
mercoledì 12 febbraio 2014
Come farsi comprare da un colosso. E vivere felici

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking
- Selezionate gli appuntamenti giusti. Nella miriade di eventi organizzati fare una scrematura diventa indispensabile. Individuate i convegni che trattano dei temi core della vostra startup. La probabilità di incontrare persone più affini e in linea con i vostri obiettivi professionali aumenta notevolmente. Molti eventi, purtroppo, sono vetrine per mettere in luce altri interessi lontani dal mondo startup. Informatevi sempre sui temi trattati. Se troppo generici, rinunciate.
- Presentatevi preparati. Un evento è un’opportunità per conoscere nuove persone. Informatevi sui partecipanti, relatori e organizzatori, portate con voi biglietti da visita (che siano originali!) e blocco per gli appunti o iPad, abbiate cura del dress-code, siate curiosi ma non invadenti e ascoltate. Ricordatevi: non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
- Presenziate i social media. Gli strumenti social sono un tema chiave per la propria web reputation e, di conseguenza, per il posizionamento strategico della vostra startup. Monitorate la rete, partecipate alle discussioni sui gruppi di LinkedIn, seguite persone che condividono i vostri stessi interessi su Twitter, aprite un blog. In sintesi: fate in modo che la gente vi noti.
- Abbiate cura dei vostri contatti. Sia nel caso di vecchi che nuovi contatti, coltivate le relazioni instaurate nel tempo. Ad esempio, dopo un evento ricordatevi di inviare una mail al contatto appena conosciuto oppure aggiungetelo su LinkedIn inserendo un messaggio di ringraziamento per lo scambio di contatti con riferimento all’evento.
lunedì 10 febbraio 2014
I pendolari della guerra santa
Da La Stampa del 9 febbraio
Domenico Quirico: " I pendolari della Guerra santa"
Abituiamoci a pensarlo. Oggi è a Longarone. Ma diventerà sempre più una storia comune, quotidiana. Un bosniaco che incontravi ogni giorno sulle scale, al caffè, che ti aveva tinteggiato la casa, con un figlioletto dagli occhi vivaci. Dentro quel fervore, quella passione dello spirito che sono una delle particolarità della giovinezza. Un giorno non lo vediamo più, chiediamo… «E’ partito …ha detto che tornava al suo Paese..». O è il magrebino che faceva mazzo con i suoi connazionali, incupiti, sempre a parlar fitto.Anche lui scomparso: cancellato l’affitto della squallida stanza che abitava in qualche periferia, eliminati i pochi contatti di una vita ai margini di tutto ciò che siamo. E poi come per Ismar Mesinovic scopriamo che è morto, il kalashnikov in pugno, in qualche battaglia. Ismar in Siria.Oin Sahel.Oin Afghanistan.Un Martire. Storie del nuovo Jihad, delle Brigate internazionali islamiste. E par di leggere l’avvio di «Omaggio alla Catalogna» di Orwell, la caserma Lenin di Barcellona dove arrivavano, trafelati, per non perder l’occasione della rivoluzione, italiani e inglesi, polacchi e bulgari.
