio extravergine di oliva e del sale. Per la frutta ho detto prima. L’ultima raccomandazione è quella di accompagnare il tutto con qualche bicchiere di buon vino, naturalmente “nero” come si usa in Romagna anche se con questo caldo un bel bianco freddo fa piacere. Altro non dico se non augurarvi “Bonas ferias augustales”. 

Pierangelo Raffini su Leggilanotizia.it

mercoledì 8 agosto 2012

La fabbrica del cibo

Prima gli elettrodomestici. Poi i megastore della buona cucina. Sempre collezionando successi, fino al più grande dei suoi negozi, quello appena aperto a Roma. Ma ha l'idea di mollare tra due anni. Per fare che cosa? Visto il successo, magari la politica... Il patron di Eataly Oscar Farinetti si racconta.

Oscar Farinetti è un uomo sfrontatamente contento della vita. Lo ascolti mentre ti mostra con occhi ridenti la sua ultima realizzazione, lo smisurato luna park romano di cibi buoni e sani, e ti convinci che l'ha fatto per te. Mica per soldi, per business, per fare impresa, ma per addolcire la vita a quelli come te. Che forse ancora non sanno che mangiare bene è un piacere del corpo che affina lo spirito, alimenta la cultura e salverà l'economia.

I tentativi di sottrarsi all'entusiasmo contagioso di questo signore piemontese, che in pochi anni è diventato l'emblema della qualità alimentare italiana nel mondo, vacillano di fronte alla mozzarella campana impastata a vista, alla produzione diretta della birra, alla frutta saporosa, al pesce mediterraneo quasi vivo, ai 23 ristorantini tematici.
Ma crollano del tutto quando si entra direttamente nella favola, con la gianduia tiepida che scende senza interruzione da un rubinetto dorato. "La fabbrica del cioccolato" di Dahl è ora una realtà, qui a Roma, nell'ex Terminal Ostiense di Italia '90.

Farinetti, lei in questi giorni è al culmine del successo. Come sta vivendo il suo momento?
"Scoppio di orgoglio, non si vede? Cerco di non montarmi la testa, ma godo da morire. Il successo è un piacere che va provato in vita. Tra Leopardi e Alessandro Dumas padre, che vendeva la sua firma a 100 mila franchi, viva Dumas".

Eppure lei si definisce con parole modeste: droghiere, mercante.
"Se insinua che faccio il furbo, ha fatto centro. La furbizia ci vuole ma va abbinata a qualche concetto opposto, in questo caso l'onestà. Uno dei principi più forti di Eataly è quello di essere furbi ma onesti. Un altro è quello di essere informali ma autorevoli. Solo così si diventa speciali. Se vuole, mi faccio altri complimenti".

Le piacciono molto i complimenti?
"Ne vado matto, e adoro anche farli agli altri. Certi giorni esco di casa e a tutti quelli che incontro dico: "Come sei ringiovanito, come sei dimagrito!". Faccio felice la gente con poco".

Nei suoi megastore invece ha deciso di farci felici prendendoci per la gola.
"Sì, ma è una gola creativa, innovativa. Mi permetta di essere serio e mi creda sulla parola. In questa impresa io ci ho messo altruismo, onestà, passione. Credo alla supremazia dell'altruismo sull'egoismo, come una volta si credeva alla supremazia culturale della sinistra. Oggi questo è il mio modo di far politica".

Ha conosciuto altri modi in altri tempi?
"Guardi questa tessera che tengo in tasca come una reliquia. Era di mio padre, c'è la foto di Nenni e la mia firma come segretario della sezione di Alba del partito socialista. Era il 1981 e avevo 27 anni, poi il Psi di Craxi mi deluse irreversibilmente e da allora vivo l'impresa come un missionarato".

Non sta esagerando, Farinetti? Così sovverte due secoli di capitalismo.
"Può darsi, ma oggi quella dell'imprenditore è una missione. Deve dare lavoro e farlo in modo equo. Io ho un programma in tre punti: la quindicesima a tutti, e finora ci sono sempre riuscito; nessun salario inferiore ai mille euro, e ci sto quasi riuscendo; lo stipendio più alto che non deve superare più di cinque volte il più basso. E poi lezioni per bambini e pensionati. Agli anziani insegniamo a cucinare piatti ricchi con ingredienti poveri. Così la sardina diventa un branzino".

Insomma un Adriano Olivetti aggiornato al Duemila.
"Tengo un suo ritratto nelle sedi Eataly".

Come mai per la sua missione ha scelto il cibo di qualità o il vino senza solfiti e non altre merci?
"Perché questo è il momento del buon cibo ed io ho forse il merito di averlo capito per primo, ispirato anche dal lavoro di Carlo Petrini, amico mio da sempre, e dal suo geniale slow food".

Non sente un piccolo stridore a offrire tutta questa opulenza in tempo di crisi?
"Al contrario. Io dimostro che si può comprare una mozzarella sublime allo stesso prezzo di una pessima. E così forse contribuisco a uscire dalla crisi".

Come?
"Indicando un modello di sviluppo diverso, che ci salvi o ci faccia riprendere dall'imminente collasso della civiltà dei consumi. Noi italiani potremo farcela solo attraverso la nostra creatività, come è già avvenuto nel Rinascimento. Allora c'era l'arte, oggi ci sono l'agro-alimentare, il design, la moda, la cultura, l'industria manifatturiera di precisione. E allora via con le esportazioni delle nostre eccellenze, magari legandole a un logo che ultimamente siamo tornati ad amare: la bandiera italiana. Sarebbe una forma eccezionale di pubblicità".

Altra arte in cui lei si diverte a innovare. Semina dubbi sul suo stesso lavoro, fa autocritica...
"Sì, ho deciso di farla finita con il modello Mosè, il primo che ha lanciato un messaggio promozionale. È andato sul monte più alto e ha detto: se seguite questi dieci precetti vi prometto il paradiso. Da allora tutti hanno creduto che bisognasse far promesse".

