domenica 19 gennaio 2014

In Israele la Silicon Valley del futuro

In Israele un polo hi-tech a 15 minuti da Tel Aviv è la capitale delle start-up.
Qui giovani imprenditori e creativi  attirano investimenti da Apple, 
Facebook e Google. “La Storia ci fa mettere in discussione e le incertezze 
del Medio Oriente ci obbligano a moltiplicare  le invenzioni di successo”

Gli interni affollati del Social Lab di Tel Aviv, incubatore delle start up


Chi vuole affacciarsi sulla Silicon Valley d’Israele può farlo dal numero 1 della Hasharon Street. Siamo a 15 minuti di auto da Tel Aviv, meno di un’ora da Gerusalemme o Haifa, praticamente nel centro delle tre maggiori regioni economico-industriali di Israele. 

 

È qui che sorge Air Port City, il «business park» vetrina dell’Information Technology che ha trasformato lo Stato ebraico nella nazione delle start-up attirando negli ultimi due anni almeno 14 miliardi di investimenti da parte dei giganti dell’economia digitale. È un complesso di edifici e padiglioni dove gli eventi si succedono a ritmi serrati, punto d’incontro fra innovatori e investitori. Il prossimo sarà a metà febbraio. CleanTech è l’unica fiera internazionale della tecnologia ecocompatibile e quest’anno vedrà oltre 600 aziende israeliane presentare i loro gioielli. Cartelli pubblicitari in loco e inserzioni online illustrano l’evento in giapponese, cinese, coreano e inglese preannunciando da dove è attesa la maggioranza degli imprenditori stranieri.  

 

Ad accompagnarci fra i padiglioni con l’allestimento quasi terminato è Denes Ban, ceo di OurCrowd Venture ovvero il talent scout delle start-up. Quest’anno Ban ha raccolto 31 milioni di dollari per offrire a 30 giovani imprenditori hi-tech la possibilità di affacciarsi sul mercato globale staccando assegni da 1 milione di dollari. OurCrowd è il fondo di investimento più attivo del Paese ed è anch’esso una star-up perché somma crowdfunding e venture capital. «Esaminiamo ogni start-up, su quello che ci convince investiamo con il crowdfunding offrendo ad ogni persona di partecipare - spiega Ban - e poi raccogliamo venture capital come gli altri fondi». 

 

In questa maniera miliardari e singoli cittadini, israeliani o non, possono diventare inconsapevolmente soci di una stessa azienda. È una dinamica che spiega il proliferare di giovani aziende ad alto tasso tecnologico nei settori più diversi, in un mercato nazionale che continua a espandersi a ritmi da capogiro. Moment.me, creata da Ronny Ekayam e Eilon Tirosh, misura in tempo reale sul web la popolarità di un evento di interesse: che si tratti del giuramento di Barack Obama, di una partita del Real Madrid o del proprio matrimonio, consente di sapere in quanti sulla Rete hanno seguito - o stanno seguendo - un evento, di persona o attraverso conversazioni sui social network. 

 

Lia Kislev è la creatrice di WiShi - «Wear it, Share it» - un hub digitale che tiene aggiornati su cosa c’è nell’armadio delle amiche o degli amici - per poter condividere i capi di abbigliamento, moltiplicando le possibilità di vestirsi e trasformando gli abiti in un collage di amicizie. Con Wix, Vered Avrahami offre la possibilità di creare un’azienda online e al momento la piattaforma conta 42 milioni di utenti registrati in tutto il mondo, gestiti con sedi a Tel Aviv, San Francisco, New York, Dnepropetrovsk e Vilnius.  

 

Matan Peled, ex comandante di ricognitori della Marina militare, con Winward permette di monitorare ciò che avviene sulla superficie degli Oceani scoprendo «ogni tipo di anomalie» che possono celare naufragi, barche di terroristi o concorrenza sleale mentre con SimilarWeb Boaz Sasson e Natalie Halimi paragonano i siti sulla base degli accessi dal Desktop, tracciando delle classifiche di popolarità che riservano sorprese. A dimostrarlo è il fatto che, senza calcolare accessi da cellulari e iPad, proprio SimilarWeb ha svelato in agosto che Google ha nella sola America più contatti di singoli utenti che Yahoo nel mondo intero: 9,4 miliardi contro 2,4 miliardi. Nessuna sorpresa se i giganti dell’economia digitale gareggiano nello shopping israeliano.  

 

Negli ultimi due anni Google, Apple, Intel, Ibm e Cisco hanno fatto acquisizioni pubbliche per 4 miliardi di dollari ma Zack Weisfeld, top manager di Microsoft in Israele, ritiene che «calcolando gli accordi non annunciati si arriva a 14 miliardi di dollari di acquisizioni dal 2012». Con gli ultimi 18 mesi in crescita: Facebook ha acquistato Onavo per 200 milioni di dollari, Apple ha fatto lo stesso con PrimeSense versando 345 milioni di dollari e Google ha sborsato ben 1 miliardo di dollari per avere Waze, l’applicazione che informa sul traffico nelle strade basandosi sul dialogo interattivo fra gli automobilisti. Sono queste le ultime notizie che arrivano dalla «Start Up Nation» descritta nel libro di Dan Senor e Saul Singer nel 2009 quando Israele già vantava il maggior numero di aziende straniere quotate sul Nasdaq.  

 

Sulla genesi di questo fenomeno Asaf Peled, ceo del colosso dell’informazione digitale FTBpro, osserva: «Sono le incertezze del Medio Oriente ad aver determinato la moltiplicazione di invenzioni di successo». Denes Ban riassume tale originale dinamica in tre fattori convergenti. Primo: «Israele è di per sè una start-up perché è stato creato dal nulla grazie agli immigrati e si trova dall’inizio in una situazione unica, con un mercato interno assai ridotto e intorno nazioni nemiche, ostili, trovandosi obbligato a interagire su scala globale». Secondo: «La formazione culturale ebraica perché il Talmud, studiato negli ultimi 4000 anni, insegna a mettere sempre tutto in dubbio, contestando lo status quo, così come il principio del “Tikun Olam”, la riparazione del mondo, spinge costantemente a operare correzioni». Terzo: «Il servizio militare nazionale perché l’esercito israeliano porta ragazzi di 23-24 anni a conoscere la tecnologia più avanzata esistente così come ad assumersi responsabilità insolite in situazioni di alto rischio» oltre al fatto che «i nostri soldati sono noti per contestare i superiori quando ritengono sbagliati gli ordini e ciò contribuisce a svilupparne il carattere di leader». 

