martedì 22 aprile 2014

Perché ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri


Ho capito il perché "i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri." 
Da un versetto del Vangelo secondo Matteo: "Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha."...

by Pierangelo Raffini


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lunedì 21 aprile 2014

Da Obama e Lady Gaga dieci dritte sull'uso dei social media

Barack ObamaOprah Winfrey e Lady Gaga hanno molto da insegnarci su come usare i social media in modo strategico. Sono le conclusioni a cui è giunto il Cdo Club, gruppo che riunisce i Chief Digital Officers a livello mondiale, ovvero i rappresentanti di questa professionalità emergente che è in qualche modo trasversale all’interno di un’azienda e copre vari ambiti, dal marketing alla comunicazione all’Ict. Durante il summit annuale dei Cdo nel 2013 prestigiosi speaker sono intervenuti sul tema della gestione dei social  media: tra questi Teddy Goff, Digital Director delle due campagne presidenziali di Barack ObamaHarriet Seitler, Cmo e Evp di Harpo Studies di Own (il network di proprietà di Oprah Winfrey, celebre personaggio televisivo negli Usa); Laxmi Wordham, Cdo alla Michael J. Fox Foundation per la ricerca sul Parkinson; Rosemary Maggiore, ex President of Digital per Rachael Ray; e Katarina Markov, capo della Global Innovation alla Atom Factory, agenzia che rappresenta Lady GagaJohn Legend e altri artisti. Ecco le dieci dritte che è stato possibile ricavare dai loro insegnamenti in esclusiva per EconomyUp (qui il link all'infografica).
1.     Sii autentico
“Oprah twitta personalmente – dice Seitler – e lo fa in modo onesto e autentico”. Autenticità e trasparenza sono valori chiave nella vita che tendono a risaltare in ambito social. Quando gli è stato chiesto perché Obama sia riuscito a battere non solo gli avversari repubblicani ma anche gli stessi democratici come Hillary Clinton, Teddy Goff ha risposto: “Autenticità”.
2.     Sii semplice
Occorre essere semplice e sintetici il più possibile. Bisogna saper riassumere un argomento che interessa agli utenti in un paio di frasi se si è su Facebook o su Google Plus, o nei 140 caratteri di Twitter o anche attraverso una semplice infografica.
3.     Sii divertente
Goff doveva convincere i potenziali elettori di Obama a leggere un post sulla politica fiscale, argomento di per sé poco attraente. Così il suo team ha creato un gioco sul sito che induceva gli utenti a cliccare un bottone per avere dettagli sull’argomento. Ma, per i primi secondi, ogni volta che il lettore posizionava il mouse sopra il bottone, quello “svolazzava” per tutta la pagina. In 24 ore, sostiene Goff, il blog ha avuto milioni di like e su Facebook è stato twittato 70mila volte.
4.     Stabilisci la fiducia
Va a braccetto con la lezione numero uno: essere autentici. Dal momento che Oprah twitta in prima persona, dice Seitler, la sua audience “sa che si può fidare e che quello che dice è vero. Questo significa che, quando la conduttrice vuole promuovere o condividere qualcosa, il pubblico a sua volta la condivide”.
Se riesci a creare questa “fondamentale piattaforma di fiducia - prosegue Seitler – le tue parole e i tuoi consigli acquisiranno maggior peso”.
5.     Assumi il controllo
Essere sui social media non significa perdere il controllo della propria immagine. Tempo fa cominciarono a circolare online rumors sul fatto che Lady Gaga stava ingrassando. Per tutta risposta l’artista postò sul suo profilo nei social network una foto in lingerie, annunciando una “rivoluzione del corpo” e invitando i fan a postare proprie foto e condividere le riflessioni sul peso corporeo. Arrivarono migliaia di immagini e di storie. La lezione? Se il buzzing in Rete sulla tua organizzazione è fuori del tuo diretto controllo, per riprendere le redini occorre una risposta intelligente, autentica e strategica.
6.     Stimola la condivisione
La squadra di Goff scoprì, a un certo punto della campagna di Obama, che i follower erano molto interessati ai contenuti pubblicati, ma solo una piccola parte di essi voleva che “gli amici sapessero che erano interessati”. Ma è proprio da questo snodo che parte la viralità in Rete. Quindi chiunque si occupi di strategie per i social media deve chiedersi: quanti e quali sono gli argomenti che i miei utenti non soltanto individuano come preferiti ma desiderano far conoscere alla loro comunità di riferimento (e quindi sono pronti a condividere)?
7.     Acquisisci la proprietà dei dati, della piattaforma e dell’audience
I dati raccolti su quello che i clienti/utenti fanno, condividono e acquistano sono in grado di potenziare enormemente il marketing, il customer service e altre attività commerciali. Ma per poterlo fare occorre possedere questi dati. “Aziende come Facebook e Twitter – spiega Katarina Markov – sono ancora degli intermediari  perché possiedono i dati”. Così la sua agenzia ha creato un social network personale di Lady Gaga chiamato LittleMonsters.com: adesso tutti i dati generati dalle conversazioni social sono mantenuti in-house. Questo contribuisce ad instaurare una relazione più diretta tra Gaga e i fan ma soprattutto a incentivare il business di vendita di musica, profumi, vestiti, biglietti per spettacoli e altro.
8.     Personalizza le informazioni
Durante la campagna presidenziale di Obama, Goff inviò email a ex donors per informarli con precisione quanti dollari avrebbero dovuto nuovamente donare per ottenere uno speciale benefit. È importante poter contattare le persone con messaggi personalizzati e su misura. E se non è possibile essere così precisi come è stato il team di Goff, è comunque utile citare qualcosa di personale, e di particolare valore, per ogni singolo utente.
9.     Facile e veloce
Le persone ricercano la massima velocità e semplicità: questo,  in ambiente social, significa meno formulari e meno click. Goff ha reso le donazioni per Obama estremamente semplici creando un sito di safe-payment. Dopo che il donatore aveva inserito le sue informazioni, il team inviava email di sollecito con la scritta “Premi qui per donare”. Se l’utente cliccava su quel bottone, la donazione veniva presa in carico in modo automatico e sicuro prelevando il denaro dalla carta di credito dell’utente.
10.    Non essere tiepido
Sul web le persone vogliono leggere contenuti impegnativi, interessanti e certamente anche divertenti. Vogliono “roba buona”. Serve un gran lavoro in termini di impegno e di tempo, ma è essenziale: non si può essere timidi, poco attraenti o banali. Occorre essere efficaci e stimolanti.