Invece?
"Io ho rivoltato la frittata. Per esempio, fra pochi giorni usciremo con una pagina pubblicitaria con lo slogan "Non siamo ancora soddisfatti" e racconteremo tutti i nostri errori. C'è del vero ma è anche una furbata: se chiedi scusa in anticipo, nessuno ha più il coraggio di criticarti. Mase fosse per me farei pubblicità anche più azzardate".

Chi glielo impedisce?
"I miei figli. Mi censurano un sacco di idee".

Ne racconti qualcuna.
"L'ultima è quella del lievito madre. Ho proposto di ribattezzarlo "lievito padre" spiegando che è maschio, è ciò che entra, è lo sperma. Mi hanno detto che non si può. Qualche tempo fa mi hanno anche vietato di mandare a Berlusconi un dissuasore sessuale e di raccontarlo pubblicamente. Lei sa cos'è?".

Francamente no.
"È uno strumento che sostituisce i concimi chimici. I dissuasori attirano i parassiti maschi che, scambiandoli per delle femmine, fanno autoerotismo illudendosi di far l'amore. Un modo geniale di bloccare la riproduzione senza far del male a nessuno. La lettera di accompagnamento per Berlusconi diceva: "Usi questo, presidente, così avrà tempo per dedicarsi al Paese". Niente da fare, me lo hanno bocciato".

Ha dei figli moralisti?
"Ho dei figli geniali. Il più grande, che somiglia molto a mio padre, mi mette addirittura la stessa soggezione che provavo per lui, grande comandante partigiano della brigata Matteotti, poi a lungo presidente dell'Anpi, ma sempre un po' distante. Troppo mitico come padre".

Come ha vissuto da ragazzo la diceria che indicava in suo padre uno di quelli che si era appropriato di un leggendario tesoro affidato ai partigiani?
"Come una leggenda, appunto. E come la rivalsa degli invidiosi. Si figuri che, quando a 24 anni ho cominciato a lavorare nel suo supermercato, mio padre spesso non aveva neanche i soldi per pagarmi lo stipendio. Si andava avanti grazie alle 600 mila lire mensili di mia moglie, che per fortuna aveva vinto un concorso in banca".

A proposito di sua moglie, lei è sposato da più di trent'anni. Qual è il trucco per far durare così tanto un matrimonio?
"Non dimenticare mai il passato e non cedere alle tentazioni dei cinquant'anni. Non è difficile. Mia moglie mi è stata sempre accanto e oggi lavora con me. Abbiamo fatto tre figli maschi che non consideriamo una proprietà, ma un contributo dell'amore alla società. Ci siamo sempre sentiti in due".

Un capitolo di un suo libro si intitola "Meno Chiesa più Gesù". È il suo modo di essere religioso?
"È il mio modo di detestare il potere della Chiesa che si perpetua attraverso l'uso del mistero per impedire alla gente di pensare. Immagini che effetto le farebbe se alle domande che lei mi sta facendo, io rispondessi ogni volta: "Eh... mistero!". Troppo facile. Gesù invece è stato il più grande genio dell'umanità. Se tornasse oggi, scaccerebbe tutti i mercanti da tutti i templi, compresi quelli della finanza e delle banche che hanno snaturato l'economia".

È per questo che, nonostante i suoi successi, ancora non si quota in Borsa?
"La Borsa, che era una cosa seria e valutava le aziende secondo la verità delle loro performances, è diventata una scommessa, peraltro truccata, perché aziende che vanno bene scendono, altre che vanno male salgono. Finché è così, non mi avrà".

Un'ultima domanda, Facchinetti. Lei ha mai conosciuto l'ozio?
"Ma certo! Sono un pigro incorreggibile. Vivo con il rimorso perenne di non essermi svegliato un'ora prima, anche se poi le cose le faccio lo stesso. A proposito, non le ho ancora detto che io vado a cicli e cambio mestiere ogni otto-dieci anni. L'ho fatto con Unieuro e lo farò con Eataly. A fine 2014 passerò il testimone ai figli".

Per fare che cosa?
"So che mi metto nei guai ma glielo sussurro: forse la politica. Però per cortesia scriva che non voglio andare a scaldare qualche poltrona a Roma. Voglio fare la politica vera, nel territorio, quella che può cambiare davvero le cose. E prometto che farò solo due mandati. Tanto dopo dieci anni cambierei di nuovo".

Stefania Rossini - L'Espresso

martedì 7 agosto 2012

Ricordi


Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a sé stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infine, di quelle che l'uomo ha paura di svelare perfino a sé stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere.

Fëdor DostoevskijMemorie dal sottosuolo, 1864

domenica 22 luglio 2012

Niente cultura, niente sviluppo

Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura. Da "giacimenti di un passato glorioso", ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l'intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell'occupazione.


Una costituente per la cultura 
Cultura e ricerca sono due capisaldi della nostra Carta fondamentale. Le riflessioni programmantiche che proponiamo qui cercano di mettere a punto alcuni elementi «Per una costituente della cultura». L'articolo 9 della Costituzione «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Sono temi saldamente intrecciati tra loro.

Perché ciò sia chiaro, il discorso deve farsi strettamente economico. Niente cultura, niente sviluppo. Dove per "cultura" deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per "sviluppo" non una nozione meramente economicistica, incentrata sull'aumento del Pil, che si è rivelato un indicatore alquanto imperfetto del benessere collettivo e ha indotto, per fare solo un esempio, la commissione mista Cnel-Istat a includere cultura e tutela del paesaggio e dell'ambiente tra i parametri da considerare.
La crisi dei mercati e la recessione in corso, se da un lato ci impartiscono una dura lezione sul rapporto tra speculazione finanziaria ed economia reale, dall'altro devono indurci a ripensare radicalmente il nostro modello di sviluppo.

Strategie di lungo periodo 
Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un'idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell'Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un'ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento.