L’internazionalismo, un tempo comunista, ora scandisce il nome di Dio. E’ composto di mille vite come quella del jihadista di Longarone. Passare dal materialismo storico a una concezione teologica o metafisica significa, in fondo, solo cambiar genere di provvidenzialismo. Ecco: hanno tagliato il legame con un mondo che per loro è bruciato da una malattia che distrugge la fede, come in alcune annate si vedono tutti gli olmi di una regione perdere le foglie. Si consacrano al servizio di un dio spietato, intrattabile; non perché lo amino ma per la sua assolutezza, per la sua intangibilità. Perché è un dio soddisfatto fino al delirio del sacrificio che impone. Eppure non è un culto cieco, è una scelta: il loro dio non lo subiscono. Lo hanno scelto. Per loro il Corano è un documento che respira come per noi, un tempo, il Vangelo. Qui è lo scandalo incomprensibile per i tiepidi. Sotto questa apparenza che vediamo e giudichiamo, che ci irrita o spaventa, c’è una vita che il mondo non vede, un segreto al quale è difficile iniziare gli indifferenti: il dolore. Ho incontrato tanti jihadisti «europei » in Siria e nel Sahel.Ragazzi diTolosa con le divise di al Faruq, o «l’americano » che ho cercato invano ad al Quesser, che abitava in una villetta miracolosamente indenne tra le rovine, dove sventolava la bandiera nera con le parole del Corano di un gruppo che lui stesso aveva fondato; o i belgi; o gli inglesi, dicono i più risoluti che hanno imparato il fanatismo nelle periferie di suaMaestà, forse a due passi dal parlamento che è il simbolo della nostra democrazia.
Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e invece di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo, il ritorno alla terra amata o maledetta. È come se noi avessimo rovinato qualcosa negli uomini, anche se cosa effettivamente sia non si sa. Forse una speranza che non era mai stata vera, ma allo stesso modo dava sostegno. Nel loro destino c’è stato, qui, tra noi, uno strappo. Sono purtroppo figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso. In Francia, in Gran Bretagna i guerrieri partiti dalle banlieues per le katibe della guerra civile siriana sono la seconda, la terza generazione di immigrati: i loro nonni, forse ancora i loro padri uccidevano il montone per far festa il giorno in cui riuscivano, scavalcando i reticolati che abbiamo posto all’ingresso del nostro paradiso, ad ottenere il pezzo di carta, l’autorizzazione, la cittadinanza.
Molti dei nipoti, sempre di più, non vedono l’ora di rifiutarci, di tornare indietro a cercare Dio. Contro di noi. Il radicalismo islamista si nutre della sproporzione che c’è tra la umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam fino a farla diventare quasi senso di fatalità e la nostra pochezza, la nostra fragilità attuale. Per questo la resistenza islamica non si declina con un eroismo quotidiano ma si immagina in termine di assoluto.
domenica 9 febbraio 2014
Le 10 facce del leader
La tirannia del gusto. Siamo tutti foodizzati
Nel nostro mondo foodizzato, le poche zone franche che ancora resistono all’invadenza della cucina e della sua dialettica si stanno assottigliando come i ghiacci polari. Una di queste zone franche corrisponde al kit spazzolino + dentifricio: il gesto di lavarsi i denti è, di per sé, negazione del cibo e atto di «purificazione» — non solo simbolica —, momento insomma di drastico stacco dai piaceri della tavola (qualcuno potrebbe interpretarlo come l’«atto zero» con cui ci prepariamo a ricominciare la festa, ma comunque sia è un istante di vuoto). Presto però le cose potrebbero cambiare. Il colosso Procter & Gamble lancia, per ora sul mercato inglese, il dentifricio gourmet che sa di menta e cioccolato, accoppiata che ricorda gli After Eight, sfogliette vendute nella scatola verde. «I soliti dentifrici sono noiosi — recita il claim della pubblicità —. Sii avventuroso, inoltrati lungo le nuove strade del gusto».
Negli Stati Uniti si è già visto di peggio: Mr. Bacon’s costa 5 dollari e 99, è prodotto in Cina in esclusiva per Accoutrements, sulla scatola ha il disegno di uno spazzolino con una bella fetta di pancetta croccante sdraiata sopra. C’è anche il bagnoschiuma, reclamizzato così: «Porta in modo nuovo l’aroma dell’amata pancetta nella tua routine mattutina!». Da una parte all’altra dell’oceano, la tirannia del gusto invece di allentarsi si fa più stretta. Il desiderio di prolungare il piacere che il sapore del cibo ci procura fa cadere steccati che finora avevano retto bene all’onda d’urto. Neppure quando siamo in bagno riusciamo ad evadere dalla «bolla» del profumo di cucina. Perché?