Startup, che cosa dice il rapporto Guidi

Il ministro delle Sviluppo economico, Federica GuidiIl ministro delle Sviluppo economico, Federica GuidiPer la prima volta un ministro presenta una Relazione sulle startup innovative e  introduce il concetto di valutazione delle policy pubbliche di sostegno all’economia. La responsabile dello Sviluppo economicoFederica Guidi ha disposto la pubblicazione online sul sito del Mise della prima Relazione annuale sullo stato d'attuazione della politica del governo a sostegno dell'ecosistema delle startup innovative. La relazione fotografa la situazione come era meno di due mesi fa, quando queste realtà imprenditoriali iscritte alla sezione speciale del registro delle imprese risultavano essere 1.719: il 30% nel Nord-Ovest, il 28% nel Nord-Est, il 23% al Centro e il 19% nell'Italia meridionale e insulare. I dati risalgono a febbraio perché la Relazione, che è datata 1 marzo 2014, è stata consegnata il mese scorso al presidente della Camera, a quello del Senato, ai presidenti delle Commissioni Industria di entrambe le Camere e al presidente della Repubblica. In assenza di osservazioni, è stata pubblicata. I dati nel frattempo sono cambiati: dalRegistro delle startup innovative di Infocamereaggiornato al 14 aprile, è emerso che siamo arivati a quota 1.941. Quindi, in meno di due mesi, ne sono state iscritte 222 in più: un trend decisamente positivo.
Ma al di là dei numeri il documento è significativo perché introduce per la prima volta il concetto di valutazione delle politiche pubbliche, ovvero prevede che, dopo l’emanazione di una norma, venga elaborata e diffusa pubblicamente una valutazione dei suoi risultati. Nella Relazione, per esempio, sono state “riversate” le osservazioni del Comitato di valutazione e monitoraggio istituito a gennaio. Ovviamente, essendo la normativa sulle startup relativamente recente, il dossier della Guidi scatta una fotografia dell’esistente. È previsto comunque che una volta all’anno, a marzo, il ministro dello Sviluppo economico consegni un rapporto annuale sulle startup innovative. Quello del prossimo anno potrà essere giocoforza più circostanziato e dare maggiore spazio alla valutazione degli effetti della legge sull’economia del Paese.
"Le startup innovative sono al centro della strategia di rilancio del sistema produttivo nazionale cui stiamo lavorando - spiega nel documento il ministro Guidi – perciò sostenendo la nascita e lo sviluppo di nuove imprese innovative vogliamo favorire un approccio di politica industriale premiante per quelle aziende capaci di incidere profondamente sulla competitività e sulla produttività del nostro tessuto economico, generando effetti positivi sull'occupazione, in particolare giovanile. Sotto la mia direzione, l'impegno del ministero dello Sviluppo economico su questo fronte viene, se possibile, ulteriormente rafforzato: diverse sono infatti le nuove misure attualmente in fase di studio, tra queste è ormai  prossimo al lancio il programma Italia Startup Visa, il cui obiettivo è la semplificazione del meccanismo di concessione di visti per i cittadini extra-Ue che intendono avviare una startup innovativa in Italia".
Quanto ai dati contenuti della Relazione, uno degli elementi presi in esame è la distribuzione settoriale delle 1.719 startup innovative censite a febbraio, il 78% delle startup innovative opera nei servizi (in particolare nella produzione di software e nelle attività di ricerca e sviluppo), il 18% nell'industria e nell'artigianato, il 4% nel commercio, ma non mancano esempi di startup attive nel campo del turismo e dell'agricoltura. Sono inoltre 19 (sempre secondo i dati di febbraio) gli incubatori certificati: strutture con esperienza consolidata nell’attività di sostegno alle startup innovative.
Tra le Regioni vince la Lombardia per numero di startup (341), seguita da Emilia-Romagna (192) e  Lazio (177). In coda Calabria (20), Molise (10) e Basilicata (9).
Per quanto riguarda la tipologia prevalgono nettamente le attività connesse con il mondo del digitale sia fra i servizi che nella trasformazione industriale. In particolare, esaminando le 4 cifre della classificazione Ateco 2007, tra le attività dei servizi sono in evidenza le attività di produzione di software (354 imprese), le altre attività di ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze naturali e dell'ingegneria (215), la produzione di portali web (95), consulenza nel settore delle tecnologie dell'informatica (88), altre attività dei servizi connessi alle tecnologie dell'informatica (85).
Tra le attività industriali spicca la fabbricazione di computer e unità periferiche (19 imprese), la fabbricazione di motori, generatori e trasformatori elettrici (18), la fabbricazionedi altre macchine di impiego generale (15), la fabbricazione di macchine per impieghi speciali – incluse parti e accessori (15), la fabbricazione di strumenti e apparecchi di misurazione, prova e navigazione – esclusi quelli ottici (14).

domenica 20 aprile 2014

"Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione..."

“Viaggiare è molto utile, fa lavorare l’immaginazione, il resto è solo delusione e pene. Il nostro viaggio è interamente immaginario, è la sua forza.”

- Céline (Viaggio al termine della notte)

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lunedì 14 aprile 2014

Conosci te stesso

“Conosci te stesso mai attraverso la contemplazione, bensì attraverso l’agire.

Non conta cosa cerchi, ma come lo fai, come ti comporti, come lo vivi. Il cosa e perché vengono dopo.”

