mercoledì 12 febbraio 2014

Come farsi comprare da un colosso. E vivere felici


Loris Degioanni
In Silicon Valley la chiamano "exit", uscita: è quel fenomeno in cui i colossi hi-tech, come Google, Twitter e Facebook, comprano piccole e grandi startup innovative a cifre con molti zeri. Per molti imprenditori delle nuove tecnologie farsi comprare è un punto di arrivo. E spesso di ripartenza. Vediamo alcune storie di italiani di successo che i colossi Usa si sono contesi.

Il fenomeno ha dimensioni enormi (si parla di 20 miliardi di dollari spesi ogni anno dalle 10 più grandi aziende). E nutre l'ecosistema della baia di San Francisco. Produce a ciclo continuo innovazione, ricchezza e posti di lavoro.
I fondatori delle startup sono liquidati con cifre a molti zeri e trattenuti nelle nuove società con contratti ricchi di incentivi che si chiamano golden handcuffs (manette d'oro), gli investitori prendono un moltiplicatore di 3-5 volte il capitale investito, i dipendenti sono assunti con nuovi contratti. Non a caso da un lato all'altro della baia più hi-tech del mondo echeggia: "No exit? No party!". In Italia, invece, il mercato delle exit è tutto da costruire. Qualcuno ce l'ha fatta (ma si contano sulle dita di una mano: Jobrapido, Buongiorno, Gioco digitale, 7Pixel…), qualcun altro per riuscirci è volato a San Francisco.
La storia di Loris Degioanni, 38 anni, è in questo senso paradigmatica. Loris è un tipo foolish and hungry alla Steve Jobs: immigrato per seguire la sua passione ha creato una startup tecnologica a Davis in California, partendo da zero. Zero competenze di business, zero soldi, zero finanziamenti dai venture capitalist. Ma molto talento. L'ha fatta crescere per cinque anni con un professore come socio, e l'ha venduta alla Riverbed, un'azienda quotata al Nasdaq, per 30 milioni di euro. Metà, li ha incassati il giorno dell'acquisizione nel 2010. L'altra metà gli sono stati dilazionati nei 24 mesi successivi. Tempo richiesto per trasferire tutto il proprio know how ai compratori. E pochi mesi fa è ripartito con una nuova startup. E un sogno. «Se la prima l'ho venduta, la seconda voglio portarla in Borsa».
La sua storia sembra una favola, ma se fosse rimasto in Italia cosa sarebbe successo? «Ho chiesto al fondatore di Riverbed, Steve McCanne: a parità di condizioni (stessa tecnologia, stessi fondatori, stesso fatturato, stesso numero di dipendenti), se fossi stato a Cinisello Balsamo, mi avresti acquisito? La risposta è stata: No. C'è un discorso di accesso e connessione.
Qui tutto succede in pochi giorni. La velocità è la base del business. Per vendere una startup devi avere un prodotto di qualità e qualcuno che lo compri. Avere un team tecnico e commerciale. Ma anche essere nel posto dove c'è il mercato che, per l'Information technology, sono gli Stati Uniti» ci spiega Degioanni. La storia di questo giovane imprenditore milionario («non chiamarmi startupparo, fare una startup non è un gioco, è un lavoro estremamente serio e pesante») è iniziata quando era studente al Politecnico di Torino. Per la tesi di laurea ha creato WinPcap, un software per la sicurezza della rete dei computer. Lo ha regalato al Web in open source. In sei mesi è stato scaricato 80mila volte. Lo ha usato anche John Bruno, professore della University of California Davis, che invita Loris a proseguire la ricerca negli Usa. «Quando ho ricevuto quella e-mail ho capito che la mia vita sarebbe cambiata per sempre» racconta Degioanni. «Sono arrivato nel 2005, per un anno ho lavorato con il "prof" al software per il Boeing 787 ("Per cui non volare sul quell'aereo", scherza). Poi abbiamo fondato la nostra startup. In Italia, quale accademico mollerebbe tutte per mettersi in società con un giovane ingegnere? Nei primi due anni, per avere un po' di ricavi facevamo consulenze per il settore avionico e intanto sviluppavamo i nostri prodotti. Quando abbiamo iniziato a venderli, il fatturato cresceva di milioni di dollari ogni anno. Siamo arrivati a 40 dipendenti, di cui 20 italiani, che ho chiamato dall'Italia offrendo loro il visto per lavorare negli Usa».
A quel punto gli investitori e gli acquirenti cominciano a bussare alla loro porta. 11 le proposte di acquisizione che ricevono. Racconta Loris: «Ho venduto per una serie di fattori. La startup era cresciuta, avevo trovato il prodotto e il mercato, bisognava solo espandersi. E questo mi appassionava meno. Poi, la cifra che mi veniva offerta era enorme». Ma anziché prendere i soldi e scappare a fare surf su una spiaggia delle Hawaii, Loris riparte con nuova startup. Si chiama Draios, si occupa di cloud computing, non ha ancora un prodotto in vendita, ma ha già raccolto finanziamenti milionari.
«Costruire un'impresa è come una corsa sulle montagne russe. Richiede un sacco di energia e ti cambia profondamente. Ma quando ci hai provato, sai che non potrai fare altro. Giochi tutto te stesso. Lo stress e l'adrenalina non ti mollano mai. Non è una vita romantica. Ma quando scopri che, dopo un lavoro mastodontico, alla gente piace quello che hai creato, la soddisfazione è enorme e capisci che ne è valsa la pena». Loris Degiovanni, ormai cervello in fuga, tiene sempre lo sguardo verso la sua Italia. «Tornerò? Non ora, ho due bambini piccoli. Ma mi piacerebbe restituire qualcosa al mio Paese, che tanto mi ha dato» conclude.