«L’alimentazione è uno dei grandi scenari dell’antropologia del nuovo millennio», scriveva il filosofo Paolo Rossi nel volumetto Mangiare, il cui sottotitolo «Bisogno, desiderio, ossessione» descrive in tre parole la parabola degli ultimi decenni.
Sul fatto che il cibo vada preso sul serio siamo tutti d’accordo: la gastronomia, piaccia o no, fa ormai parte di una sorta di «spirito del tempo» e l’alimentazione è diventata il punto nodale di una serie di tematiche ecologiche, economiche, sociali e politiche centrali per la nostra esistenza. Forse però stiamo esagerando: qua e là emergono forme diresistenza organizzata. Capofila di quelli che vorrebbero mettere un freno allo strapotere del cibo è l’inglese Steven Poole, che dalle colonne delGuardian chiamava alla rivolta al grido:
«La civiltà occidentale sta mangiando fino a rimbecillirsi. Non faremmo meglio a preoccuparci di quello che mettiamo nella testa invece che di ciò che mettiamo nel piatto?». E continuava: «Di questi tempi non è giudicato un segno di preoccupante alienazione annunciare pubblicamente che “la mousse al cioccolato è la cosa che mi emoziona di più” o dire che l’aver cenato al ristorante El Bulli di Ferran Adrià “mi ha fatto piangere”».
Alla vigilia del crollo della Borsa dell’87 a New York girava la battuta: «Quando anche i baristi discutono di Dow Jones è il momento di vendere». Tutti possono discutere di cibo, come di sport o di previsioni del tempo, ma ancora in pochi decidono di «vendere». La maggioranza va in un’altra direzione: l’entusiasmo, anche intellettuale, non è mai stato tanto alto. Il cibo è dappertutto, anche dove non c’è. È «social currency», moneta da spendere in società: insieme alla tecnologia, è vissuto come il settore più innovativo (con gli chef trasformati in brand multipiattaforma).
«Non c’è niente di più identitario del cibo — dice Gianfranco Marrone, semiologo, che cura per Mimesis una collana di filosofia e cucina —. Prendiamo il caso delle ricette: secondo il senso comune si tratta di semplici istruzioni per l’uso, come quelle delle lavatrici e dei telefonini.Testi per imparare a cucinare. Ma non è affatto così. Sono testi ricchissimi, letterariamente rilevanti, che parlando del cibo parlano di noi, dei nostri valori profondi, della nostra intimità. Leggere un ricettario è come godere un romanzo, un sapere con in più un sapore». Esagerato? «L’Artusi è il secondo libro italiano più venduto nel mondo dopo Pinocchio», risponde lui, che per Bompiani ha in uscita un nuovo volume dal titolo scontato: Gastromania.
Così il gusto è diventato, insieme all’olfatto — che comunque sta in posizione ancillare — non solo la nostra fonte principale del piacere, ma anche veicolo di conoscenza e potente motore della comunicazione linguistica. «L’importanza attribuita oggi al cibo è forse comprensibile nei termini di una crisi del fare esperienza, cui nessun ambito della vita umana è sottratto — sostiene Nicola Perullo nel suo Per un’estetica del cibo —. L’esperienza del cibo potrebbe rivelarsi un volano per recuperare parte dellaframmentazione cui il nostro sentire è sottoposto».
In crisi d’identità, ci affidiamo dunque alla tavola. «Gustare è un gesto estremo, il gesto più incarnato, un atto fortemente radicato nell’esperienza corporea», riassume Rosalia Cavalieri, che ha appena dato alle stampe per il Mulino E l’uomo inventò i sapori. Poole, riallacciandosi al discorso sulla corporeità, dà una sua interpretazione (e forse, per una volta, potremmo essere tutti d’accordo):
«Mangiare è senza dubbio un piacere più affidabile del sesso, capita più spesso e, secondo i costumi moderni, è più normale goderne in gruppo».