- Riflessione ispirata da una frase di Goethe

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domenica 13 aprile 2014

Il capitalismo distrutto dalla finanza


Un Armageddon socioculturale: è lo scontro in corso tra finanza e società. Letteralmente, Armageddon è il luogo del conflitto finale fra bene e male, spesso evocato nella storia a fronte di guerre epocali. Oggi la storia ci mette di fronte a un contesto del genere. Il modello culturale che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni, con una finanza egemone, genera ormai soltanto problemi crescenti. La disuguaglianza, la povertà, il degrado morale, la conflittualità, l’individualismo e un livello di esasperazione sociale che sta pericolosamente salendo anche nel nostro Paese sono i frutti velenosi dell’albero di questo modello culturale. "Guardatevi dai falsi profeti, li riconoscerete dai loro frutti" si legge nel Vangelo.
Ebbene, i dati sulla disuguaglianza e le conseguenze sulla tenuta delle società sono la drammatica rappresentazione di questi frutti.
Le 85 persone più ricche al mondo detengono un patrimonio pari a quello di 3,5 miliardi di persone, ovvero la metà della popolazione del pianeta. Nei paesi di cultura anglosassone, considerati i più rappresentativi della democrazia, le disuguaglianze hanno spaccato la società. Negli Usa il reddito dell’1 per cento dei più ricchi è equivalente al 40 per cento del reddito nazionale e il trend sta crescendo: un americano su sei ha bisogno di un buono pasto, la povertà è tornata ai livelli del 1963.
Del resto, la crescita del Pil ha un’utilità negativa perché a parità di tassazione aumentano le disuguaglianze dando risorse superflue ai ricchi, sottraendole alla classe media che tiene in piedi il sistema. Nella Silicon Valley, punta di diamante degli Stati Uniti, si trova "The Jungle", il più grande accampamento dei senzatetto del paese. In questi giorni Barack Obama è stato a Roma per confrontarsi con Papa Francesco che si è fatto testimone della lotta alla povertà e alla disuguaglianza. Un incontro epocale il cui scopo doveva essere quello di stimolare anche negli Stati Uniti politiche di sostegno ai ceti meno abbienti.
Ma il divario fra ricchi e poveri è notevole anche in Gran Bretagna. Le cinque famiglie più abbienti hanno un patrimonio equivalente a quello del 20 per cento più povero del paese, eppure là si propongono meno tasse ai più ricchi e tagli al welfare. Anche noi, in Italia, siamo della stessa partita. La società si sta indebolendo e vive le stesse profonde contraddizioni. Secondo gli ultimi dati disponibili (relativi al 2012, forniti dal dipartimento delle Finanze), il 5 per cento dei redditi più alti dichiarati è pari al 22,7 per cento dei complessivi, e il 10 per cento delle famiglie possiede il 46,6 per cento della ricchezza.
Come non vedere nella supremazia della finanza la causa di questi squilibri sociali? L’affermarsi della finanza come verità accademicamente incontrovertibile e come scienza esatta si fonda su un’ipotesi falsa ma perseguita con lucida determinazione: ha accelerato i processi di concentrazione della ricchezza diventando uno strumento egemonico nelle politiche globali dei governi.
Così è diventata un sistema parassitario, una sorta di locusta dell’economia reale, la quale viene spolpata fino al collasso perché la moneta non genera moneta. Si è erosa la tenuta dei sistemi sociali e compromessa la realizzazione del bene comune, diventato secondario rispetto a quello individuale: chi decide, in finanza, non si pone il problema delle conseguenze delle sue scelte che possono distruggere aziende sane e mettere in difficoltà la tenuta di interi paesi.
La dinamica finanziaria ha continuato a dettare legge ma ha indebolito socialmente i paesi dove si è manifestata dominante (Usa e Gran Bretagna). In queste condizioni è difficile ergersi a paladini della giustizia. L’esito delle tensioni in Siria in modo non bellico ha dato evidenza di questa debolezza contrattuale e ha riportato la Russia di Vladimir Putin a un ruolo di protagonista nei giochi globali. Inoltre, il naturale avvicinamento tra Russia e Germania è nella storia (la grande Caterina era tedesca) e ha contribuito a evidenziare le difficoltà degli Usa nel mantenere una posizione di forza come la vicenda della Crimea ha dimostrato. La finanza dominante comincia dunque a scontrarsi con un modello culturale fondato sull’economia reale, a mettere in discussione il suo potere egemonico oltre che il modello sociale da essa generato.
Anche i recenti investimenti della finanza americana nel nostro Paese (fondo Blackrock), fatti con inusuale rapidità, non sembrano destinati a creare occupazione ma anzi ad avere un ruolo importante nelle politiche finanziarie del Paese. Ma occorre ricordare che la nostra storia si regge su una tradizione di economia reale e di capitale sociale, non di finanza. Quest’ultima non è nel nostro dna, su quel piano saremo sempre perdenti e dominati.
Il vero scontro si giocherà, insomma, nei prossimi anni, nella messa in discussione di un modello socioculturale incardinato su un capitalismo finanziario fine a se stesso che ha generato una crisi sociale e di valori conflittuali. Può essere sostenibile un modello sociale con disuguaglianze e disgregazioni sociali? Può l’economia essere sovraordinata alla società? Può l’economia reale essere un’ancella della finanza? La storia ci dice che non è possibile, ma ancora una volta siamo qui a riprovarci e a rischiare di trovarci davanti al caos, in una sorta di Armageddon, appunto. Saremo capaci di capirlo e di sostituire al "bellum omnium contra omnes" la collaborazione e il senso antico di "societas"? Questa è la vera sfida che ci aspetta.


Sei un capo o un leader ?

“Un capo da la colpa, un leader corregge gli errori” scrive uno scrittore americano, R.H. Ewing. Quali sono i dieci fattori che distinguono un capo da un leader? Scopriamolo insieme con l’aiuto del sito americano di business Inc.com.

1. Un capo pensa di conoscere tutto. Un leader ha sempre voglia di imparare.

2. Un capo fa domande. Un leader cerca le soluzioni.

3. Un capo parla per primo e poi ascolta. Un leader ascolta prima e poi parla.

4. Un capo dirige. Un leader insegna.

5. Un capo critica. Un leader incoraggia.

6. Un capo individua le debolezze dei suoi dipendenti. Un leader ne scopre le qualità.

7. Un capo dice “io”. Un leader dice “noi”.

8. Un capo attribuisce le colpe. Un leader distribuisce le responsabilità.

9. Un capo nasconde le sue debolezze. Un leader le mostra.

10. Un capo pretende risultati. Un leader chiede impegno.

Insomma, ogni team ha un capo, ma poche hanno un leader. Che sa fare la differenza.

Redazione Millionaire.it (http://millionaire.it/sei-un-capo-o-un-leader/)


venerdì 11 aprile 2014

5 riflessioni sulla Leadership

1. Le persone con carisma trasudano di positività. È la prima cosa che noti, avverti la scintilla della vita che c'è in loro. Stare con queste persone scatena forti emozioni. Entusiasmo, felicità, rabbia, piacere per le esperienze che si stanno vivendo. Invitano gli altri a condividere le proprie passioni e li aiutano a far fiorire le loro. 

2. Le persone con carisma ispirano fiducia. Pare che abbiano il mondo sotto controllo. Possiedono grande autostima e appaiono forti e calmi anche quando non lo sono. Hanno fede nelle proprie capacità le loro conoscenze e il loro valore. Non screditano chi hanno attorno, chi collabora con loro. Non le respingono. Se condividi la tua fiducia con altri, essi si sentiranno più forti e saranno con te nella lotta.

3. Le persone carismatiche condividono le loro convinzioni con altre. Credono in qualcosa di potente e per questo lo condividono. Le loro convinzioni e le conseguenti azioni coerenti influenzano gli altri, che li seguono. Ispirano. Non sono mai apatici, sempre in azione, pronti a motivare.