 

Proprio a quest’ultima caratteristica fa riferimento Tal Slobodkin, manager di Cisco System in Israele, spiegando che dal 1998 Cisco ha acquistato 11 start-up israeliane e ha investito in altre 22 «trattandosi di aziende rilevanti nei settori di networking, gestione dei Big Data, sicurezza e video» attingendo alle conoscenze di numerosi ex ufficiali. Nulla da sorprendersi se Guy Pross è fra gli imprenditori più ricercati in Sud Corea: la sua start-up North 31° - la collocazione geografica di Israele - promuove l’uso dell’Information Technology a favore delle infrastrutture. «Che si tratti di trasporti, energia o acqua è lo scambio di tecnologia la strada da seguire - dice Pross -consentire alle start-up di andare oltre le applicazioni e migliorare le infrastrutture». Il termine che Pross adopera per descrivere questa nuova frontiera è «innovazioni mid-tech». Un esempio viene da TaKaDu, che ha sviluppato il software capace di raccogliere Big Data sugli acquedotti - grazie ad un sofisticato sistema di sensori - per intervenire ed eliminare le perdite di acqua potabile che ammontano, ogni anno, al 25 per cento del totale


L'Italia ? Con banche e Piccole Imprese può essere il Paese emergente 2014

La scommessa della svizzera Julius Bär: potete farcela, con qualche riforma

La sorpresa delle sorprese dell’economia del 2014 potrebbe essere l’Italia. «C’è lo spazio per effettuare la madre di tutte le rimonte», sostiene Marco Mazzucchelli, managing director della banca svizzera Julius Bär. La sua opinione è sfrontatamente controcorrente se si considerano le quantità di notizie negative che dall’Italia si sono riversate sui mercati mondiali negli ultimi anni. Ciononostante, non è un augurio ma è fondata su un’analisi che sta iniziando a farsi spazio tra gli economisti e gli strateghi di mercato. «Siamo in una congiunzione astrale favorevole: se colta potrebbe trasformare l’Italia nel mercato emergente maggiore del mondo», dice il banchiere italiano. 
Il punto da cui partire è il cambio di stagione che sta attraversando la globalizzazione. «Da alcuni mesi, è in atto un’inversione di tendenza secolare — secondo Mazzucchelli —. I capitali escono dai mercati emergenti per tornare in quelli maturi». Una dozzina d’anni di crescita caratterizzata da Cina, India, Russia, Brasile e economie simili sta esaurendosi. Nella visione generale del ciclo economico, per dire, la Cina è al di sotto del suo potenziale di crescita più di quanto lo siano, in ordine crescente, l’economia mondiale e quelle di Canada, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Svizzera (analisi di Julius Bär). Alcune ragioni di questo cambiamento sono di lungo periodo: la fine del boom dei prezzi delle materie prime che negli anni scorsi ha beneficiato molti emergenti; altre di breve ma potenzialmente dirompenti: il tapering della Federal Reserve americana — cioè la fine progressiva del suo intervento sui mercati allo scopo di tenere bassi i tassi d’interesse — che colpisce quei Paesi che hanno deficit delle partite correnti e faticano a finanziarsi (lo si è già notato in India e Turchia); altre ancora sono legate all’instabilità politica: in India, Turchia, Tailandia, Sudafrica, persino forse in Cina. 
Il radicale cambio di scenario significa un ritorno di masse di denaro, cioè di investimenti, nei Paesi sviluppati. «Finora — dice Mazzucchelli — ne hanno beneficiato i Paesi maturi con maggiore momento di crescita, ad esempio Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, oppure quelli che più hanno fatto in termini di riforme per invertire la rotta — Irlanda, Spagna e la stessa Grecia. Ma dobbiamo domandarci quale sarà il nuovo mercato emergente». La sua risposta/azzardo è: l’Italia. «Anzitutto, tra i grandi Paesi maturi è quello con il gap maggiore rispetto al pieno potenziale: il reddito pro capite è sceso di ben oltre il 10% rispetto al picco massimo». In secondo luogo, le imprese italiane funzionano abbastanza nonostante i limiti strutturali del Paese: il grafico delle aspettative dei responsabili degli acquisti indica che in Italia sono positive. «E i fattori che oggi debilitano i mercati emergenti non ci toccano — sostiene il banchiere —. Beneficiamo del ribasso dei prezzi delle materie prime, non abbiamo ricevuto capitali drogati dalla Federal Reserve, conviviamo con l’instabilità politica da generazioni». 
Soprattutto, c’è una sorpresa in quello che negli ultimi tempi è stato forse l’handicap più forte per l’economia italiana: il sistema bancario che non presta denaro a imprese e famiglie. Mazzucchelli dice che i recenti rialzi di Borsa delle banche europee, attorno al 10%, riflettono «non una fugace euforia di inizio d’anno, bensì sono sostenuti dalla consapevolezza che il temuto momento della verità — cioè il complesso delle regole di Basilea e i controlli sul sistema effettuati della Banca centrale europea — possa avere luogo in un contesto assai più favorevole del previsto». Migliorano le sofferenze bancarie, i rischi legati ai titoli degli Stati nei bilanci degli istituti di credito sono diminuiti, la fiducia negli interventi reali e possibili della Bce si è consolidata. 
In più, le cosiddette regole di Basilea — che riguardano la quantità di capitale che le banche devono possedere a seconda delle loro attività e dai rischi che prendono — nei giorni scorsi sono stati ammorbiditi. Questo ammorbidimento potrebbe essere in generale negativo. In un recente articolo, il capo della ricerca macroeconomica della Royal bank of Scotland, Alberto Gallo, ha sostenuto che le nuove regole di Basilea «vanno in favore dei grandi gruppi di investment banking, invece di aiutare le banche a fare ciò di cui hanno bisogno: prestare». I banchieri centrali riuniti a Basilea hanno annacquato il minimo obbligatorio di capitale che gli istituti di credito devono possedere: il che potrebbe indebolirli di fronte a una crisi come quella del 2008. 
Nel breve periodo, però, la fase di contrazione del credito sembra finita e, soprattutto, il gap tra banche dell’Europa «forte», che prestavano, e quelle dell’Europa «debole», che non prestavano, si sta chiudendo. Il grafico nella pagina segnala la convergenza tra periferia e cuore dell’Europa e indica anche che sta finendo la fase in cui le banche avevano smesso di prestare per mostrare di avere meno rischi e quindi rispondere con più facilità agli stress-test a cui le sottoporrà la Bce nei prossimi mesi. «I segnali provenienti da Basilea fanno pensare che il castigo per le banche sia finito», dice Mazzucchelli. 
Insomma, l’Italia è in potenza la prossima grande «economia emergente». «Una regola dei mercati — dice Mazzucchelli — è che vanno sempre dove fa più male. Quel luogo oggi è l’Italia, perché tante cassandre hanno convinto i più che ormai il Paese è fuori dai giochi e quindi molti ne sono usciti: la rimonta li prenderebbe in contropiede». Il solo guaio è che per creare il circolo virtuoso servono riforme che liberino la possibilità di fare economia: è la sola stella — politica — che manca alla «congiunzione astrale».