La cultura e la ricerca innescano l'innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell'azione di governo. Dell'intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d'uscita.
Anche la crisi del nostro dopoguerra, a ben vedere, fu affrontata investendo in cultura. Le nostre città, durante quella stagione, sono state protagoniste della crescita, hanno costruito "cittadini", e il valore sociale condiviso che ne è derivato ha creato una nuova cultura economica.
Ora le sfide paiono meno tangibili rispetto alle macerie del dopoguerra, ma le necessità e la capacità di immaginare e creare il futuro sono ancor più necessarie e non rinviabili. Se oggi quelle stesse città che sono state laboratori viventi sembrano traumatizzate da un senso di inadeguatezza nell'interpretare le nuove sfide, ciò va ascritto a precise responsabilità di governo e a politiche e pratiche decisionali sbagliate. Negli ultimi decenni nel nostro paese – a differenza di altri, Francia, Germania, Stati Uniti oltre a economie recentemente "emerse" – è accaduto esattamente l'inverso di ciò che era necessario. Si è affermata la marginalità della cultura, del suo Ministero, e dei Ministeri che se ne occupano (Beni e Attività Culturali e Istruzione, Università e Ricerca) considerati centri di spesa improduttiva, da trattare con tagli trasversali.
Cooperazione tra i ministeri 
Oggi si impone un radicale cambiamento di marcia. Porre la reale funzione di sviluppo della cultura al centro delle scelte dell'intero Governo, significa che la strategia e le conseguenti scelte operative, devono essere condivise dal ministro dei Beni Culturali con quello dello Sviluppo, del Welfare, della Istruzione e ricerca, degli Esteri e con il Presidente del Consiglio. Inoltre il ministero dei Beni Culturali e del paesaggio dovrebbe agire in stretta coordinazione con quelli dell'Ambiente e del Turismo.
Non si tratta solo di una razionalizzazione di risorse e competenze, ma dell'assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo. Responsabilità né marginali né rinviabili. Se realisticamente una vera integrazione degli obiettivi sembra difficile date le strutture relative di potere di ogni ministero e la complessità di azione propria dei ministeri stessi, tuttavia questo non deve diventare un alibi per l'inazione. Al contrario: esso deve imprimere il senso della necessità di favorire ogni forma di sperimentazione possibile che vada nella direzione di una cooperazione tra ministeri, oltre che ripristinare i necessari collegamenti tra Nord e Sud, tra centro e periferie. Si tratta di promuovere il funzionamento delle istituzioni mediante la loro leale cooperazione, individuando e risolvendo i conflitti a livello normativo (per esempio i conflitti Stato-Regioni per le norme su ambiente e paesaggio).

L'arte a scuola, il merito e la cultura scientifica 
È importante anche che l'azione pubblica contribuisca a radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari all'università, lo studio dell'arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio, e per poter fare in modo che essi ne traggano alimento per la creatività del futuro. Per studio dell'arte si intende l'acquisizione di pratiche creative e non solo lo studio della storia dell'arte. Ciò non significa rinunciare alla cultura scientifica, che anzi deve essere incrementata e deve essere considerata, in forza del suo costitutivo antidogmatismo, un veicolo prezioso dei valori di fondo che contribuiscono a formare cittadini e consumatori dotati di spitito critico e aperto. La dicotomia tra cultura umanistica e scientifica si è rivelata infondata proprio grazie a una serie di studi cognitivi che dimostrano che i ragazzi impegnati in attività creative e artistiche sono anche i più dotati in ambito scientifico.

Una cultura del merito deve attraversare tutte le fasi educative, formando i nuovi cittadini all'accettazione di precise regole per la valutazione dei ricercatori e dei loro progetti di studio. Non manca il merito, nei percorsi italiani di formazione. Lo dimostra il crescente successo di giovani educati in Italia che trovano impiego nelle più prestigiose università di ricerca in tutto il mondo. Ma finché non riusciremo ad attrarre altrettanti "cervelli" dall'estero, questo saldo passivo dissanguerà la nostra scienza e la nostra economia.
È necessario, riguardo a ognuno degli aspetti trattati, creare le condizioni per una reale complementarità tra investimento pubblico e intervento dei privati, che abbatta anche questa falsa dicotomia. È la mancata centralità della cultura per lo sviluppo che ha portato a normative fiscali incoerenti e inefficaci.

Complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale 
La complementarità pubblico/privato, che implica una forte apertura all'intervento dei privati nella gestione del patrimonio pubblico, deve divenire cultura diffusa e non presentarsi solo in episodi isolati. Può nascere solo se non è pensata come sostitutiva dell'intervento pubblico, ma fondata sulla condivisione con le imprese e i singoli cittadini del valore pubblico della cultura. Si è osservato in questi anni che laddove il pubblico si ritira anche il privato diminuisce in incisività, mentre politiche pubbliche assennate hanno un forte potere motivazionale e spingono anche i privati a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Provvedimenti legislativi a sostegno dell'intervento privato vanno poi ulteriormente sostenuti attraverso un sistema di sgravi fiscali (in molti paesi persino il biglietto per un museo o un teatro è detraibile). Misure di questo genere ben si armonizzano con l'attuale azione di contrasto all'evasione a favore di un'equità fiscale finalizzata a uno scopo comune: il superamento degli ostacoli allo sviluppo del paese.



La cultura vale quanto la finanza


D'accordo, l'Italia deve fronteggiare la crisi finanziaria e il debito pubblico. Ma la cultura, comunque. Perché come recita il Manifesto pubblicato da questo giornale il 19 febbraio niente cultura, niente sviluppo. Il risanamento dell'economia si può fare in tanti modi. Per Ermete Realacci, presidente di Symbola, quello migliore è farlo «con un'idea di futuro», come ha detto ieri nella prima giornata del seminario estivo della Fondazione, a Treia, vicino Macerata. E poi, se vuole guardare al domani «l'Italia deve fare l'Italia perché è quando sceglie come naturale collocazione della competitività economica il terreno della bellezza, dell'innovazione, della ricerca, del made in Italy, che spesso incrociano la green economy, che vince. Non è un caso che l'industria culturale sia molto forte nelle regioni e nelle province che hanno un manifatturiero evoluto».