4. Le persone carismatiche sono grandi e potenti narratori. Le persone seguono il coraggio e la passione. Attraverso il racconto sono in grado di influenzare e motivare le persone. Utilizzano la narrazione per farsi comprendere velocemente da tutti, arrivando direttamente alla parte emotiva di ognuno. Pongono attenzione al tono della voce, all'inflessione, alle pause, alla modalità con cui raccontano. Sanno esprimersi chiaramente entrando immediatamente in sintonia con chi li circonda. Usano l'umorismo, la metafora e il simbolismo per informare e coinvolgere.

5. Le persone carismatiche sono empatiche. Sanno metterti al centro dell'attenzione, ti fanno sentire unico. Si concentrano totalmente su di voi. Anche con il corpo. Ti fanno sentire speciale e unico in qualche modo. Concentrano la loro energia su chi gli sta di fronte. Si isolano interiormente e si pongono in ascolto per cogliere, a loro volta, l'energia di chi gli sta di fronte.



martedì 8 aprile 2014

“@LucaSghedoni: Orgoglio,umiltà',autostima e crederci sempre: 4 regole fondamentali del Team vincente”

@LucaSghedoni: Orgoglio,umiltà',autostima e crederci sempre: 4 regole fondamentali del Team vincente

by Pierangelo Raffini

April 08, 2014 at 11:01PM 
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sabato 5 aprile 2014

Sapete cos’è (e come si fa) “Personal Branding”?

Il più grande e più importante compromesso a cui tutti devono essere disposti a scendere è quello di raccontarsi ogni giorno con sincerità e con dettagli personali

Twitter, Facebook, LinkedIn non possono essere, e non lo sono per natura, delle piattaforme su cui sistemare delle informazioni che poi non si vanno più a controllare e ad aggiornare. Piuttosto devono essere il racconto quotidiano del vostro passato e del vostro presente, per avvicinarvi agli obiettivi che volete raggiungere nei prossimi mesi, come farvi invitare come relatori ad un appuntamento pubblico; o nei prossimi anni, come ad esempio cambiare lavoro. Per questo dovete essere disposti a parlare dei vostri piaceri, dare le vostre opinioni, taggare le vostre foto anche, di lavoro e private. Se volete fare “Personal Branding”, quindi, apritevi e mettete sotto ai riflettori il vostro lavoro, le vostre passioni, i vostri desideri, le vostre attività e poi mantenete una comunicazione costante con chi ha deciso di seguirvi: vi permetterà di raggiungere ancora più persone e avvicinarvi ai vostri traguardi.

Per il secondo appuntamento con la nostra “Formazione a Colazione”, all’interno del palinsesto il Tempo delle Donne dedicato ai cambiamenti che stanno caratterizzando le donne e l’Italia, e in collaborazione con ValoreD, il guru indiscusso che ci ha guidato alla scoperta del Personal Branding è stato Marco Massarotto, Co-fondatore e partner di Hagakure, una delle più importanti agenzie di comunicazione digitale italiane; ma sono state fondamentali anche le testimonianze di due professioniste come Francesca Parviero, Specialista di Social Media e Coach per il Personal Branding e Sabrina Lucini, E-Commerce Manager di IKEA Retail e consigliera di ValoreD. Marco Massarotto ci ha fatto capire subito l’importanza del tema con una slide significativa: i Social Media sono, senza dubbio, uno “stile di vita” che si svolge quasi tutto il tempo sul nostro cellulare ed è fatto proprio per tutte quelle persone che pensano di non avere tempo per usarli e si disperano perché non sanno come sfruttarli. La verità è che sono molto più accessibili di quanto non si pensi, non impegnano troppo tempo durante la giornata e anche con poco si possono raggiungere dei risultati soddisfacenti. Tutto facile? No, soprattutto se bisogna ancora prendere confidenza e se avete solo un profilo sui Social principali (attenzione: non essere sul web con una propria pagina non viene preso in considerazione). Non è tutto scontato neanche per chi li usa più spesso: il salto di qualità sta nell’imparare a usare i trucchi della rete per fare emergere i contenuti che scegliete voi.

Una lezione in dieci punti fondamentali che potete rileggere con calma a questo link. Se volete promuovere la vostra storia ma non ve la sentite di mantenere un dominio con il vostro nome e cognome, sappiate che questi, nome e cognome saranno le chiavi più importanti per farvi trovare dai motori di ricerca e farvi associare ai contenuti che preferite. Ogni Social media ha una caratteristica che lo distingue e che può valorizzarvi in modo diverso. La biografia di Twitter, ad esempio, è l’occasione per raccontare, in pochi caratteri e con un tono simpatico, la vostra vita.LinkedIn invece ha bisogno di essere compilato in ogni suo campo con precisione, con più dettagli aggiornati. Le immagini di Facebook, poi, sono da sfruttare per “mostrare” la vostra vita, sia che scegliate di mettere nella vostra copertina la foto del vostro gruppo di lavoro, sia con una breve gallery del vostro ultimo viaggio.

Siate sempre ordinati, archiviate articoli e link che raccogliete sul web e se non li conoscete, imparate il significato di termini come “tag”, “feed” e “bookmarking”: vi saranno molto utili. Se poi avete deciso di aprire un blog, sappiate che la generosità nel condividere la vostra “conoscenza” verrà riconosciuta solo se sarete in grado di offrire un contenuto diverso, originale. Se sarete più bravi degli altri riuscirete a guadagnarci anche soldi veri. Infine misuratevi, sempre: quanti sono i vostri contatti? Quanti di questi si sentono coinvolti da quello che scrivete e potenzialmente lo rilanceranno? Solo in questo modo potrete sapere se state andando nella direzione giusta o se dovete migliorare e ricordate che il web non dimentica perciò attenzione a gaffe ed errori che potrebbero tornare a galla in futuro.

Avete mai fatto “egosurfing”? Cioè avete cercato il vostro nome sui motori di ricerca? Probabilmente sì e avete fatto bene, come ha spiegato Francesca Parviero, anzi fatelo su browser diversi, per verificare quali informazioni vengono esaltate e quali invece rimangono nascoste. E ancora se quelle che volevate mantenere private sono rimaste tali. Controllare tutto è impossibile ma un buon margine per scegliere cosa condividere e con chi lo abbiamo tutti grazie ai filtri, alle liste e alle regole della privacy del vostro Social.«Mantenere dei profili attivi e aggiornati è come prepararsi alla prova costume: pensarci solo quando mancano due settimane alla spiaggia, quindi solo quando cercate lavoro, non vi porterà ad ottenere grandi risultati» ci dice Sabrina Lucini.