Danilo Taino - Approfondimenti - Corriere della Sera - 18 gennaio 2014 


Spaghetti al pomodoro, la prova più difficile Ecco la ricetta-chiave.

Nel giorno dedicato a uno dei piatti simbolo della cucina italiana, il 17 gennaio, i consigli di un grande chef e le furbizie che tre talenti stranieri usano per realizzarli Gli ingredienti «Ho piantato i pomodori nel mio orto, fuori New York. Quando mia madre è venuta a trovarmi da Lucca ha esclamato: sono più buoni dei miei»

Italia gastronomica, avanti tutta. Nel mondo. «La cosa più sorprendente è che oggi a New York ci sono ottimi ristoranti di vera cucina italiana, guidati da chef americani ? dice Cesare Casella, numero uno del Gruppo virtuale cuochi italiani degli States ?. Da notare che fino a qualche tempo fa i nostri piatti venivano maldestramente imitati. Al punto che gli stessi cuochi originari del Bel Paese proponevano una gastronomia tricolore compiacente. Vero è che, allora, era difficile reperire prodotti autentici. Ma ormai il salto di qualità è compiuto. Certo, non è così nelle città periferiche degli Usa, e non solo». A Manhattan, Casella, oltre a seguire i suoi ristoranti, dirige la Scuola di Italian Studies all?International Culinary Center, dove oggi si celebra l?evento clou dello «Spaghetti Day». Più precisamente, la VII Giornata mondiale delle Cucine italiane. Obiettivo: difesa ad oltranza della gastro-identità. 

Ogni edizione, un piatto-simbolo. Scelta davvero nazionalpopolare, per il 2014: spaghetti al pomodoro e basilico. Ricetta facile? Non proprio, volendo eseguirla alla perfezione. Succede, dunque, che un ideale, gigantesca ola degli spaghetti corre lungo i fusi orari di ogni continente. Dalla Nuova Zelanda, agli Usa, alla Cina, agli Emirati Arabi. Dall?Italia al Sud Africa. Si calcola che in 1200 luoghi diversi il nostro piatto verrà preparato al top. «Del resto, spiega Casella, il senso di questa giornata sta nella mobilitazione dei 2200 operatori del settore gastronomico aderenti Gruppo virtuale per dire no alle falsificazioni della cucina italiana e dei suoi prodotti agro-alimentari. Questi falsi, purtroppo, sono ricorrenti nel mondo intero. Dove ormai le nostre specialità dominano sulla blasonata cuisine francese. Il punto è preservarne l'autenticità». «Intendiamoci, oggi si possono coltivare buoni pomodori anche in America, spiega lo chef. Penso alla California dove c'è un'ottima produzione. Basta avere i semi giusti. Io stesso li ho piantati nel mio orto, fuori New York. Mia madre che è venuta a trovarmi da Lucca ha esclamato, stupita: sono più buoni dei miei. Qui si parla di prodotto fresco, ma l'olio extravergine di oliva, così come il grana padano o il parmigiano, devono arrivare dall?Italia». A New York, per celebrare gli spaghetti al pomodoro e basilico sono stati ingaggiati tre cuochi, under 35, che rappresentano il futuro della cucina italiana mondiale: Luca Signoretti («Roberto's», Dubai), Matteo Bergamini («SD26», New York), Enrico Bartolini («Devero», Cavenago Brianza). Dall?International Culinary Center, durante l'evento, via ai collegamenti video con i locali italiani dove sono riuniti cuochi, ristoratori, buongustai. Tutti a festeggiare un piatto definito «The Italian culinary pride».

In patria, gli spaghetti saranno orgogliosamente al centro di due postazioni: presso il ristorante «President» di Pompei e al «Vico» dell'hotel Villa Torretta di Milano. In Campania, ovviamente, si gioca in casa. Qui c'è il cuore dei distretti del pomodoro San Marzano, del piennolo vesuviano, della pasta di Gragnano Igp. E qui il giornalista eno-gastronomico Luciano Pignataro conduce le danze con Paolo Gramaglia chef patron del «President». Mentre a Milano si parla di tecniche antiche e moderne per gli spaghetti perfetti con gli chef Giacomo Gallina, Francesca D'Orazio, Tano Simonato. Ospiti di Maurizio Palazzo e Angelo Nasta del Villa Torretta. Ma, considerato che ogni cuoco ha il suo piccolo segreto, il suo tocco personale, qual è la ricetta perfetta degli spaghetti al pomodoro e basilico.

L'abbiamo chiesta ad Ernesto Iaccarino, figlio d'arte, chef del ristorante «Don Alfonso 1890» (2 stelle) a Sant'Agata sui Due Golfi. Provincia di Napoli, s'intende. SPAGHETTI ALLA «DON ALFONSO Ernesto Iaccarino Chef del ristorante «Don Alfonso» Sant’Agata sui due Golfi 2 stelle Michelin.

INGREDIENTI PER 4 PERSONE 360gr spaghetti artigianali trafilati in bronzo 20gr aglio 500gr pomodorini vesuviani 3cl olio di oliva extravergine 8pz basilico in foglie sale PREPARAZIONE Soffriggere l'aglio nell'olio extravergine, aggiungere i pomodorini e cuocere per circa 5/6 minuti aggiustando con sale. Finire la cottura aggiungendo basilico tagliato a julienne In un'altra padella far soffriggere l'aglio con l'olio extravergine di oliva. Portare gli spaghetti quasi a cottura in acqua. Due minuti prima di ultimare la cottura, scolarli e passarli in quest'ultima padella finendo la cottura a mo' di aglio ed olio Impiattare facendo con gli spaghetti un nido ed adagiandoci sopra la salsa di pomodori precedentemente ottenuta. Decorare con le foglie di basilico