Nel rapporto 2012 sull'industria culturale in Italia, intitolato "L'Italia che verrà" e fatto in collaborazione dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, 20 esperti, con la supervisione del professor Pierluigi Sacco, hanno percorso la penisola in lungo e in largo, alla ricerca delle esperienze più avanzate e delle tendenze emergenti di ogni settore. È stato, il loro, un viaggio tra cultura, creatività, tradizione, innovazione, genio, ingegno e saper fare che passa per un milione e mezzo di realtà. In mezzo a milioni di monumenti e opere d'arte, ricordiamolo. Dal biocarburante di seconda generazione del Piemonte, alle sartorie tradizionali di Ginosa di Puglia, dalla Brianza del mobile all'occhialeria di Belluno. O dall'Emilia dei motori alle ceramiche di Deruta, dall'arredo casa del Friuli Venezia Giulia al cashmere dell'Umbria. E poi ancora dall'Abruzzo dell'alta sartoria e della pasta alle calzature marchigiane fino a Napoli, dove si concentrano le migliori sartorie di capospalla del mondo. Per non dire della Toscana del vino e del marmo di Carrara, del tessile di Prato e della nautica di Lucca, o della nascente filiera dell'animazione fortemente votata all'export.



La geografia dell'industria culturale ha eletto Arezzo come propria capitale. Qui, infatti, il valore aggiunto della cultura è il più alto d'Italia: l'8,4% del totale prodotto dalla provincia. Seconde classificate a pari merito Pordenone e Milano con l'8%, terze ex equo Pesaro e Urbino e Vicenza col 7,9%. Seguono la provincia di Roma con il 7,6%, quella di Treviso al 7,5%, Macerata e Pisa, entrambe al 6,9%, e Verona con il 6,8%. Dal punto di vista dell'incidenza dell'occupazione del sistema produttivo culturale sul totale dell'economia c'è sempre Arezzo al primo posto. Nella provincia toscana infatti l'incidenza dell'occupazione culturale rispetto al totale dell'economia è del 9,8%. Ma subito dopo Arezzo troviamo la provincia di Pesaro e Urbino, con un'incidenza del 9,5%, quindi quella di Vicenza al 9,1 per cento.

Mettendo insieme tutte queste esperienze è emerso un quadro che porta Claudio Gagliardi, segretario generale Unioncamere, a dire che «la dimensione dell'industria culturale in Italia non si può trascurare per il valore aggiunto, addirittura superiore a quello della finanza e delle assicurazioni, ma anche per l'export e per gli occupati». Prendendo come riferimenti questi indicatori l'industria culturale frutta al Paese il 5,4% del Pil, equivalente a quasi 76 miliardi di euro. Ma dà anche lavoro a un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,6% del totale degli occupati del Paese. Superiore, ad esempio, al settore primario, oppure a quello della meccanica. «Pari al doppio della somma del comparto della finanza e delle assicurazioni messi insieme», insiste Gagliardi. E allargando lo sguardo dalle imprese che producono cultura in senso stretto a tutta la filiera, il valore aggiunto passa dal 5,4 al 15% del totale dell'economia nazionale e impiega ben 4 milioni e mezzo di persone, quasi un quinto (il 18,1%) degli occupati.

Per questo dal seminario di Symbola, è arrivata una richiesta forte di considerare questa industria come strategica, «non la si può considerare centrale solo quando si devono fare tagli alla spesa pubblica», osserva Realacci. Anche perché se guardiamo il trend del quadriennio 2007-2011 il settore può dirsi, sotto molto aspetti, anticiclico. La crescita nominale del valore aggiunto delle imprese del settore della cultura è stata dello 0,9% annuo, più del doppio rispetto all'economia italiana nel suo complesso (+0,4% annuo). E l'occupazione tiene, anzi aumenta, seppure in maniera contenuta, quando a livello generale cala. Tra il 2007 e il 2011, gli occupati nel settore sono cresciuti dello 0,8% annuo, a fronte della flessione dello 0,4% annuo subita a livello complessivo. E non è ancora finita. A completare il quadro c'è il saldo della bilancia commerciale: per la cultura nel 2011 l'attivo è stato 20,3 miliardi di euro, per l'economia complessiva, invece, -24,6 miliardi. Non sono solo numeri questi, «sono il frutto di uno sforzo per guardare all'Italia con occhi meno pigri». Niente cultura, niente sviluppo.


sabato 21 luglio 2012

Tatuaggi, la tribù 2.0

Basta una passeggiata su un litorale per farsi un’idea dell’incredibile diffusione del fenomeno. Tatuaggi ovunque e di ogni forma. Non più, non solo adolescenti e giovani appartenenti a una controcultura: il tatuaggio è una moda contagiosa anche per i loro genitori. Musicisti, calciatori e attori hanno tracciato il sentiero: se un tempo il tatuaggio era un segno di primitività, oggi è al contrario un marchio di progresso. L’Occidente ha fame di tatuaggi e cerca altrove, in altre culture, simboli autentici e «tribali», come si usa dire.