Non è un caso se i Social network si chiamano proprio “sociali”. Si basano su connessioni che possono darci la possibilità di avvicinare persone lontane da noi, fisicamente o per importanza, e hanno tutti i vantaggi di una vetrina sul mondo ma poi in cambio chiedono di essere curati e arricchiti con costanza. Se saremo fortunati, e bravi, capiterà anche a noi di trovare un’amica, oltre che collaboratrice, come a Francesca e Sabrina, che concludono confermando quanto Networking, tema del primo incontro di Formazione a Colazione, e Personal Branding siano legati tra loro. Insieme saranno in grado di dare una spinta alle giovani donne di domani? Lo potremo chiedere alla prossima ospite-formatrice Maria Cristina Bombelli, che ci aiuterà a capire come si progetta in modo intelligente il proprio futuro. Vi aspettiamo il 10 aprile.

Kibra Sebhat - La 27 ora - Corriere della Sera (http://27esimaora.corriere.it/articolo/sapete-cose-e-come-si-fapersonal-branding/


giovedì 27 marzo 2014

Applicare l'etica del Guerriero ricercatore

Un Guerriero ricercatore della verità è colui che prova a non escludere nulla di quello che gli viene proposto, che non ha alcun tipo di pregiudizio sugli altri esseri umani e sulle altre tradizioni e che, oltre alla lotta fisica, conduce una battaglia continua contro le proprie incertezze, paure ed egoismi, rifiutando sempre la menzogna.

Tenta di abbinare il combattimento - della vita quotidiana - alla ricerca di se stesso, cerca di trovare il giusto equilibrio in ogni azione e studia incessantemente la via iniziatica per sviluppare la capacità di meditare e concentrarsi su ciò che fa. Sente di essere tutt'uno con la spada che simbolicamente lo affianca quale unione tra la spirito e la materia nella difesa dei Valori. Lavora costantemente su se stesso e spesso il suo metodo di combattimento è quello del "non combattere", per far abbassare l'aggressività degli altri tramite la sua calma interiore. Non mira all'eliminazione fisica del nemico, cerca di bloccarne l'azione aggressiva, negativa, cerca quindi di rendere positivo ciò che è negativo. Solo così interpreta la vittoria. 

Vincitore non è colui che abbatte il nemico, ma chi riesce a ricavare dal combattimento un insegnamento. Rispetta alcune regole etiche interiori, non vissute come imposizioni, ma come parte integrante della propria sensibilità nella ricerca del vero.
Cerca di essere onesto, aperto, combatte le ingiustizie -prima di tutto le proprie - sapendo che per combattere per il miglioramento della vita altrui deve innanzi tutto migliorare la propria, iniziando dalla propria etica oltre che dal proprio fisico. 

Non ha dogmi,  segue dogmi di altri, vuole essere un uomo libero con una continua voglia di crescere e conoscere che lo deve portare ad accettare tutto e diffidare di tutto cercando conferma di ciò che gli è stato detto e, solo dopo averlo scoperto personalmente, esprimere il proprio parere. 

Le sue regole sono semplici: non mentire mai e per nessun motivo, essere onesto verso se stesso e gli altri, avere la giusta ed eguale considerazione delle persone senza fare alcuna distinzione di razza, età, sesso, convincimenti o status economico.



domenica 23 marzo 2014

Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento: letti una...



Certi libri costituiscono un tesoro, un fondamento: letti una volta, vi serviranno per il resto della vita.

Ezra Pound

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Si dice che cerchiamo un significato per la vita. Non credo che...




Si dice che cerchiamo un significato per la vita.

Non credo che sia questo che cerchiamo realmente.

Credo che quello che cerchiamo è un’esperienza che ci faccia sentire vivi.

Joseph Campbell




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Mister Yoox, le mie idee nei weekend

L’appuntamento è su Marte, la sala che sta al centro del piano tutto vetri e scale e ringhiere di ferro bianco. Avrebbe potuto anche essere su Giove o Uranio o Sirio o Callisto perché così si chiamano le aree riunioni. O nel suo ufficio che è comunque al di là dei tendoni di velluto rosso che scorrono in circolo: in Yoox Group non ci sono pareti. Come nell’universo. Federico Marchetti ma questa del cosmo è una novità? «Chi non sogna di andare sullo spazio?». Beh, in effetti c’era il Piccolo Principe, per esempio, che non pensava ad altro. «Uno dei miei personaggi preferiti», sorride ancora il manager che sulla terra è fra i più pagati d’Italia dopo Marchionne (Fiat) e Francavilla (Luxottica). Altri eroi? «Peter Sellers in The Hollywood Party e poi l’intelligenza artificiale di 2001 Odissea nello Spazio, Paperino quando diventa Paperinik, Neo in Matrix e il Fellini sognatore». Certo che per essere il presidente/ad dell’azienda italiana più quotata in borsa del 2013 (ha chiuso l’anno con un +173 per cento, oltre sette volte il prezzo di quotazione e una capitalizzazione di mercato che ora è a circa 1,7 miliardi di euro) l’uomo, classe 1969, è decisamente sui generis: «Mi piaceva distinguermi, anche nell’abbigliamento. Anticipavo, per istinto. Penso che questa sia una dote, la mia: cogliere le cose un attimo prima che siano».

Ravennate, figlio di impiegati (papà alla Fiat, mamma alla Sip), 46 anni, una compagna, giornalista inglese, e una figlia. Ha scelto di vivere con la famiglia sul lago di Como, ma ha case anche a Milano e New York. L’accento non tradisce la sua Romagna, dove torna sempre per anniversari e ricorrenze. Quattordici anni fa ha fondato Yoox.com, azienda leader nell’e-commerce:

 «Nel 2000 ero a meno 120 milioni di lire in banca, senza un lavoro, un finanziatore o una famiglia-paracadute. Ma ci credevo. Se fosse andata male? Sarei scappato a fare piadine in Brasile».