Fumagalli Marisa Pagina 32.33 (17 gennaio 2014) - Corriere della Sera (http://archiviostorico.corriere.it/2014/gennaio/17/Spaghetti_pomodoro_prova_piu_difficile_co_0_20140117_2719c2fe-7f44-11e3-a61a-009e15856814.shtml)


mercoledì 15 gennaio 2014

7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014


7 domande da porsi prima di iniziare una startup nel 2014
Lanciarsi in una nuova avventura imprenditoriale non è mai facile e non pochi “would-be entrepreneurs” possono essere disorientati dal duro lavoro che li aspetta e dall’incertezza tipica del nuovo stile di vita di chi si mette in proprio.  E’ difficile prevedere tutto ciò che comporta il lancio di un nuovo business, ma ci sono alcune domande chiave da porsi prima di tuffarsi in un nuovo progetto.
Un interessante articolo pubblicato su Mashable svela quali sono i 7 quesiti principali:
1.       Quanto bene lavori senza “playbook”?
Hai bisogno di una guida costante e di motivazione dagli altri? Riesci a gestire bene il tuo tempo senza che nessuno ti ponga scadenze? Molte persone pensano che essere l’unico a decidere renda la vita più facile. Potrebbe essere complesso iniziare quando non ci sono chiare indicazioni da seguire. Gli imprenditori di successo sono molto spesso indipendenti, pieni di risorse e non hanno bisogno di qualcuno che gli dica di essere efficienti e produttivi. Fai parte di questa categoria?
2.       Sei un inventore o un imprenditore?
Molte delle startup di successo sono nate da idee grandiose, non sempre però un ottimo prodotto o invenzione è sufficiente per fare un buon business. Troppe volte un “inventor” sta troppo orientato al prodotto, al prototipo, al brevetto, ecc., ignorando tutti gli altri aspetti dello sviluppo del business. Solo perché sviluppi un buon prodotto non è detto che il cliente verrà a bussarti alla porta, gli imprenditori questo lo capiscono. Questo non vuol dire che se ti consideri un inventore allora non puoi lanciare un tuo progetto, ma significa che forse dovresti cercare un partner che sia complementare con le tueskills e interessi e che ti aiuti a portare l’idea ad un livello successivo.
3.       La tua idea di business offre valore ai clienti?
Non c’è dubbio che la passione sia un aspetto chiave del  successo di un’impresa, ma per poter costruire un business profittevole hai bisogno di offrire qualcosa che le persone cercano. Al mercato non gli importa che stai perseguendo il sogno della tua vita, le persone spendono soldi in prodotti o servizi che soddisfano un desiderio. Se non c’è un bisogno da parte dei clienti, il business fallirà. Che valore hai da offrire?
4.       Per cosa si differenzia il tuo business?
La tua idea/prodotto è molto simile ad un business già esistente? Il tuo prodotto ha qualcosa di unico da offrire? Quanto affollato è il marketplace? Queste sono alcune delle domande a cui devi pensare, ma tieni in mente che la chiave del successo non sempre consiste nel trovare un mercato inesplorato. In sostanza, non sempre devi far nascere una nuova idea rivoluzionaria, monitora sempre il settore in cui vuoi inserirti e cerca di capire in che direzione sta andando.  Cerca di dare al cliente una buona ragione per sceglierti rispetto ai concorrenti.
Come tieni monitorato i trend del settore che vuoi aggredire?
5.       Te la senti ti diventare il factotum della tua startup?
Se sei un dipendente di un’azienda c’è sempre qualcun altro che può risolvere un problema, di qualsiasi natura esso sia. Lanciando un nuovo business tipicamente si è destinati a fare un po’ di tutto, puoi essere un programmatore e dopo un ora gestire una contrattazione di acquisto, passare dal fare un questionario a parlare con un VC internazionale. Prima di decidere di intraprendere questa strada cerca di essere sicuro di essere in grado di poter gestire il tutto, soprattutto le cose più noiose che nessuno ha voglia di fare. La tua passione per il progetto è così grande che ti senti di potere essere flessibile, adattandoti alle esigenze del momento?
6.       Hai il supporto finanziario adeguato per iniziare subito?
Quando stai lanciando una nuova startup, il tuo business può non essere profittevole per almeno 3-5 anni, è importante essere realistici su come supporterai finanziariamente il tuo progetto, ma soprattutto te stesso. In molti casi, il miglior momento per preparare il lancio del tuo business è quando stai già lavorando da un’altra parte. Sei pronto a rompere il salvadanaio che hai riempito e protetto per tanti anni?
7.       Come gestisci rifiuti e delusioni?
Quando siamo molto coinvolti in quello che facciamo, è difficile superare i rifiuti, soprattutto se di natura personale. Tuttavia, come  imprenditore, preparati a ricevere anche brutte notizie, magari da un investitore, da un cliente o da un collega. Il segreto è gestire ogni singola situazione come una storia a se, continuare a ripensarci e voler a tutti i costi capire il perché è una perdita di tempo e, soprattutto, non ti permetterà di crescere ed acquisire esperienza.

domenica 12 gennaio 2014

Il mattino ha l'oro in bocca

Nella maggior parte dei casi dirigenti e imprenditori puntano la sveglia all’alba, se non prima. Le motivazioni sono tante, ma gli esperti confermano: chi si alza alle prime luci rende di più e anche la salute ci guadagna

Alle sei va bene, alle cinque ancora meglio: i dirigenti di successo puntano la sveglia all’alba. Da Tim Cook a Bill Gates pare che il segreto per scalare la vetta sia (anche) questo: cominciare prima per diventare i primi. Come Howard Schultz, Ceo di Starbucks: sarà il caffè, ma riesce ad arrivare in ufficio per le 6, dopo aver fatto addirittura una corsa in bicicletta. Non è il solo: Dan Akerson, alla guida di General Motors (ma dimissionario, ndr), scende dal letto alle 4:30 e a quell’ora, se si escludono le sue prime linee in Asia, trova sveglio solo l’amministratore delegato di Walt Disney, Robert Iger, che all’alba legge i giornali e guarda la televisione. Più tardi (si fa per dire) verso le 5:30 aprono gli occhi i numeri uno di Pepsi e Unilever, ma anche i nostri Sergio Marchionne, Brunello Cucinelli o Vittorio Colao. Incuriositi dal fenomeno, abbiamo chiesto in giro scoprendo che il club delle allodole (si definiscono così quelli per cui nessuna levataccia è mai traumatica) risulta straordinariamente numeroso: gli imprenditori italiani sono per la maggior parte mattinieri. Sarà che il mattino ha l’oro in bocca e chi ha in mano le sorti del proprio business difficilmente riesce a dormire sonni tranquilli di questi tempi.

Pillole di sonno
 Se vi sentite stanchi durante la giornata, provate con un micro-riposo di venti minuti dopo la pausa pranzo. Più facile dirlo che farlo: sono rari gli uffici attrezzati con le camere del sonno, come accade invece in Giappone o in Usa, Paesi che hanno sposato il concetto di “power nap”, il riposino corroborante.
› Se faticate ad addormentarvi la sera, ricordate di tenere lontani dal comodino tutti i dispositivi elettronici. Non tanto per le radiazioni (nessuno ha ancora dimostrato che siano dannose), quanto per non cadere nella tentazione di dare un’ultima occhiatina alle email o a Facebook.