«Se cerchi un tatuatore, vai da Willy». Così mi dissero, un paio di anni fa, alcuni amici di Futuna, un’isola della Polinesia occidentale. In tanti anni di ricerche antropologiche in Oceania non mi ero granché interessato al tatuaggio, benché lo stesso termine sia originario proprio della Polinesia.
Fu James Cook a raccogliere la parola tatau a Tahiti nel 1769, durante il suo primo viaggio di esplorazione del Pacifico e a divulgarlo in inglese (tattoo, tattooing) insieme a una descrizione densa della pratica.
Willy è un giovane sulla trentina, di mestiere fa il meccanico di automobili e, nei weekend, integra il salario con i tatuaggi. Willy però, a differenza di quanto ci piacerebbe immaginare, non è l’ultimo discendente di una lunga dinastia di artigiani-tatuatori: «La passione mi è venuta in Francia, quando facevo il militare — mi racconta —. Ho imparato a tatuare in Nuova Caledonia, in una bottega di indonesiani». Quando gli chiedo se nel suo repertorio ci siano segni locali, mi risponde che qui, sull’isola, «non vanno». La gente vuole i tatuaggi dei calciatori, oppure segni cristiani (la Croce, il Sacro Cuore). Alla fine mi inviterà a visionare il suo campionario su un pc, connettendosi a un sito californiano.

Strana, avvincente e pressoché sconosciuta storia quella dei tatuaggi. Molti occidentali sognano oggi esotici e autentici marchi polinesiani da esibire a fior di pelle, mentre i polinesiani si imprimono, oltre alle tradizionali figure geometriche, marchi occidentali. Il tatuaggio non era una pratica del tutto ignota all’Occidente, prima di Cook: greci, romani, celti e altre popolazioni europee praticavano forme di tatuaggio, seppure non esteticamente elaborate come quelle oceaniane o giapponesi. Già Ötzi, la mummia del Similaun, aveva parecchi segni impressi nella pelle, forse a scopo terapeutico. La scoperta dei tatuaggi polinesiani da parte di Cook ebbe tuttavia un ruolo dirompente nel trasformare una pratica marginale in un fenomeno ben più importante, tanto da meritare un nuovo nome: tattoo. Con Cook si apriva una nuova pagina, non solo perché i tatuaggi polinesiani venivano descritti e rappresentati con cura (si pensi ai visi maori raffigurati da Sydney Parkinson), ma perché molti marinai e ufficiali divennero così intimi con i nativi da farsi tatuare dagli stessi tahitiani, accettando di buon cuore questa forma di «violenza controllata» (N. Thomas, A. Cole e B. Douglas, Tattoo. Bodies, art and exchange in the Pacific and the West, Durham, Duke University Press, 2005). Ci troviamo sì davanti a curiosità per l’esotico e fascino à la Rousseau del primitivo «incontaminato», ma anche a un desiderio di incorporare l’altro, rendendolo parte indelebile del sé.

La storia dei tatuaggi è caratterizzata in Occidente da una persistente ambivalenza. Se, alla fine del Settecento, oltre agli umili marinai anche i nobili di corte ne furono così affascinati da volerli imprimere sui propri corpi, ben presto la pratica divenne il segno di un’umanità deviante, pericolosa o irrimediabilmente primitiva. A tatuarsi, nel corso dell’Ottocento, furono soprattutto galeotti, marinai, prostitute, figuranti da circo. Il tatuaggio, in questa prospettiva, veniva interpretato come il «marchio di Caino», quel segno che secondo la Genesi (4, 15) Dio impresse sul primo omicida, come segno di perdono, forse,ma anche come marchio di infamia. Molti missionari, vedendo in queste pratiche un’indebita interferenza nell’opera di costruzione divina, proibirono i tatuaggi che, in varie parti dell’Oceania, scomparvero del tutto. Ancora alla fine dell’Ottocento, Cesare Lombroso considerava il tatuaggio un segno evidente e indelebile dell’uomo delinquente e del primitivo: brandelli di pelle di internati, tagliati ed essiccati dallo scienziato torinese, erano visibili fino a una decina di anni fa nel suo museo.

Accanto a questa visione negativa, esemplificata anche dall’uso del punitive tattooing in contesti coloniali (per marchiare presunti criminali e dissidenti) e nei campi di sterminio nazisti, conviveva tuttavia un’attrazione e un fascino che avrebbe determinato, due secoli dopo Cook, il «rinascimento» del tatuaggio.
Alla fine degli anni Sessanta del Novecento, i giovani americani aderenti al movimento dei Modern Primitives, cominciarono a tatuarsi e a rivendicare le qualità estetiche e morali dell’antica pratica. In un Occidente che iniziava a riflettere in modo più critico su di sé e sulla propria storia coloniale, gli «altri», i «primitivi», le loro pratiche e saperi, tornavano a essere pensati come possibilità alternative, vie di uscita dal conformismo e dal consumismo dilagante. Il rifiuto della cultura dell’Occidente e la rivendicazione di un’autopoiesi del corpo rilanciarono la moda del tatuaggio che sarebbe poi esplosa nel corso degli anni Ottanta.

Fu in questi stessi anni e nel contesto di una rivalorizzazione delle tradizioni locali che anche i polinesiani riabilitarono l’antica pratica, a partire da Tahiti, dalle Hawaii, da Samoa e via via dal resto del mondo insulare. Come ha raccontato Matteo Aria (Cercando nel vuoto. La memoria perduta e ritrovata in Polinesia francese, Pisa, Pacini, 2007), la tecnica e i segni del tatuaggio polinesiano furono ri-creati da intellettuali e attivisti locali a partire da una ricerca in quelle isole in cui i tatuaggi non erano del tutto scomparsi. A Samoa, per esempio, lontano da sguardi indiscreti, i nativi avevano continuato a praticare il pe’a e il malu (tatuaggio maschile e femminile) sui loro corpi, anche perché nella cultura samoana il tatuaggio rappresentava (e rappresenta tuttora) una modalità irrinunciabile per «costruire umanità», per accompagnare i giovani nel loro ingresso all’età adulta.
La rinascita del tatuaggio in Polinesia fu resa egualmente possibile da uno studio delle fonti occidentali: quegli stessi occidentali responsabili del venir meno della pratica contribuirono a salvare qualcosa di essa riproducendo quei segni — come fece per esempio l’artista russo Tilesius Von Tilenau alle Marchesi — su supporti di memoria come libri, dipinti, incisioni, più duraturi del corpo umano. Viaggiando in America e in Europa per partecipare alle numerose Convention del tatuaggio (Roma e Milano le principali mete italiane), tahitiani, samoani, hawaiani tornano oggi a tatuare le pelli dei bianchi, come fecero i loro progenitori.