Ora invece c’è la Silicon Valley che la corteggia, la vorrebbero là in mezzo, fraGoogle e Yahoo e Microsoft: la chiamano il Bill Gates italiano. «E invece resto. In Italia si vive bene. E pazienza se, qui, continuano a dire “Marchetti chi”? Ci ho fatto l’abitudine il nostro modello imprenditoriale e quello dell’azienda/famiglia e dei figli di.. che però non è mai stato un modello di capitalismo esemplare. Mancano, per questo, ai giovani, eroi positivi». Un «nerd» (secchione), geniale e bizzarro, dicono: «Mi proponevo ogni anno di arrivare al sei, non di più. Ma avevo ed ho una memoria incredibile e quindi…». Erano tutti dieci, o quasi. «Però mi ammazzavo di sport e uscivo con gli amici. Sono sempre stato curioso. La passione vince. Ti porta ovunque a prescindere». Però lei voleva fare lo psichiatra. «Sì. Ma in quell’anno a Bologna a Medicina c’era il numero chiuso e io ero a surfare, con i capelli lunghi, gli amici (gli stessi di oggi) e un pulmino arancione. Non andai al test. In settembre accompagnai Paolo in Bocconi per la prova. Tentai: misi le crocette a caso e io passai e lui no. Un’ingiustizia, sì».  Saranno contenti in Bocconi! «Copiare non è etico, lasciare al caso sì». Morale: laurea con 110 e lode, master alla Columbia, francese e inglese fluente, giapponese da conversazione, e un’assunzione immediata. «È stata un’intuizione: creare un link fra quei due mondi, Internet e moda, pur non appartenendo a nessuno dei due. Di me dico: sono un imprenditore estetico, né un uomo del business, né della finanza». Azienda premiata più volte per la sua «sostenibilità»: il 55 per cento degli 800 dipendenti sono donne e i loro stipendi sono equiparati a quelli degli uomini. Lei lo farebbe il «mammo»? «Per un mese, per un anno dovrei chiedere al Cda. L’universo dei bambini è affascinante e quindi dico magari». A casa si sconnette? «Mai e la mia compagna si arrabbia. Posseggo ogni genere di accesso e, si sa, il weekend produce sempre le idee migliori. E poi sono un appassionato d’arte e di aste: compratore “remoto” (online), naturalmente». Dalla verdura a un Lucian Freud, se però un giorno arrivasse a casa e scoprisse che sua figlia le ha svuotato la carta di credito online? «Purché su Yoox.com! Scherzo. Detesto il pushing: considero il cliente una persona intelligente e non un pollo da spennare». Da solo o in squadra? «Senza i collaboratori giusti non vai da nessuna parte. Diciamo però che nella moda, ci sono ancora troppe personalità assolute». Dopo la moda, l’arte, il cinema (è di questi giorni la notizia del premio Nastro D’argento al corto per Yoox.com con la regia di Stefano Accorsi), cosa? «Lo spazio! Giuro. Non ci credete? Vedrete», e questa frase, pare, l’abbia già detto, «solo» quattordici anni fa.

Paola Pollo - Tempi liberi - Corriere.it (http://moda.corriere.it/2014/03/22/mister-yoox-le-mie-idee-nei-weekend/)




venerdì 21 marzo 2014

4 modi bizzarri per aumentare la tua creatività

Vuoi aumentare la tua creatività? Metti in disordine la tua stanza: è una strategia che fa bene al cervello e libera i flussi creativi. Ecco quattro modi bizzarri per aumentare la tua creatività secondo il sito di business americano Inc.com.

1. Il disordine sul luogo di lavoro ti rende più creativo

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Una ricerca dell’Università del Minnesota dimostra che le persone che vivono in una stanza disordinata sono più creative di quelle che hanno appartamenti ordinati con ogni cosa al suo posto.  Questo accade, sempre secondo la ricerca, perché un ambiente disordinato ti aiuta a vedere le cose in un modo nuovo. Per questo, non perdere troppo tempo a lucidare la tua scrivania.

 

2. Il colore dei creativi? È il blu!

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Sappiamo che i colori influenzano lo stato d’animo di una persona. Questo avviene anche per la creatività? Ebbene, sì! Uno studio dell’Università della Columbia  si è occupato dell’impatto sulla mente umana di due colore: il rosso e il blu. La conclusione è che mentre il rosso aiuta a focalizzare l’attenzione su un dettaglio, il blu è il colore di cui hai bisogno per arricchire la tua creatività. Ciò avviene perché la mente lo associa ad ambienti che danno pace come l’oceano e il cielo e che spingono la voglia di esplorare.

3. Sei stanco o distratto? È il momento per essere creativo!

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Se punti alla produttività allora ti conviene lavorare alle prime ore del mattino quando sei sveglio e vigile. Per la creatività avviene il contrario. Secondo alcune ricerche, pubblicate su una rivista scientifica americana stanchezza e distrazione rappresentano un’ottima combinazione per una mente creativa,che è più recettiva quando è piena di informazioni. In altre, parole più la tua mente è sovraccarica più aumentano le tue chance di imbatterti in una grande idea.

4. Mente creativa in corpo sano

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Una ricerca dell’Università del Rhode Island dimostra che l’esercizio fisico è l’ideale per chi aspira a una mente creativa. Lo studio ha messo a confronto due file di partecipanti: sedentari e reduci da un intensa attività fisica. Entrambi sono stati sottoposti a un test sulla creatività. Risultati: i partecipanti reduci dall’allenamento fisico hanno conseguito risultati migliori di chi ha trascorso il suo tempo sul divano o su una sedia.

Redazione Millionaire.it (http://millionaire.it/4-modi-bizzarri-per-aumentare-la-tua-creativita/)

domenica 16 marzo 2014

(C’era una volta) il #multitasking

C'è stata un'epoca in cui dire multitasking faceva figo. Andava di moda. Come il minimal negli anni '90, come la rucola sulla tagliata o come il pomodoro pachino agli aperitivi.

Le aziende cercavano candidati dai profili "multitasking", e potersi fregiare del suddetto aggettivo era per tali candidati (leggi: disoccupati), un indubitabile motivo di orgoglio.

In molti cv si parla di multitasking. Ma da dove deriva questo termine?

Risale agli anni Sessanta, quando veniva utilizzato per descrivere il computer. All’epoca, il multitasking riguardava compiti multipli che condividevano alternativamente una stessa risorsa (la CPU, il cervello del computer), ma con il tempo questa sfumatura si è persa e il significato è diventato quello di compiti multipli eseguiti simultaneamente da una risorsa (una persona). Inutile dire che è stato un cambiamento fuorviante, perché persino i computer processano una sola stringa di codice alla volta: quando sono in modalità multitasking alternano  velocemente un compito all’altro fino a portare a termine entrambi. Gli esseri umani effettivamente possono fare due o più cose insieme, per esempio camminare e parlare, ma come i computer non possiamo concentrarcisu due cose contemporaneamente. La nostra attenzione rimbalza da una cosa all’altra e questo provoca serie ripercussioni sia sulla nostra produttività che, quel che è peggio, sul nostro stato di salute psicofisica.

Ho scoperto tutto questo leggendo “Una cosa sola”, manuale scritto a quattro mani da Gary Keller e Jay Papasan (imprenditore nel settore immobiliare esperto di business l’uno e trainer/formatore/autore l’altro), uscito da meno di un mese per tre60 edizioni e che promette di insegnarci qualcosa di cui, ammettiamolo, tutti sentiamo un gran bisogno: definire le proprie priorità.