© Getty Images

La (sana?) abitudine di anticipare tutto al mattino è prassi comune anche fra i dirigenti, non necessariamente tutti stakanovisti: le motivazioni, infatti, sono varie e hanno a che fare più con il concetto di work-life balance che con l’arrivismo. Quel che conta, in ogni caso, è il proprio orologio biologico: bisogna assecondarlo per vivere (e lavorare) meglio. «Io dormo poco, lavoro fino a tardi e mi sveglio presto», ci racconta Paolo Iacci, presidente di Bcc Credito Consumo e vicepresidente nazionale dell’Associazione italiana direttori del personale (Aidp). «Nella notte e al mattino nessuno disturba, sono più concentrato e la produttività sale. Penso meglio e sono più libero nel decidere i miei tempi senza dover rispettare quelli altrui. In realtà questa non è stata una vera e propria scelta: semplicemente mi sono accorto che la mia propensione al poco dormire aveva numerosi risvolti positivi, mi regalava più tempo per pensare e ritrovare me stesso». A conferma della tesi che chi dorme non piglia pesci arriva, puntuale come sempre, una indagine ad hoc: questa volta è toccato a un team di ricercatori canadesi, dopo aver intervistato un migliaio di persone, concludere scientificamente che i mattinieri sono più contenti e in salute. Sarà.
E se fosse più semplicemente colpa dei ritmi frenetici imposti dal business, che ci obbliga a lavorare secondo i fusi orari di tutto il mondo, di notte per stare dietro ai cinesi e fino a tardi la sera per aspettare gli americani? «Abbiamo uffici in Europa, Medio Oriente, Stati Uniti e per stare dietro a tutti, in prima persona, bisogna mettere in conto di scrivere le prime email alle 6 del mattino e programmare le ultime conference call alle 20», conferma Paolo Ardemagni, classe 1961 e amministratore delegato di Boole Server (soluzioni per la protezione dei dati e della proprietà intellettuale), uno che mette la sveglia alle 5:55, lavora un poco al computer, corre 30 minuti e arriva in ufficio non più tardi delle 7:30, «ma non è affatto un sacrificio, anzi, per chi ama il proprio lavoro cominciare presto, oltre a un dovere nei confronti di clienti e collaboratori, è soprattutto un piacere». Fuori dal letto alle 6 per restare concentrata su se stessa prima di buttarsi nel vortice: è questa la routine di Gabriella Bernardi, 47 anni, una carriera in Deutsche Bank, Alcoa e Glaxo, da due anni capo del personale di Thun. «Lo faccio da sempre, è nel mio metabolismo essere più fresca e lucida nelle prime ore del giorno. Normalmente la mia giornata lavorativa finisce verso le 7 di sera», sottolinea, «con una breve pausa per uno spuntino all’ora di pranzo». Mattiniero per Dna anche Luca Sepe. «Da giovane andavo a cavallo alle 5 del mattino, ancora oggi mi sveglio verso le 4:30, però accendo il Pc e apro la mia Moleskine per prendere appunti», dice il papà di Pony Ex-press e di Mr. Price, oggi alla guida di Shaa, la Web company made in Italy proprietaria di un innovativo tool per la distribuzione di video interattivi dedicati al mercato dell’advertising. «È al mattino presto, prima del sorgere del sole, che nascono tutte le mie idee», assicura.
© Getty Images
Che sia o meno la chiave del successo (ci sono ottimi manager e imprenditori che se la prendono comoda al mattino perché lavorano meglio a sera tardi) di sicuro c’è una cosa: alzarsi prima del solito è un buon sistema per aumentare la produttività e liberare tempo prezioso durante la giornata per andare in palestra, vedere gli amici o tornare prima in famiglia. Qualcuno porta tutto alle estreme conseguenze («conosco manager americani di Whirlpool e Ibm», racconta Francesco Casoli, presidente del gruppo Elica, «che pianificano riunioni alle 5.15 e quindi entrano in ufficio alle 4.45»), ma senza arrivare a tanto basterebbe anticipare la sveglia di un’oretta per ritrovare tempo dopo, quando normalmente vi sembrava di non avere un minuto libero. Un bel guadagno.

E IO RIVENDICO IL DIRITTO A TIRAR TARDI…

Quando abbiamo chiesto a Mario Mantovani, vicepresidente di Manageritalia, cosa ne pensasse dei mattinieri, per tutta risposta ci ha mandato una email a mezzanotte passata. «Dopo aver messo a letto il piccolo, verso le 22, accendo il computer e comincio a lavorare, dedicandomi alle email più lunghe o che presuppongono risposte articolate, tutte cose difficili da fare durante il giorno, quando i ritmi sono più serrati. Il lavoro di notte è molto produttivo, non arrivano telefonate né messaggi, le email sono rarissime e nessuno bussa alla porta. E il giorno dopo, appena arrivati in ufficio, i miei collaboratori troveranno le mie istruzioni, le richieste o risposte e potranno iniziare subito a lavorare». Hanno ragione i manager notturni o i mattinieri? Come sempre in questi casi, la verità sta nel mezzo. Lo dice una delle massime autorità sul sonno, la Sleep Foundation: non esiste un’unica ricetta che vada bene per tutti, perché anche se può sembrare strano accontentarsi di dormire solo quattro ore per notte, ogni persona è differente dalle altre. E ciascuno decide per se stesso, seguendo i propri ritmi.

5 migliori consigli degli startupper americani

Startupper AmericaniGli startupper americani condividono i loro segreti. A svelarli il sito americano Mashable.Leggiamo quali sono i loro 5 migliori consigli.1. Non avere paura di ciò che non sai
Ci sarà sempre qualcosa che non saprai e spesso sarai costretto a fare una scelta senza capirne pienamente le conseguenze. Impara a gestire queste situazioni, usando l’istinto. Senza avere paura».
(Aaron O’Hearn di Startup Institute)

2. Non tutto dipende da te

Il mio consiglio è di non darti troppa importanza. Insomma, non elogiarti troppo quando le cose vanno bene o colpevolizzarti quando vanno male. Ricorda: la fortuna gioca un ruolo importante nel successo di un progetto. Se riuscirai a distaccarti un po’ apparirai più umile e anche più sicuro di te».
(Ethan Austin di Give Forward)

3. Non parlare e basta, ma dimostra!

Molti startupper presentano la loro idea come rivoluzionaria senza poi riuscire a fornire prove sufficienti del perché lo sarebbe. Dovrebbero invece focalizzarsi sui risultati, anche minimi, che la loro startup è riuscita a conseguire. E raccontarli con autenticità».
(Shaun Johnson di Startup Institute)

4. Impara ad affrontare il rischio

Il migliore imprenditore non è chi cerca i rischi. Ma chi sa come limitarli».
(Rick Desai di Dashfire)

5. Trova il giusto equilibrio

La vita di uno startupper è caratterizzata dalla ricerca di tanti equilibri e raggiungerli o meno può fare la differenza: cerca consigli, ma tieni ben salde le tue convinzioni. Sii fiero di ciò che hai realizzato pur sapendo che non hai raggiunto la perfezione. Parla in modo diretto al tuo team, ma evita di essere troppo brusco. Non prenderti troppo sul serio, anche se pensi che la tua idea sia destinata a cambiare il mondo. Infine, non perdere mai di vista l’amore, gli amici e la famiglia. Checché se ne dica sono loro la cosa più importante».
(Jamyn Edis di Dash Lab)
Dall’America all’Italia. Anche i nostri startupper offrono i loro consigli. Puoi leggerli qui:
Da Millionaire

lunedì 6 gennaio 2014

Parliamo come mangiamo o mangiamo come parliamo?