Willy e gli altri tatuatori polinesiani non sono più i custodi di una originaria e incontaminata arte del corpo e tuttavia l’interesse principale del tatuaggio sta, forse, proprio in questo suo carattere meticcio. Tutte le culture che lo hanno praticato hanno attribuito un significato particolare ai segni riprodotti (simboli di fecondità, potere, bellezza, erotismo…): tuttavia il tatuaggio sembra avere anche un significato trans-culturale, proprio perché si presta a divenire una pratica condivisa.
Imprimere in modo indelebile su ciò che si ha di più intimo, il proprio corpo, i segni di «altre» culture, è a mio avviso una delle testimonianze più forti di quanto sia profondo nell’uomo il desiderio e il bisogno della diversità culturale. L’ambivalenza del tatuaggio è espressione, in fondo, della doppia faccia della diversità: paurosa e attraente, rischiosa e inevitabile al tempo stesso.

Adriano Favole - Il Club della lettura - Corriere della Sera

domenica 15 luglio 2012

Memento Audere Semper

"Nulla d'estraneo mi tocca e d'ogni giudizio altrui mi rido".

"Vivere ardendo e non bruciarsi mai".

"E credere in te soltanto, giurare in te soltanto, riporre in te soltanto la mia fede, il mio orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno, e tutto quel che spero...".

Gabriele D'Annunzio

martedì 10 luglio 2012

L'assertività


L'assertività è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore.
I presupposti necessari per un comportamento assertivo sono: una buona immagine di sé (autostima); un'adeguata capacità di comunicazione; una libertà espressiva; buona capacità di rispondere alle richieste e alle critiche; la capacità di dare e di ricevere apprezzamenti e di dirimere i conflitti.

A volte l'assertività rischia di essere giudicata negativamente perché le persone solide e sicure di sé possono venire percepite in modo troppo aggressivo. Ma l'assertività, se bilanciata con altre importanti qualità, può aiutare ad eccellere in molte cose sul lavoro e nella vita privata.
Come promuovere il lavoro di squadra ad esempio. La performance di un team può aumentare se i membri sono in grado di esprimere punti di vista "impopolari". Utilizzare la fiducia in se stessi per creare un'atmosfera che induca anche le altre persone a parlare chiaramente è un "plus" non indifferente.
Oppure permette di guidare il cambiamento. Per un cambiamento costruttivo occorrono iniziative coraggiose. Essere assertivi aiuta a rompere le resistenze che spesso nascono quando si è chiamati a compiere uno sforzo di questo tipo.
Alla base però occorre agire assolutamente con integrità. Se unita all'onestà, l'assertività  da  il coraggio di difendere ciò che si ritiene giusto. 


domenica 8 luglio 2012

Il Daruma e la gestione degli obiettivi

I Daruma o le Daruma sono figurine votive giapponesi senza gambe né braccia, che rappresentano Bodhidharma (Daruma in giapponese), il fondatore e primo patriarca dello Zen. I colori più comuni sono: rosso (il più frequente), giallo, verde e bianco.

Il Daruma è rappresentato con un volto stilizzato da uomo con barba e baffi, ma gli occhi sono dei cerchi di colore bianco. La tradizione giapponese richiede che, usando dell'inchiostro nero, bisogna disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi, verrà disegnato anche il secondo occhio.

Oggi, anche da me, viene utilizzato per ricordarsi un Obiettivo da raggiungere. Messo sulla scrivania con un solo occhio colorato, ci ricorda lo scopo che ci siamo prefissati di raggiungere, la nostra meta. Una volta raggiunto l'obiettivo si colora l'altro occhio e si è pronti per una nuova sfida.

Ho imparato ad utilizzare la simbologia del Daruma (o una sua rappresentazione su stampa) dopo un corso sulla gestione del tempo organizzata dai produttori dell'agrnda Time Management, nel lontano 1987. Forse qualcuno lo ricorderà.

Da allora quando intraprendo un nuovo progetto colorata una pupilla della bambola, e il simbolo del Daruma diventa un reminder dell'obiettivo da raggiungere.

martedì 3 luglio 2012

Rendete la creatività un' abitudine


La creatività è una dote indispensabile per muoversi in un mondo sempre più complesso. La strada che conduce a un pensiero creativo può risultare, tuttavia, sorprendentemente semplice. 
Per migliorare le vostre doti di inventiva, mettete in pratica i seguenti consigli:
Riducete lo stress, ma non troppo. Uno stato di eccessiva rilassatezza non favorisce la vostra creatività. Andate alla ricerca di uno stato emotivo "a metà", né troppo stressato né troppo rilassato.

Uscite dal vostro ufficio. Andate a piedi a lavoro, prendete mezzi pubblici, andate in giro stando attenti ad osservare come si comportano i consumatori e come passano il tempo. Se non vi prendete del tempo per coltivare bene la vostra creatività, non avrete niente da offrire.