Stop al multitasking: "Una cosa sola" di Gary Keller e Jay Papasan (edizioni tre60) spiega come fissare le priorità.
"Una cosa sola" di Gary Keller e Jay Papasan (edizioni tre60), il manuale che spiega come fissare le priorità nel lavoro e nella vita.

Non capita anche a voi di aprire Twitter e andare in ansia per la quantità di informazione disparata che compare nel newsfeed?

Fino a non molti anni fa c'erano i quotidiani e c'erano i tg, al massimo la radio e i settimanali di approfondimento.

Oggi, le informazioni ci sommergono. Letteralmente: ci perseguitano.

E al contempo la capacità di approfondire, di concentrarsi e di selezionare diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla mole di informazione che invade le nostre giornate.

Io stessa prima ero una lettrice vorace, adesso accumulo libri sul comodino e dopo trenta pagine cambio. Ok, è vero che quando il proposito è leggere La Recherche di Proust ci si può anche sentire giustificati ad alzare bandiera bianca, ma il punto è un altro: siamo sempre più incapaci di concentrarci, nel lavoro come nella vita.

Prima, almeno il treno era uno spazio fuori dal tempo in cui riuscivo a leggere: adesso, questa terrificante incapacità di concentrarmi mi perseguita anche lì.

Dovrei provare a fare letture diverse, forse?

E' che non accetto la sconfitta, tutto qua.

Siamo sempre più connessi e più schizofrenici: e non dite di no, perché lo so che non sono la sola.

Abbiamo in mano tutto ma non possediamo niente, sappiamo un po' di tutto ma non approfondiamo niente, o comunque poco. L'agenda setting adesso la fanno i social network, non a caso Facebook sta per lanciare il suo progetto legato alle news, Paper.

La verità è che il multitasking è una grandissima bufala. Un po' come la laurea in scienze della comunicazione: una di quelle cose che hanno fatto moderatamente figo per un po', per poi diventare inutili o peggio obsolete.

Continuando come mosche impazzite a stare dietro a tutto, a voler sapere di tutto, a ostinarci ad infilare sempre più cose nelle nostre giornate sempre più piene, compilando e spuntando liste, riusciremo solo a rimanere incastrati come il criceto nella ruota, avvolgendoci su noi stessi e rincorrendo il tempo.

E' giunto il momento di fermarsi.

Sapete perché non abbiamo mai tempo per fare tutto?

Non perché il tempo sia poco, semplicemente perché siamo noi che vogliamo fare troppo.

Semplice, banale. Vero.

Solo recuperando l'essenziale potremo sperare di arrivare da qualche parte e di raggiungere una qualche soddisfazione, la nostra personalissima definizione di successo.

E con recuperare l'essenziale non intendo andare in ritiro spirituale, ma semplicemente fare quello che giorno dopo giorno ci è realmente utile, che ci fa stare bene, sentire realizzati e che ci fa fare un passo avanti nel nostro personale progresso.

Gary Keller e Jay Papasan ci danno qualche dritta al riguardo:

  1. Riducetevi: non dovete concentrarvi sulle cose da fare, bensì sull’essere produttivi. Fate in modo che quello che conta davvero guidi la vostra giornata.
  2. Siate estremi: una volta individuato quello che conta davvero, continuate a chiedervi che cosa importa di più, finchè vi resterà una cosa soltanto. Tale elemento prenderà il primo posto nella vostra lista del successo.
  3. Dite di no a qualunque altra cosa potreste fare finchè non avrete terminato il lavoro più importante.
  4. Non fatevi intrappolare dal gioco della spunta: non possiamo cadere vittima del principio che tutto va fatto. Non tutte le cose hanno la stessa importanza e il successo si basa sul fare ciò che conta di più.

 Silvia Novelli - Linkiesta ( http://www.linkiesta.it/blogs/nei-panni-di-una-rossa/c-era-una-volta-il-multitasking)  

sabato 15 marzo 2014

A volte in questi primi giorni caldi, che segnano l’uscita...



A volte in questi primi giorni caldi, che segnano l’uscita dall’inverno, mi siedo su un punto delle colline che mi circondano e lascio che la mia mente vaghi, insieme allo sguardo.

I pensieri si sovrappongono, si diradano, passano. La leggera brezza porta gli odori della primavera insieme ai suoni della campagna. Sono momenti che tutti dovrebbero provare.

Aiutano l’anima.

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domenica 9 marzo 2014

L'America scopre il manager italiano

Dietro il caso di Luca Maestri balzato al vertice di Apple c’è un esercito di top manager italiani che hanno successo negli Stati Uniti… più che in Italia. Cosa ha di speciale il “modo di operare” americano, che attira e promuove l’élite dei nostri dirigenti d’azienda? Un’inchiesta in questo mondo mette in luce gli ingredienti chiave. La meritocrazia, certo, con quel che ne consegue: assenza di nepotismi, familismi, raccomandazioni, obbedienze politiche. Ma anche l’immunità verso quella “sindrome dell’invidia” che in Italia penalizza chi ha successo. E poi: pensiero positivo, “cultura del fare”, emulazione benefica che fa convergere gli sforzi perché l’innovatore, il pioniere, sia premiato dal successo. Lo raccontano i protagonisti, talenti italiani che qui hanno avuto più fortuna che in patria.

Ha fatto scalpore la nomina di Maestri, 50 anni e una laurea alla Luiss di Roma, come direttore finanziario del colosso digitale fondato da Steve Jobs: tocca a Maestri gestire una liquidità-record, 160 miliardi di dollari disponibili per investimenti e acquisizioni. Ma la parabola di Maestri, che già aveva lavorato per Xerox,General Motors e Nokia, è tutt’altro che anomala. Segnala un fenomeno ben distinto dalla “fuga di cervelli”, con cause e spiegazioni che vanno cercate altrove. Qui non si tratta di giovani neolaureati costretti a venire in America per trovare più opportunità e risorse nella ricerca universitaria. La categoria a cui appartiene Maestri è quella dei manager già affermati.

Include un vasto arco di generazioni, dai 30 ai 60 anni. Abbraccia tutti i settori dell’economia. Per restare sulla West Coast o nell’economia digitale, spiccano personaggi che nel mondo del business americano sono celebri. Guerrino De Luca, romano anche lui, con laurea in Ingegneria nella capitale, dopo un passaggio da Apple è da 15 anni il numero uno della Logitech, l’azienda leader nei mouse e nelle webcam. Diego Piacentini a 52 anni è il vicepresidente di Amazon e secondo alcune classifiche interne top-secret sarebbe anche il top manager più pagato dell’azienda di Seattle. Gianfranco Lanci, ingegnere del Politecnico di Torino, dopo una carriera da Texas Instruments e Acer ha conquistato la direzione generale di Lenovo, il gruppo cinese- americano (proprietà a Pechino e Hong Kong, management strategico negli Usa) che ha assorbito la divisione personal computer Ibm. E non è solo l’industria tecnologica che fa incetta di manager italiani. La vicenda di Fabrizio Freda abbraccia l’industria di largo consumo e quella del lusso: prima ai vertici di Procter & Gamble, ora chief executive e presidente di Estée Lauder. A Wall Street un gigante della finanza come Citigroup ha un vicepresidente italiano, Alberto Cribiore, nella divisione Institutional Clients che serve grandi imprese e governi, e il chief executive Francesco Vanni D’Archirafi alla Citi Holdings.