Daniela Monti - Tempi liberi - Corriere della Sera - @danicor
sabato 8 febbraio 2014
Ascolta, è il suono di un acino d'uva
Mindfulness significa pienezza mentale o consapevolezza intenzionale. È una forma di meditazione che può avere applicazioni cliniche contro stati di ansia, stress e depressione
Il 7 luglio 2013 a Wimbledon c’era un sole da quelle parti inusuale. Nel pomeriggio Novak Djokovic avrebbe giocato la finale con Andy Murray — per la cronaca: vincerà Murray, per la gloria della regina, ma questa è un’altra storia —. Che cosa avrà fatto Djokovic la mattina della finale di un torneo del Grande Slam? Allenarsi, studiare l’avversario? Probabilmente. Ma è certo che si è recato al tempio Buddhapadipa. C’è un bel giardino. Lì, tra le foglie, nel silenzio, ha passato un po’ di tempo, un’ora o giù di lì. A fare cosa? Assolutamente niente. Se non stare fermo, occhi chiusi e portare l’attenzione sul respiro.
La meditazion è una roba così. Vi sedete abbastanza comodi, non immaginate contorsioni yoga dolorosissime, chiudete gli occhi e aspettate che i pensieri vi passino per la testa. Non ci vuole molto, ne arrivano a sciami. E voi li osservate, notate che vi passano per la mente e li lasciate scivolare via, dicendovi «non ora». E riportate l’attenzione al semplice dato primordiale che state respirando.
Perché Djokovic, uno che per inciso di tornei dello Slam ne ha vinti sette, invece di dedicarsi completamente al tennis, in un giorno così importante passa del tempo ad accorgersi che respira? E non è il solo. Ricky Martin, sì quello di Livin’ la vida loca , bello da fare impazzire o morire di invidia, tutta una questione di punti di vista. Un successo senza limiti. Lo immaginate uno che la vida loca la vive veramente. Eppure anche Ricky Martin, tutti i giorni, medita. Sì, quella cosa del respiro. Lo fanno anche The Edge, Oprah Winfrey, Kobe Bryant. E molti altri.
Perché?
Perché quest’arte del non fare niente, ma con dedizione assoluta, come dicono alcuni dei maestri che ho ascoltato, è arrivata sulla copertina di «Time»? Moda? Forse. Ma è una spiegazione insufficiente. Può essere si tratti di qualcosa che cambia la vita. Muove la mente. Modifica il funzionamento del cervello. In meglio. Entro certi limiti naturalmente. Di che si tratta? Molti dei moderni meditanti occidentali ne praticano una forma — derivata dal tipo buddhista chiamato Vipassana — definita mindfulness. In italiano tendiamo a non tradurla, ma significa consapevolezza intenzionale , attenzione consapevole , pienezza mentale.
Avete mai pensato che suono fa un acino di uva passa ? No, non sapore, forma, consistenza. Quelle sono cose che più o meno pensate di sapere. Ma, il suono, quello non vi viene in mente. Un tipico esercizio di mindfulness è portare l’acino d’uva presso l’orecchio. Poi lo si sfrega dolcemente tra le dita. E si ascolta. Emette un suono tutto suo. Fatelo. Vi verranno parole per descriverlo, non le avreste immaginate mai. Ma quelle parole si formeranno nella vostra mente solo se staccate l’attenzione via da tutto il resto. E vi rendete conto che in quel momento esistete voi, l’acino e i vostri polpastrelli che gentili lo sfregano.