Lasciate vagare la vostra mente. Gli studi dimostrano che i sogni a occhi aperti stimolano uno stato mentale unico. Se permetterete alla vostra mente di vagare, riuscirete a combinare i diversi punti (conoscenze, emozioni, fatti, ecc) in un modo nuovo e creativo.


lunedì 18 giugno 2012

Elogio della ragion politica


Qualche sera fa guardavo un dibattito politico in tv. O almeno, così era stato presentato. I contendenti stavano parlando da più di mezz’ora degli stipendi dei parlamentari. Cioè, di quanto guadagnavano, di quanto avevano dichiarato al Fisco; se era tanto, se era troppo, quanto avrebbero dovuto guadagnare, quanto avevano guadagnato altri. Guardavo molto annoiato. Non era la prima volta. E mi sono chiesto: ma la politica, ora, è questo? Cioè, più precisamente: ma cosa mi interessa sapere di un politico, quanto guadagna, oppure cosa fa di concreto in Parlamento o come sindaco di una città? Ero convinto — sono ancora convinto — che la politica riguardi di più, molto di più, la seconda questione.
Però, accanto alla politica concreta, come effetto collaterale non trascurabile, c’è la questione morale: come ci si comporta, quanto si guadagna, se si ha un conflitto d’interessi. In ogni carriera politica, questo aspetto è importante, bisogna porvi attenzione:ma soltanto in seconda battuta, quando si è apprezzata la concretezza del fare politica. Il moralismo potrebbe essere una formula matematica: la questione morale meno la politica reale. Se la questione morale prende il sopravvento su tutto, ecco che si diventa moralisti.
Perché si è arrivati a questo punto? Senz’altro, la prima risposta istintiva e anche sensata, è quella che diamo tutti: perché la politica in questi anni, i partiti e il sistema, è stata deludente, insufficiente e spesso corrotta.
Il dilemma a questo punto è: bisogna buttare via tutto quello che c’è?
La politica dovrebbe avere più omeno questa funzione in una società: ascoltare la gente, e riformulare in proposte, e poi in leggi, i desideri e le istanze. Perfino le insofferenze e gli sfoghi. Il rapporto degli italiani con la politica è da sempre profondamente emotivo, irrazionale. Si esprime rabbia, estremismo, si ha voglia che tutti vadano a zappare la terra. Se si chiede a un passante che cosa vorrebbe succedesse ai politici, spesso risponde: che vadano tutti in galera. O, se è particolarmente buono: che vadano tutti a casa.
Queste frasi raccontano la temperatura di un Paese. Poi ci sono altre richieste più o meno folli, poi altre più o meno sensate. Ma sempre un discorso politico fatto per strada ha un’emotività fortissima, una irrazionalità più o meno comprensibile. Che cosa fa allora di solito la politica, buona o cattiva che sia? Cerca di interpretare gli umori, soprattutto quelli emotivi e irrazionali, e incanalarli in una ragionevolezza, in una strategia. Da qui (certo, per semplificare) nascono i programmi politici, i progetti economici e culturali, la lotta all’evasione fiscale o l’organizzazione della società. La politica è — dovrebbe essere — la parte pacata e riflessiva del Paese, che però tende l’orecchio ai tumulti emotivi della sua gente. La democrazia consiste nell’incanalamento razionale dell’irrazionalità.
Non sta accadendo questo. Da molto tempo, ma in questi ultimi mesi in modo ancora più netto, visibile.
Se la democrazia è un canale razionale per le richieste anche irrazionali, il populismo consiste nel rinvigorire con intenzione quell’emotività, attraverso altra emotività. La democrazia consiste, per chi è addetto al fuoco, nel tenerlo a bada: cioè, tenere il fuoco sempre acceso ma basso, in modo che serva, ma non faccia danni; il populismo consiste nel soffiare di continuo su quel fuoco. Come si soffia sul fuoco? Si accusa il mondo politico di avere in dispregio la Costituzione e la democrazia, e poi si sostiene con disinvoltura che un presidente della Repubblica debba firmare o non firmare le leggi proposte a seconda di motivazioni politiche (e non può farlo); si dice con altrettanta disinvoltura che un presidente del Consiglio non è legittimato a governare se non si è sottoposto a una prova elettorale (ed è assolutamente legittimato). Queste affermazioni alimentano l’indignazione e la rabbia, perché lavorano sul desiderio di migliorare il mondo, programma vastissimo della gente perbene. Ma non usano il linguaggio della politica.
La politica è razionalità. L’irrazionalità allora si può definire, a ragione, antipolitica. Se uno come Beppe Grillo porta la gente in piazza per gridare vaffanculo a tutti, se urla che destra e sinistra sono uguali e che tutti devono andare a casa e il presidente della Repubblica con loro, non si può dire che lavori sulla razionalità, ma decisamente sulla emotività. E trova terreno fertile. È come se la nazionale di calcio avesse come commissario tecnico uno più facinoroso di quelli che discutono al bar. Il risultato sarebbe che finalmente vedremmo quella squadra che si vagheggia nelle discussioni tra avventori, con quattro punte e tre fantasisti. E forse ci divertiremmo anche un po’. Ma dubito che funzionerebbe.
E allora, l’antipolitica è da considerare la rivoluzione che sta arrivando? In poche parole, l’atmosfera dentro la quale siamo porterà a qualcosa di buono? Grillo e il Movimento 5 stelle sono una novità assoluta?
È una questione importante e seria, la presenza di un nuovo movimento e i consensi che ha e che avrà. Ma arriva da più lontano. Grillo e il suo metodo emotivo non sono una novità. In più, l’antipolitica ha una funzione distruttiva e non costruttiva, e infatti appena ha a che fare con la questione della governabilità, il concetto di pulizia assoluta diventa molto problematico da mettere in atto.