La buona notizia è questa: l’Italia continua a sfornare talenti anche nel top management, molti di questi dirigenti hanno ricevuto la prima formazione nelle università del nostro paese, evidentemente meno scadenti di quanto a volte si creda. Più inquietante, è un’analogia con l’India. Un altro caso recente di top manager straniero catapultato ai vertici di un colosso Usa, è l’indiano Satya Nadella nominato chief executive di Microsoft. In quell’occasione abbiamo ricostruito la geografia del “potere indiano” ai vertici di tante multinazionali Usa. Il raffronto è motivo di allarme: l’India è un gigante economico malato di burocrazia e corruzione, celebre per gli ostacoli che dissemina sulla strada dei suoi imprenditori, una “selezione al contrario” fa approdare i più brillanti di loro in California o a New York. E’ una patologia simile quella che colpisce il management italiano?

«Ciò che colpisce se lavori qui in California — mi dice Guerrino De Luca — è l’assenza di quel bagaglio fatto di relazioni familiari, di fedeltà di clan. Gli americani eccellono nel networking, che è la versione positiva e benefica delle raccomandazioni all’italiana: networking vuol dire investire nelle conoscenze, nelle relazioni, ma senza essere prigioniero di una logica subordinata all’appartenenza di gruppo. Tra noi top manager italiani che abbiamo avuto successo qui, le qualità e i talenti sono gli stessi che portano al successo nella Silicon Valley dei colleghi francesi o tedeschi. Salvo che, in alcuni altri paesi, c’è meno bisogno di emigrare per veder riconosciute le proprie capacità… In Italia è decisivo sapere chi conosci, chi hai dietro di te, con chi sei affiliato, secondo logiche che possono essere dinastiche o politiche. La raccomandazione esisteanche qui, eccome, ma con la “r” minuscola: vieni raccomandato, se sei bravo, da chi ti ha visto all’opera e ha imparato a stimarti». A proposito di raccomandazioni, con minuscola, un tema centrale riguarda il modo in cui le aziende americane valorizzano i dirigenti. In Italia esistono capi che si circondano di “yes-men”, collaboratori la cui dote principale deve essere la fedeltà, l’obbedienza, ai limiti del servilismo. Nella Silicon Valley californiana viene premiato, al contrario, il pensiero trasgressivo: i grandi creativi da Steve Jobs in giù sono stati dei ribelli. Ma perfino in un establishment aziendale più antico e tradizionale, l’America ha metodi che premiano il leader capace di promuovere talenti veri attorno a sé. E’ quello che mi descrive Fernando Napolitano, presidente dell’Italian Business & Investment Initiative, che una settimana fa qui a New York ha organizzato un convegno per attirare nuovi investimenti americani nel nostro paese. Napolitano ha lavorato per Booz Allen, McKinsey e Goldman Sachs. E distilla questo condensato dalle sue esperienze: «La differenza con l’Italia è che i chief executive delle grandi imprese americane vogliono davvero promuovere la crescita dei loro collaboratori. E per i direttori delle risorse umane questa è la missione numero uno: far progredire le carriere dei dipendenti. Un top manager qui in America è valutato anche per la sua capacità di trovare persone brave, e poi consentire che queste crescano. La competizione nel reclutare e allevare talenti è uno dei metri di misura della vera leadership. E non perché gli americani siano più virtuosi di noi: han-no semplicemente capito che è nel loro interesse». Dietro il comportamento che prevale ai vertici del capitalismo italiano, Napolitano vede un «rintanarsi nella propria nicchia, senza mettersi in gioco, per timore di rischiare, mentre è solo rischiando se stessi che si cresce».

Le storie più recenti di successo italiano in America hanno diversi elementi in comune. La sindrome di “invidia del successo” consente di osare meno in Italia che negli Stati Uniti. Compresa la variante che è la cultura del sospetto: “cosa c’è dietro” (il successo). Una pressione costante spinge a “pensare in grande” chi sbarca qui. In queste tipologie rientrano le storie più disparate. C’è “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, dapprima accolta tiepidamente in patria, ora in trionfo dopo l’Oscar. Ci sono storie di marchi storici della ristorazione, come il Sant’Ambroeus milanese o la Bottega del Vino veronese, che appena arrivati a Manhattan si allargano e si moltiplicano in quattro o in cinque. Perché qui, se sei molto bravo nel tuo mestiere, “devi” puntare a crescere sempre di più. E se non hai i capitali, qualcuno verrà a proporsi come socio per darti la forza finanziaria che meriti.
Una storia emblematica del divarioItalia-Usa l’ha vissuta Fabrizio Freda. Ormai da anni al comando della multinazionaleEstée Lauder, il gigante dei prodotti di bellezza con una capitalizzazione di Borsa oltre i 28 miliardi di dollari, Freda non ha mai smesso di sentirsi italiano. Qualche anno fa raccontò di aver tentato una “mission impossible”: di fronte allo stillicidio di acquisizioni straniere dei marchi di lussomade in Italy, Freda fece il giro di alcuni tra i più grandi imprenditori del settore provando a immaginare una grande alleanza che costituisse il polo italiano del lusso. Ma dovette scontrarsi con i tipici vizi italici: individualismi, personalismi, rivalità inconciliabili. Questo introduce l’ultimo ingrediente del successo americano che i nostri top manager incontrano arrivando qui. E’ quel “pensiero positivo”, spesso irriso o ridotto a una caricatura nel cinismo italico. Se lanci un’idea molto originale, radicalmente innovativa, a un tavolo di riunione dentro un’azienda o un’istituzione americana, la reazione prevalente tra gli altri seduti attorno al tavolo è una gara a migliorarla, a contribuire al suo successo. Lo stesso innovatore che lancia la sua proposta rivoluzionaria a un tavolo di italiani, diventa il tiro al bersaglio in una gara diversa: la corsa a chi trova difetti, per demolire il rivale potenziale e affondare la proposta troppo nuova.

Federico Rampini - Corrispondente a New York per la Repubblica - venerdì 7 marzo