La mindfulness è l’esercizio del momento presente, del qui e ora. Seduti comodi. Chiudete gli occhi. Respirate. L’aria entra nel naso, attraversa la trachea, riempie i polmoni, il diaframma si solleva e si abbassa. È il vostro corpo vivo, attivo, funzionante. In quel momento lo sentite. Ma la mente non dà scampo. Arriva l’angoscia, la litigata col coniuge, una multa da pagare, controllare l’email, la riunione che vorremmo evitare, controllare ancora l’email, Facebook, Twitter, Facebook, non valgo niente, non mi amano. Rabbia, rancore, angoscia, lo stomaco si stringe, il cuore batte più forte. Mentre voi siete lì seduti, a badare al respiro, di pensieri come questi ne arrivano a frotte, stormi agguerriti di caccia. Ma voi non vi muovete. Lasciate scorrere il pensiero, senza combatterlo. Vi dite: «Penso all’abbandono. C’è dell’ansia dentro di me». La osservate allontanarsi finché ne resta l’eco. E tornate a concentrarvi sul respiro.
Tutto qui? Quasi. Più altri esercizi. La meditazione camminata: badate al piede che si solleva, al tallone che poggia a terra, alla pianta che morbida tocca il pavimento. Immaginate di essere avvolti da una nube di gentilezza. Già a nominarla fa sentir bene. Che senso ha? Che effetto fa? Ci vuole pratica, esercizio, allenamento.
A un certo punto fate scoperte. La principale è che i pensieri non sono oggetti; descrivono la realtà, ma fino a un certo punto. Che il timore che vi attanagliava fino a un minuto fa, ora non è più nella vostra mente. Al suo posto l’ombra di un olmo in un giorno in cui passeggiavate in campagna d’estate. E un attimo dopo anche quel ricordo è andato via. I pensieri li prendete sul serio. Ci credete, possono avvelenarvi l’esistenza. La mindfulness mai li combatte. Li accompagna gentilmente verso le periferie della coscienza, toglie loro le luci della ribalta, li fa scivolare via.
L’impazienza del lettore ora si affaccia. E una volta che abbiamo privato i pensieri della luce per cui si dibattevano come trote in un lago di pesca artificiale, che succede di così buono? Molte cose a quanto pare. La mindfulness, soprattutto nella forma iniziata da Jon Kabat-Zinn, si è mostrata efficace nel ridurre ansia, stress, dolore cronico, nel prevenire le ricadute della depressione, migliorare la risposta immunitaria e via dicendo. Le applicazioni cliniche sono in aumento. E fa davvero effetto sul cervello.
Un esempio: Véronique Taylor, del Centre de Recherche en Neuropsychologie et Cognition di Montréal, ha pubblicato una ricerca su «Social Cognitive and Affective Neuroscience» che mostrava come nei meditatori esperti rispetto ai novizi si disattivassero quelle aree cerebrali (per amor di rigore: il Default Mode Network che portano il cervello a riposo a focalizzarsi automaticamente su di sé. Se iper-attivate non ci si stacca mai dal proprio ombelico. Grazie alla mindfulness, la mente si allena a smorzarne l’azione e di conseguenza riprende a guardare il mondo. A vederlo davvero.
Studi simili di neuro-immagini mostrano come la pratica mindfulness aiuti a calmare le emozioni negative e migliori l’empatia. Una moda? Forse. Una panacea? No. Molti non ne saranno incuriositi o, semplicemente, non ne beneficerebbero se la praticassero. È un sostituto della psicoterapia? Non lo è. È un’alternativa. Un complemento. Una sua declinazione. Ma, di solito, quelli che la praticano provano gratitudine.
Ero con il mio amico Edoardo. I piedi immersi nell’acqua del torrente che delimita il suo casale nelle campagne della Sabina. Lui medita da decenni. In quei giorni era affannato dalla ristrutturazione. Muratori, piastrelle, il tagliaerba si era rotto, i costi lievitavano.
Ci ha meditato su. L’acqua scorreva vivace, portandosi foglie che sembravano animate. Rami di nocciolo sporgevano dalle rive. Edoardo mi dice: «Ho capito. Io di questo luogo non sono il proprietario. Sono il custode. Ora lo vivo con più serenità».