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking

La crescita passa dalle relazioni: il business è networking


“Evento si, evento, evento si, evento no, …” così recita uno startupper strappando i petali di una margherita dinanzi alla scelta se partecipare o meno a un evento. Immagine surreale che riflette molto la realtà. Vediamo perché..
Da quasi circa un anno si sono moltiplicati in tutta Italia gli eventi dedicati al mondo startup: workshop, conferenze, tavole rotonde, startup contest e aperitivi social. Occasioni per apprendere nuovi modelli, intercettare trend di mercato, conoscere investitori, trovare collaboratori, testare la propria idea, relazionarsi con i primi potenziali clienti. Un evento è il “campo di battaglia” per ampliare le proprie connessioni lavorative e raggiungere le cerchie di interessati che possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi di business. Considerate le numerose opportunità offerte, non partecipare è pura follia! Così ogni startupper provvede a redigere un vero e proprio piano di attacco cercando di incastrare i vari appuntamenti nella propria agenda, a volte disperandosi non potendo disporre del dono dell’ubiquità. Ma è giusto o sbagliato?
Molto spesso si dibatte sulla reale convenienza e sui benefici nel partecipare agli eventi proposti dall’ecosistema startup. Il dubbio che fa riflettere la maggior parte degli startupper ruota intorno a un semplice quesito: concentrarsi sullo sviluppo del prodotto o fare networking? Se ho il prodotto, ma non i contatti, non riuscirò mai a farmi conoscere nel mercato. Se, viceversa, ho i contatti, ma non il prodotto, sul mercato non andrò mai. Dunque, product (o service) oriented oppure public relation oriented? Non esiste una risposta univoca.
Come sempre il giusto è nel mezzo. Se da una parte lo sviluppo del prodotto o servizio rappresenta il punto di partenza per dare vita alla propria startup, dall’altra relazionarsi con l’esterno è l’attività principale per accelerare il processo di crescita della stessa. L’approccio Lean Startup, ideato da Eric Ries, suggerisce di lavorare a un minimum viable product (MVP), prodotto con le minime caratteristiche ma pronto a essere testato dagli utenti, e poi – con il tempo – migliorarlo in base all’evoluzione del mercato e ai feedback ricevuti. Le relazioni sono la base per alleanze strategiche, opportunità di partnership e per la condivisione di informazioni utili a creare nuove iniziative più velocemente, profittevolmente e con meno rischi. Il business è networking. Tutto ruota intorno alla rete di contatti che si crea. Ma come ogni attività strategica, questo richiede del tempo, sottratto ovviamente all’operatività.
La scelta di puntare su un team eterogeneo potrebbe essere una soluzione interessante per garantire quella flessibilità necessaria per portare avanti un progetto di startup e lavorare in parallelo su entrambe le attività. La partecipazione agli eventi è dunque “decretata” dal topic dell’evento stesso: ognuno segue gli appuntamenti in base al proprio ambito di competenza e ai propri interessi. In tal modo tutti i membri del team sono coinvolti costantemente nell’ecosistema: la startup non rispecchia l’identità del solo founder, ma dell’intero team.
Nel caso in cui siate ancora alla ricerca delle “anime gemelle” con cui condividere la propria idea di startup, di seguito alcuni consigli pratici per ottimizzare il proprio tempo e le risorse a disposizione.
  • Selezionate gli appuntamenti giusti. Nella miriade di eventi organizzati fare una scrematura diventa indispensabile. Individuate i convegni che trattano dei temi core della vostra startup. La probabilità di incontrare persone più affini e in linea con i vostri obiettivi professionali aumenta notevolmente. Molti eventi, purtroppo, sono vetrine per mettere in luce altri interessi lontani dal mondo startup. Informatevi sempre sui temi trattati. Se troppo generici, rinunciate.
  • Presentatevi preparati. Un evento è un’opportunità per conoscere nuove persone. Informatevi sui partecipanti, relatori e organizzatori, portate con voi biglietti da visita (che siano originali!) e blocco per gli appunti o iPad, abbiate cura del dress-code, siate curiosi ma non invadenti e ascoltate. Ricordatevi: non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.
  • Presenziate i social media. Gli strumenti social sono un tema chiave per la propria web reputation e, di conseguenza, per il posizionamento strategico della vostra startup. Monitorate la rete, partecipate alle discussioni sui gruppi di LinkedIn, seguite persone che condividono i vostri stessi interessi su Twitter, aprite un blog. In sintesi: fate in modo che la gente vi noti.
  • Abbiate cura dei vostri contatti.  Sia nel caso di vecchi che nuovi contatti, coltivate le relazioni instaurate nel tempo. Ad esempio, dopo un evento ricordatevi di inviare una mail al contatto appena conosciuto oppure aggiungetelo su LinkedIn inserendo un messaggio di ringraziamento per lo scambio di contatti con riferimento all’evento.
Infine, vi consiglio il libro “Teniamoci in contatto”  (The Startup of you) di Reid Hoffman, founder di LinkedIn. Un ottimo investimento per comprendere il business networking. Stanno nascendo tantissimi eventi e opportunità per la nostra Italia. Non perdiamocele.  “Accendi il cervello. Le nuove idee nascono guardando le cose, parlando alla gente, sperimentando, facendo domande e andando fuori dall’ufficio!”. (cit. Steve Jobs).