Quanti si soffermano a riflettere su quante frasi, parole, detti popolari, “condiscono” la nostra lingua quotidianamente? A conferma dell'importanza che rivestono, in Italia, il cibo e la cucina nella nostra vita, in quella “way of life” che tutto il mondo ci invidia. "Le parole che mangiamo" sono un tutt'uno con il nostro lessico nell'uso comune e sicuramente la maggioranza delle persone, non ci fa più caso. Invece le utilizziamo come metafore tutti i giorni, per sottolineare azioni, esprimere giudizi, indicare situazioni od oggetti. 
Così, ad esempio, parliamo di grossa "nespola" quando vogliamo evidenziare una bella botta o un bel problema, di "cipollone" se vogliamo indicare un orologio magari un po’ datato, esprimiamo invece un giudizio negativo quando diciamo di una persona che non è "nè carne nè pesce". 

Comunichiamo continuamente con espressioni gastronomiche, siamo in alcuni casi "da uova e da latte", a volte veniamo definiti “bolliti" o “pesci lessi” oppure possiamo "essere della stessa pasta" o "avere le mani in pasta". Possiamo "dividerci o spartirci la torta" viceversa accontentarci di “un tozzo di pane”, sapere o meno "cosa bolle in pentola", siamo bravi a passare "la patata bollente" a qualcun altro, anche se di solito finisce tutto a "tarallucci e vino". A volte veniamo beccati “con le dita nella marmellata” e, forse, un po’ ci vergogniamo. Noi italiani ci lamentiamo che è "sempre la stessa minestra" o comunque "una minestra riscaldata", ma siamo "di bocca buona" anche se in certe occasioni "non riusciamo a digerire il tale". Chi è iperattivo mette "troppa carne al fuoco" con il rischio che ci "sia tanto fumo e poco arrosto", c'è sempre chi "la vuole cotta e chi la vuole cruda", chi ha la fortuna di cadere "come il cacio sui maccheroni" oppure di essere ovunque "come il prezzemolo", il peggio però è essere "cattivi come l'aglio". 

Ci sono anche le persone tutto "latte e miele", quelli che riescono sempre a mettere "la ciliegina sulla torta" nei lavori, chi fa "cuocere nel suo brodo" gli altri, ma poi in fondo dice che… “tutto fa brodo", qualcun altro sa "allungare il brodo", ma i peggio sono quelli che "rivoltano sempre la frittata". C’è anche chi "fa la frittata". E come ci stanno antipatici quelli che hanno sempre avuto "la pappa fatta". Quante volte abbiamo pensato: "che pizza". Ci sono persone che "non valgano un fico secco", altri dicono delle cose che "c'entrano come i cavoli a merenda". A volte si "rimane a bocca asciutta". Ci sono persone che definiamo "tenere come il burro" e quelli che vorrebbero invece "far le nozze coi fichi secchi", a volte si mette "tutto nello stesso calderone". I bravi si specializzano nel loro "piatto forte" per poter impressionare, qualcun altro "è alla frutta". E chi non sa che non bisogna far sapere al contadino "quanto è buono il formaggio con le pere". Ci sono persone che hanno "sete di conoscenza" e "divorano libri". 

Si potrebbe continuare ancora, tanto è “infarcita” la nostra lingua di tali espressioni. Mi colpisce, negli ultimi anni, il fatto che molti manager amano usare allegorie legate alla cucina o alla ristorazione per spiegare la “mission” della loro azienda o la qualità dei servizi erogati. La cucina si conferma ancora una volta una grande forma di civiltà e maestra di vita.

(Pierangelo Raffini

Pubblicato il: 17 novembre 2013 (leggilanotizia.it © Riproduzione vietata) 
http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=6439



La Befana vien di notte...

Ricordo nitidamente che almeno per tutti gli anni sessanta i regali più importanti per i bambini si ricevevano per la Befana e non per Natale. Molti rammenteranno a questo proposito quanto erano “famose” le varie Befane distinte per “ceto lavorativo” e, con mio padre, si andava nell’attuale sede dei Circoli in cui era consegnata quella dei dipendenti comunali (conservo ancora una foto con in mano un camion dei pompieri). 

Esiste naturalmente una ragione storica sulla scelta del 6 gennaio. Inizialmente non si conosceva la data del Redentore e quindi si era puntato su quella del suo battesimo nel Giordano che, essendo la prima “manifestazione divina” - in greco epifaneia - diede anche il nome alla festa. In seguito, dal momento che nell'ambito della religione mitriaca il 6 gennaio si festeggia la venuta dei Magi - sacerdoti persiani - la Chiesa di Roma modificò il ciclo natalizio dedicando quel giorno all'adorazione dei Re Magi. 

Il termine Befana invece è dovuto a uno storpiamento del vocabolo Epifania e la sua figura è costituita da una vecchietta, brutta e rugosa, con naso aquilino da strega e con i vestiti vecchi e rattoppati, che la notte tra il 5 e il 6 gennaio, volando nel cielo a cavallo di una scopa, dispensa dolci e caramelle ai bambini buoni, mentre a quelli cattivi lascia carbone e cipolle rosse. 

La leggenda più accreditata sulla festa della Befana trova la sua genesi nei riti pagani del folklore pre-cristiano legati alle tradizioni propiziatorie agrarie di inizio anno. La vecchia simboleggiava l’anno trascorso, al quale veniva dato l’addio bruciando sul rogo un fantoccio con abiti vecchi e strappati, dando così il benvenuto all’anno nuovo. I regali e i dolci erano simboli bene auguranti per l’anno nascente e quindi propiziatori per un ricco e abbondante raccolto. La civiltà contadina e la cultura della terra sono l’anima del nostro territorio e i “mangiari”, l'arte di creare cibi - cioè combinare i prodotti della terra e gli ingredienti, elaborarli creativamente, fino a ottenere un prodotto diverso dalla loro somma - sono la più antica forma di cultura popolare orale per eccellenza, dove la storia delle tradizioni e delle memorie popolari combacia straordinariamente con la storia della sua cucina. 