Guardo il sole che filtra tra una vegetazione che era lì milioni di anni prima di noi e sarà lì molto dopo che noi non ci saremo più. Ha ragione. Respiro. Sento l’acqua che scorre sulle caviglie. È fresca.
10 trend che cambieranno il social media marketing nel 2014
Perché Pinterest è importante per la tua azienda?
- Facebook, Twitter, Pinterest e Tumblr hanno portato una quantità di traffico senza precedenti verso i siti e-commerce, con un RPV (Revenue per visit) in aumento da tutti i canali sociali.
- Pinterest si sta rapidamente avvantaggiando del rallentamento di Facebook, ottenendo un aumento che arriva al 50% del RPV.
- Semplicità di utilizzo
- Layout ricercato e minimal
- Meccanismo virale, ispirato al Like di Facebook.
Quali aziende devono usare Pinterest
- Matrimonio: è uno strumento molto utilizzato da future spose, appassionati del tema wedding e chiaramente organizzatori di eventi e wedding planner. Basta creare una serie di board per raccogliere idee e ispirazioni per bouquet, addobbi floreali, abiti, location, partecipazioni, mise en place ecc.
- Condividere il tuo stile: se stai decorando la tua casa, se sei un appassionato e su di lavoro ti occupi di arredamento d’interni, puoi utilizzare Pinterest per condividere le tue opere e per cercare ispirazione.
- Costumi: essendo una fucina di idee di ogni genere, Pinterest è ottimo anche per trovare idee per maschere e costumi di Carnevale e Halloween.
- Brainstorming: se fai un lavoro creativo potresti avere bisogno di idee e di condividerle di sicuro Pinterest fa per te.
- Catalogo online: se hai un e-commerce puoi utilizzare Pinterest per pubblicizzare il tuo catalogo, mostrandone anche i prezzi, e attirare nuova clientela.
- Feedback: Pinterest può essere anche un banco di prova per le tue creazioni, per vedere se ricevono consensi e/o critiche.
- Portfolio: creativi, designer, fotografi…possono utilizzare Pinterest per raccogliere il loro portoflio e dargli maggiore visibilità.
- Book fotografico: modelle, modelli, attori e attrici possono sfruttare Pinterest per pubblicare il loro book fotografico.
- Settore immobiliare: anche le agenzie immobiliari possono usare la piattaforma per condividere le foto delle case in vendita o delle location in cui propongono immobili.
- Liste: un utente normale, quindi non un’azienda che propone prodotti e servizio, usa Pinterest per raccogliere i suoi interessi, per conservarne i link.
- Umorismo: Pinterest è anche un social per condividere vignette umoristiche e meme, attraverso cui portare traffico a siti che trattano argomenti meno visuali, ad esempio quelli di web agency.
- Ricette: Pinterest è il regno della cucina, ricette di ogni tipo e da tutti i paesi vengono condivise, utile per le semplici appassionate, ma soprattutto per chi ha un food blog.
- Viaggio: anche i luoghi da visitare, scorci particolari, vedute spettacolari sono molto amati su Pinterest, dagli appassionati di viaggio e dalle agenzie che vogliono proporre pacchetti e offerte.
lunedì 3 febbraio 2014
Chi è lo Startup Mentoring
Andrea Porcu, Sales Vicepresident Government & Industry in Selex ESIl Mentoring è un potente strumento di sviluppo personale, un modo efficace per aiutare le persone a progredire nella loro carriera, un mezzo fondamentale per lo sviluppo delle startup. Con questo spirito ho accettato da ormai oltre un anno di diventare mentor di quella incredibile realtà che è Talent Garden, partecipando anche all'organizzazione degli Startup Weekend in varie parti d'Italia.domenica 2 febbraio 2014
Realacci (Symbola): "Il Made in Italy scaccia la crisi, ma serve la Rete"
Il presidente della Fondazione per le Qualità Italiane: "Sforniamo prodotti unici al mondo per competenze tradizionali, bellezza e creatività. Se poi usiamo le nuove tecnologie non ci batte nessuno"
“Per uscire dalla crisi l’Italia deve fare l’Italia. Deve cioè scommettere sulle cose che la rendono unica: competenze tradizionali, bellezza, creatività, ingegno, capacità di innovazione. E se lo fa attraverso le nuove tecnologie non la batte nessuno”. Così la pensa Ermete Realacci, ambientalista, politico e presidente di Symbola, Fondazione per le Qualità Italiane nata nel 2005 proprio con l’obiettivo di promuovere un nuovo modello di sviluppo orientato alla qualità, in cui si fondono tradizione, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca e design. Oggi Symbola è al fianco di Google nel suo progetto per il Made in Italy.