Quando è cominciato tutto questo? Lasciamo perdere «l’Uomo Qualunque», restiamo agli ultimi anni. C’è una linea politica emotivamolto forte che ha attraversato il Paese, dagli ultimi anni della prima Repubblica (che ha contribuito a distruggere, appunto, ma non è stata capace di ricostruire). Comincia con la comparsa di Umberto Bossi e della sua Lega. Il suo linguaggio estremo e sprezzante, antipolitico, appunto; che è riuscito addirittura a mantenere con perseveranza nella sua funzione di ministro. Prosegue con Silvio Berlusconi e lo sprezzo del Parlamento; ma è soprattutto la prima campagna elettorale, quella vincente del 1994, che lo propone come antipolitico per eccellenza: l’opposizione a quello che c’era, l’idea che basti non essere dei politici professionisti per portare cose buone. Infine, attraversa una sinistra minoritaria e urlante come quella di Antonio Di Pietro, che è un grande demolitore e un grande moralizzatore, attraversa anche i rottamatori all’interno del Partito democratico (rottamare vuol dire buttare il vecchio per accogliere il nuovo, ma in qualche modo la parola e le intenzioni sono tutte concentrate sulla voglia e la soddisfazione di buttare il vecchio, e basta) e arriva dritto dritto a Grillo, interprete definitivo e assoluto.
Però: può la politica diventare un oggetto soltanto emotivo e irrazionale? Se pensiamo al passato, vengono in mente Moro, Berlinguer, Craxi, La Malfa, Andreatta, Andreotti — cito in ordine sparso e non esaustivo, buoni e cattivi. Erano tutti lavoratori razionali che cercavano di interpretare gli umori — lo facevano bene o male, in favore del Paese o a proprio favore, ma non si poteva concepire la politica in altro modo.
L’avvento di Grillo sancisce definitivamente che la politica è diventata una formula emotiva esponenziale. Se la gente è insoddisfatta, può esprimere la sua irrazionalità ed emotività attraverso un movimento che accoglie e autorizza lo sfogo, lo rende attivo. Tutti quelli che sono arrabbiati hanno molte ragioni, ma gli arrabbiati devono avere rappresentanti politici meno arrabbiati che rappresentino le loro istanze. Adesso invece hanno rappresentanti politici più arrabbiati di loro. È questo il paradosso che alla fine ha cambiato e sta cambiando il linguaggio, la forma e il contenuto della politica.
Ad esempio, Grillo propone il metodo dei referendum a raffica: è un altro fraintendimento della democrazia; si dovrebbe ricorrere ai referendum soltanto per questioni epocali (il sistema proporzionale o maggioritario?), soprattutto etiche (l’aborto, il divorzio). Per il resto esiste il Parlamento (e con ciò si intende un Parlamento i cui rappresentanti siano votati direttamente dagli elettori; altro concetto elementare e fondante di una democrazia, che è stato tralasciato con disinvoltura). Ma in Italia ormai — e non solo per colpa dell’emotività della gente, sia chiaro — il Parlamento sembra essere il luogo della colpa assoluta, e due sono le cose che ci interessano: quanto guadagnano, e quando andranno tutti a casa (o, alcuni, in galera).
Tra la politica razionale e la politica emotiva (l’antipolitica), la seconda vince sempre. In Italia vince ancora più facilmente, considerato che la politica razionale è scarsa e senza grandi progetti. Eppure non c’è altromodo, per un Paese, che governare con raziocinio. E infatti mentre altri urlano in piazza, alcuni «tecnici» tentano (a volte bene, a volte male) di tenere a bada la crisi e tenere in vita lo Stato.
Cosa può fare la politica contro l’antipolitica? C’è una Costituzione, un sistema democratico che si definisce rappresentativo, e delle leggi. Da tutto ciò si può derogare? Cioè: il fatto che i rappresentanti politici non facciano funzionare bene, non sfruttino a dovere questo sistema, rende davvero distruggibile con disinvoltura il sistema? È questo il bivio davanti al quale si trova il Paese: lavorare per rinnovare e migliorare la vita politica all’interno della forma data, oppure seguire le demolizioni dell’antipolitica.
Bisogna considerare che rimane in Italia una larga fascia di elettori (ancora la maggioranza?) che alla politica razionale crede ancora. Crede ancora nel presidente della Repubblica, nella governabilità, nella democrazia rappresentativa e quindi crede ancora nella composizione diversificata del Parlamento. Sono anch’essi insoddisfatti, o delusi dell’andamento della politica di questi anni, ma non hanno smesso di credere in un miglioramento di fatto della vita politica italiana, e di conseguenza del Paese.
I partiti che aspirano a governare (di sinistra, di centro o di destra — saranno gli elettori a scegliere) non possono e non devono giocare la partita dell’emotività: non è nel loro dna, anzi in qualche modo costituirebbe un paradosso, la politica che si traveste da antipolitica. Un paradosso per nulla convincente e quindi perdente, oltretutto.
Quindi, devono scegliere l’unica strada alternativa possibile, quella del riformismo. Devono scegliere un punto preciso di posizionamento per essere messi a fuoco dall’elettorato italiano. Si posizionino in quel punto dimezzo tra il loro stesso fallimento e l’antipolitica. Chi ne ha il coraggio prenda su di sé la battaglia del grande cambiamento della forma e dei volti della politica italiana, a cominciare dalle proprie file e dai propri programmi. Ma allo stesso tempo — è questo il punto — sfidi Grillo con coraggio: prenda le distanze dal suo estremismo dialettico, dal suo qualunquismo politico. Lo sfidi con eleganza, ma con determinazione: si presenti al Paese come la forza razionale e costruttiva in opposizione all’onda emotiva che in questo momento Grillo rappresenta. Abbia il coraggio, un partito politico che voglia rappresentare gli italiani, di esprimere dissenso verso chi vuole destituire le fondamenta su cui questo Paese è stato costruito — fondamenta malate e piene di umido —, ma che vanno rivitalizzate e non abbattute. Combatta la battaglia della riforma elettorale, politica, istituzionale.
Sia chiaro: gli elettori potrebbero aver voglia di seguire (eseguire) la pulizia totale che chiede il Movimento 5 stelle. Oppure, chissà, potrebbero esprimere insofferenza giustificata per i modelli politici a cui hanno assistito in questi anni, ma poi fidarsi di uno spirito riformistico, se lo giudicanomoderato ma preciso, attivo, realmente propositivo; e con rappresentanti di chiaro valore. I partiti accolgano senza timore la sfida più affascinante dei prossimi mesi: la politica contro l’antipolitica — ognuno dalla sua parte (ovviamente). E chissà che il risultato non sia affatto scontato. Chissà che in questo Paese si possa tornare a fare politica — si possa continuare a fare politica — nel modo e con i mezzi che i grandi fondatori della Repubblica avevano, con intenzioni buone e concrete, immaginato per noi.