Nel giorno della Befana erano i dolci i cibi più importanti e, prima che arrivasse il panettone, era la ciambella romagnola (brazadèla) che chiudeva i ricchi pasti di queste feste. Ancora oggi rimane il dolce più caratteristico e gradito. Con la ciambella l’altro pezzo forte era la zuppa inglese, sempre presente nelle occasioni rilevanti. Questo dolce vanta diverse varianti d’ingredienti: cioccolato, mandorle, pinoli e ciliegie sotto spirito, come differenti liquori utilizzati - alchermes, rosolio, ma anche cognac - e una base che varia dal pan di spagna ai savoiardi e amaretti. 

Altri dolci tipici del 6 gennaio erano i tortelli, o ravioli, con marmellata, castagne e saba, anche fritti (naturalmente nello strutto), come i “sùgal” (sughi) - antichissimo dolce romagnolo - composto da mosto bollito, pane grattugiato, farina di granoturco, mela cotogna, buccia di limone e anice. Oppure il sanguinaccio o migliaccio o “burleng”, fatto con il sangue di maiale e arricchito con moltissimi elementi quali ad esempio il cioccolato, le mandorle dolci, i canditi, ancora la saba e altro. Personalmente lo trovo buonissimo, ma data l’origine, oggi è praticamente introvabile perché i “gusti” sono cambiati. 

Sono più caratteristici invece della provincia di Ravenna “I sabadò” - sabadoni, tortelli con la saba - composti da farina, fagioli lessi, castagne secche cotte, sale, saba e buccia di limone. In base alle località poi si potevano trovare anche budini vari - al ghiaccio, allo zabaglione, di riso - latte alla portoghese, torta di mele e “E castagnaz” (castagnaccio), nel nostro Appennino soprattutto, fatto con farina di castagne, buccia di limone e di arancia grattugiata, arricchito variamente con mandorle, pinoli, fichi secchi e altro. Infine tipici di questa festività anche il croccante, il torrone artigianale, gli zuccherini, la crema e... il carbone.

(Pierangelo Raffini

Pubblicato il: 2 gennaio 2014 (leggilanotizia.it © Riproduzione vietata) http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=6650



La rete degli imbecilli

Oggi in occasione del malore che ha colto PierLuigi Bersani hanno fatto sentire la propria voce on line un numero discretamente rilevante di imbecilli. Nulla di inedito: la quantità di commenti idioti sulla Internet italiana è aumentata in questi anni con l’aumentare dei numero di persone che la utilizzano.

In un Paese a modestissima alfabetizzazione digitale come il nostro un simile problema rischia di diventare molto rilevante per molte ragioni:

- Perché rafforza la reazione superficiale secondo la quale la rete debba essere censurata, con tutto il corteo di deliri legislativi susseguenti (vedi il caso Boldrini di qualche mese fa)

- Perché suggerisce l’idea secondo la quale la parola dei “cittadini” non abbia valore e possa essere in qualche maniera irrigimentata, in una parabola sulla quale ci sarebbe molto da dire ma che comunque indirizza Internet verso le dinamiche comunicative di un mondo precedente

- Perché in nome della lotta al rumore di fondo, che certo aumenta in continuazione, l’unica proposta contemplata è quella di una sordina generale che colpisca indistintamente tutti, ma anche in questo caso con particolare rilevanza nei confronti di quanti in genere hanno poca voce.

Molto si discute anche su quali siano le origini di un simile fenomeno (e anche se sia un fenomeno nostrano o meno). Ne cito tre ma è evidente che me ne sfuggiranno di rilevanti

- Una sostanziale irresponsabiltà nei confronti dei contenuti di odio. Qualsiasi imbecille può scrivere su Facebook che spera che Bersani muoia e lo fa spesso dentro sacche di effettiva impunità nelle quali la responsabilità rimbalza fra l’autore, la piattaforma stessa e i gestori della pagina sulla quale scrive.

- Il tono di rete. Mi spiace dirlo ma il tono di rete soffre degli stessi fenomeni imitativi che ha il linguaggio in genere. Dico mi dispiace perché una parte rilevante dei commenti sguaiati e offensivi che è possibile rintracciare in rete oggi vengono da simpatizzati di Beppe Grillo (o da suoi imitatori con differenti casacche politiche). Grillo in questi anni, al di là dei contenuti, ha affinato una vera e propria Accademia della Crusca del malparlare digitale. I fenomeni imitatori del gergo astioso, urlato e canzonatorio del comico genovese sono una conseguenza probabilmente non intenzionale; resta il fatto che Grillo stesso per primo e da sempre ha scelto di non mitigare simili eccessi. Centinaia di persone che in rete parlano come Grillo, ne imitano i tic e le figure retoriche, ma in una maniera più grossolana ed astiosa e che supera spesso i limiti della decenza e talvolta della diffamazione.

- Esiste poi una indubbia ragione di contesto. Questo Paese è attraversato di una crisi di valori profondissima che riguarda tutto e tutti. È una crisi grandemente sottovalutata e in buona parte ignorata della politica ma anche da noi stessi. La sua rappresentazione di rete è drammatica e molto reale e interessa sia i temi che i toni utilizzati.

Cosa possiamo fare?

Fatti salvi i presidi di legge esistenti (che sono più che sufficienti) per il decoro della nostra comunicazione di rete dobbiamo fare qualcosa, provo ad immaginarne alcune con una premessa.

Dobbiamo accettare che le persone possano esprimere il proprio parere nel maggior numero di luoghi di rete possibile. Pensare di fare una Internet senza le persone (o con le persone ma solo fino a quando ci fanno comodo, magari solo a leggere le bellissime cose che gli editori pubblicano per loro) è una idea non solo sbagliata (e un po’ reazionaria) ma impraticabile nell’ottica basilare dell’architettura del mezzo.

Però a questo punto è necessario adottare la moderazione (che è poi un retaggio dei meccanismi di autoregolamentazione della Internet dei primordi) in ogni forma possibile, eleggendola a nostra modalità di partecipazione in rete. Dobbiamo sposare strumenti che facciano emergere il valore e allontanino gli idioti (allontanare gli idioti, come sa chiunque abbia utilizzato Usenet un secolo fa, è anche un’ottima maniera per ricordar loro l’educazione e in molti casi farli ravvedere). Questo un tempo si faceva con la gestione amatoriale del proprio spazio di rete, ed è una idea oggi un po’ in disuso. Chi utilizza la rete dovrebbe continuare a farlo con questa forma di responsabilità, dentro qualsiasi contesto. Offri uno strumento di conversazione? Ok fallo pure liberamente ma tienilo pulito dalle cartacce.

Cosa significa in concreto questo: prendiamo ad esempio le centinaia di commenti offensivi comparsi oggi sulla pagina FB del Il Fatto Quotidiano.