Ma le piccole e medie imprese italiane sono pronte al debutto sul web?
Già oggi ci sono esempi eccezionali in questo campo. Un mio amico ha una sartoria artigianale a Ginosa di Puglia e, senza muoversi dal suo paese, crea abiti per il principe inglese Williams e per i primi ministri giapponesi. Mi diverte poi pensare che i bambini di Shangai, Copenhagen o Phnom Penh giocano su giostre italiane. Siamo bravissimi giostrai: rispetto ai concorrenti tedeschi fabbrichiamo giostre più leggere che consumano fino a metà dell’energia. Così un elemento di innovazione e bellezza diventa fattore di competitività. E questo accade nei settori più impensati. L’economista CarloMaria Cipolla diceva che la missione dell’Italia è produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. E il presidente esecutivo di Google, Eric Schmidt, durante la sua visita in Italia a ottobre, ha ricordato che “in un pianeta globalizzato i prodotti di nicchia non hanno mercati di nicchia”. È questa la chiave di un possibile successo italiano.
Quanti e quali vantaggi concreti per artigiani e commercianti che decidono di gestire il proprio business in Rete?
I vantaggi sono già visibili. Come sappiamo in Italia va molto male l’economia interna mentre l’export presenta dati estremamente positivi. Il valore delle esportazioni dei prodotti agroalimentari nel 2013 ha raggiunto quota 33 miliardi di euro, +6% rispetto al 2012. Questo dà l’idea di quanto l’internazionalizzazione di un settore possa giovare a quel settore e all’economia in generale.
Come intendete sviluppare la collaborazione con Google?
Insieme all’Università Ca’ Foscari e al professor Stefano Micelli mettiamo a disposizione le esperienze di chi sta facendo impresa. Stiamo anche ragionando di un road show per l’Italia che faccia conoscere queste esperienze a chi ha deciso di proiettare la qualità dei propri prodotti nel mondo attraverso la Rete.
Insomma, l’internazionalizzazione attraverso il web può essere la chiave per superare la crisi economica?
Innanzitutto non credo che usciremo dalla crisi con una logica alla Eduardo de Filippo secondo cui “A'dda passa’ a nuttata”, cioè riprendendo da dove ci eravamo fermati. Bisogna saper evolversi e cambiare. Uno strumento importante, in questo senso, è la Green Economy. Oltre il 20% delle imprese italiane dall’inizio della crisi ha fatto investimenti in Green Economy in senso lato: non solo risparmio energetico e fonti rinnovabili, ma tutto quello che ha a che fare con la riduzione dei consumi energetici, per esempio la riduzione dell’impatto su ambiente e salute, la tracciabilità dei prodotti…È una serie di innovazioni che riguardano tutti i settori. Questa parte di imprese italiane sono quelle che innovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro. L’anno scorso il 60% dei posti di lavoro in Ricerca e Sviluppo erano legati alla Green Economy. Io credo che si affronta la crisi se si cambia, se si capisce qual è il posto dell’Italia nel mondo e se si comprende come favorire un’economia a misura d’uomo senza lasciare indietro nessuno.
Luciana Maci - Economyup - 27 gennaio