È normale che una azienda come Facebook possa avere milioni di profili in italiano e NESSUNO in Italia che si occupi di moderare contenuti pesantemente diffamatori o che possa intervenire su segnalazioni di emergenza in tempi ragionevolmente brevi? Evenienze che come è ovvio, dati i numeri in questione, si ripetono ogni giorno. Non mi pare che questo sia chiedere troppo. Oltre un certo successo di pubblico, dopo un certo numero di utenti registrati le piattaforme di rete dovrebbero avere obbligatoriamente un team che si occupi dei contenuti in quel paese e che ne mantenga il controllo con la policy che riterrà. Moderare meglio e moderare tutti.

I gestori delle pagine web (che siano siti editoriali, blog, pagine sui SN ecc) poi dovrebbero avere meccanismi di moderazione dei commenti trasparenti ed attivi. Ognuno sceglierà come gestirli a seconda delle proprie idee e delle proprie risorse ma non si può accettare l’idea che centinaia di commenti diffamatori siamo presenti per molte ore dentro il nostro spazio di rete senza che a noi ce ne importi nulla perché tanto (forse) la responsabilità penale non è nostra (nel frattempo leggo che Il Fatto Quotidianoha rimosso il post da FB).

Terza cosa: potremmo immaginare meccanismi sanzionatori rapidi e leggeri per chi diffama in rete. Non sono un esperto e capisco bene che la materia è spinosa ma data la vasta inefficenza del nostro sistema giudiziario si potrebbero pensare meccanismi di arbitrato digitale dove per via breve sia possibile comminare una semplice multa agli imbecilli. Che è anche questa una sorta di moderazione ex post.

Due sole cose non dovremmo fare:

dare spazio ai tanti incompetenti che domani invocheranno nuove leggi per Internet

sposare il punto di vista superficiale e reazionario secondo il quale un mare di commenti idioti sia ragione sufficiente per allontanare l’idea che le altre persone abbiano pareri degni della nostra attenzione.

Quello che è accaduto oggi è in buona misura una bega tecnologica: un semplice fallimento del filtro di rete. Riguarda molti soggetti diversi, differenti disinteressi e opposte superficialità. Ci sono cose che dovremo fare. Le faremo solo se Internet ci piacerà abbastanza.

Massimo Mantellini - Il Post (http://www.ilpost.it/massimomantellini/2014/01/05/la-rete-gli-imbecilli/)


domenica 5 gennaio 2014

Indietro tutta: si torna alle buone maniere

È boom di manuali di galateo


Buona educazione. Basterebbe chiamarlo così, il galateo, per rendersi conto che non è un residuato d’altri tempi, riservato a nobili o fanatici. Certo molto è cambiato dal cinquecentesco testo di Della Casa o dai rigidi cerimoniali portati in tv da «Downton Abbey», ma conoscere le regole base, spesso molto vicine al comune buon senso, mette al riparo da brutte figure e aiuta nel lavoro.  

 

Con questo spirito, oltreoceano, Dorothea Johnson, fondatrice della Protocol School of Washington, ha scritto con la nipote Liv Tyler «Modern Manners» (ed. Potter Style). Una detta regole, l’altra racconta aneddoti e citano, un po’ a sorpresa, Cesare Pavese: «Le lezioni non si danno, si prendono». L’attrice, figlia del cantante degli Aerosmith e di una «groupie» modella di Playboy, attribuisce molto del suo successo proprio all’esempio datole dalla nonna, con cui ha vissuto da bambina. Insieme ricordano che è opportuno presentare le persone con un commento sulla loro attività e sul grado di parentela o di relazione, non scendendo in dettagli troppo personali.  

 

Sempre apprezzata, l’indicazione di introdurre l’uomo alla donna, il più giovane al più anziano, con la mano da porgere non «moscia» e tantomeno «a tenaglia». Mai fissare insistentemente, ma prestare attenzione al proprio interlocutore. Non a tutte potrà andare bene come all’allora adolescente protagonista di «Io ballo da sola» e «Il Signore degli anelli», di fronte all’idolo Johnny Depp: «Mi tese le mano e, occhi negli occhi mentre parlavamo – racconta -, mi fece sentire per qualche istante l’unica al mondo».  

 

Anche in Francia un nuovo volume giudica gli atteggiamenti più comuni del vivere in società: Juliette Dumas, animatrice del blog «Briller-en-ville», e Soledad Bravi, illustratrice della rivista «Elle», ripercorrono in 100 vignette buone e cattive abitudini in «Shine ou not Shine?» (ed. Marabout). Alle due parigine spetta il decalogo delle regole più sorprendenti, «trasgressive» per la loro semplicità, da cui ripartire: tenere la porta a chi entra dopo di noi; arrivare puntuali a un appuntamento e scusarsi in caso di ritardo; non fare scenate ai figli in pubblico; evitare di lamentarsi Liv Tyler: in continuazione; reintegrare il «grazie» nel proprio vocabolario, e soprattutto usarlo.  

 

«In tutto il mondo il recupero delle buone maniere è un must e la quotidianità è il banco di prova», sostiene l’esperta Barbara Ronchi della Rocca che con il suo ultimo «Si fa non si fa» (ed. Vallardi) 

ha dato una spolverata al codice di comportamento nell’era 2.0. Primo capitolo dedicato all’abbigliamento, che va adeguato all’età e alle circostanze: meglio evitare di partecipare a una cerimonia se si vuole essere alternativi a oltranza. Lo stile «shabby chic» non è per tutti, sconfina spesso in trascuratezza. «Da americani e francesi dovremmo imparare il vezzo di vestirsi eleganti in certe occasioni, come a teatro - sottolinea -. Un errore tutto italiano è quello di confondere il costo di un capo con la sua formalità». Intramontabile una classica apparecchiatura della tavola, senza eccessi, armonica.  

 

Il lifting? Consentito, con moderazione, così come il profumo. Le norme sono sempre più contaminate dalla «netiquette», codice del web. Il tramonto di lettere e cartoline non vuol dire sciatteria: vanno controllate punteggiatura e ortografia di sms ed e mail, ammessi quasi per tutto, ma carta e penna restano obbligatori per porgere le condoglianze. Anche lasciare il partner con un messaggino è una questione di cattivo gusto, ma in altre epoche lo hanno fatto Greta Garbo, via telegramma, e Daniel Day Lewis, con un fax. «I maleducati? Banali e prevedibili – conclude -, chic è conoscere le regole, e sapere quando si possono infrangere».  


ELENA MASUELLI (AGB) - La Stampa (http://www.lastampa.it/2014/01/05/societa/indietro-tutta-si-torna-alle-buone-maniere-9j0y2iGlSVIsPljXhTVcyI/pagina.html)


Alcuni manuali sulle buone maniere (Pierangelo Raffini)