lunedì 10 febbraio 2014

I pendolari della guerra santa

Da La Stampa del 9 febbraio

Domenico Quirico: " I pendolari della Guerra santa"

Abituiamoci a pensarlo. Oggi è a Longarone. Ma diventerà sempre più una storia comune, quotidiana. Un bosniaco che incontravi ogni giorno sulle scale, al caffè, che ti aveva tinteggiato la casa, con un figlioletto dagli occhi vivaci. Dentro quel fervore, quella passione dello spirito che sono una delle particolarità della giovinezza. Un giorno non lo vediamo più, chiediamo… «E’ partito …ha detto che tornava al suo Paese..». O è il magrebino che faceva mazzo con i suoi connazionali, incupiti, sempre a parlar fitto.Anche lui scomparso: cancellato l’affitto della squallida stanza che abitava in qualche periferia, eliminati i pochi contatti di una vita ai margini di tutto ciò che siamo. E poi come per Ismar Mesinovic scopriamo che è morto, il kalashnikov in pugno, in qualche battaglia. Ismar in Siria.Oin Sahel.Oin Afghanistan.Un Martire. Storie del nuovo Jihad, delle Brigate internazionali islamiste. E par di leggere l’avvio di «Omaggio alla Catalogna» di Orwell, la caserma Lenin di Barcellona dove arrivavano, trafelati, per non perder l’occasione della rivoluzione, italiani e inglesi, polacchi e bulgari. 

L’internazionalismo, un tempo comunista, ora scandisce il nome di Dio. E’ composto di mille vite come quella del jihadista di Longarone. Passare dal materialismo storico a una concezione teologica o metafisica significa, in fondo, solo cambiar genere di provvidenzialismo. Ecco: hanno tagliato il legame con un mondo che per loro è bruciato da una malattia che distrugge la fede, come in alcune annate si vedono tutti gli olmi di una regione perdere le foglie. Si consacrano al servizio di un dio spietato, intrattabile; non perché lo amino ma per la sua assolutezza, per la sua intangibilità. Perché è un dio soddisfatto fino al delirio del sacrificio che impone. Eppure non è un culto cieco, è una scelta: il loro dio non lo subiscono. Lo hanno scelto. Per loro il Corano è un documento che respira come per noi, un tempo, il Vangelo. Qui è lo scandalo incomprensibile per i tiepidi. Sotto questa apparenza che vediamo e giudichiamo, che ci irrita o spaventa, c’è una vita che il mondo non vede, un segreto al quale è difficile iniziare gli indifferenti: il dolore. Ho incontrato tanti jihadisti «europei » in Siria e nel Sahel.Ragazzi diTolosa con le divise di al Faruq, o «l’americano » che ho cercato invano ad al Quesser, che abitava in una villetta miracolosamente indenne tra le rovine, dove sventolava la bandiera nera con le parole del Corano di un gruppo che lui stesso aveva fondato; o i belgi; o gli inglesi, dicono i più risoluti che hanno imparato il fanatismo nelle periferie di suaMaestà, forse a due passi dal parlamento che è il simbolo della nostra democrazia. 

Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e invece di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo, il ritorno alla terra amata o maledetta. È come se noi avessimo rovinato qualcosa negli uomini, anche se cosa effettivamente sia non si sa. Forse una speranza che non era mai stata vera, ma allo stesso modo dava sostegno. Nel loro destino c’è stato, qui, tra noi, uno strappo. Sono purtroppo figli delle nostre omissioni, delle nostre ipocrisie, della nostra viltà. Ci tendono questo specchio dal fondo delle loro tragedie, e vi vediamo riflesso il nostro viso. In Francia, in Gran Bretagna i guerrieri partiti dalle banlieues per le katibe della guerra civile siriana sono la seconda, la terza generazione di immigrati: i loro nonni, forse ancora i loro padri uccidevano il montone per far festa il giorno in cui riuscivano, scavalcando i reticolati che abbiamo posto all’ingresso del nostro paradiso, ad ottenere il pezzo di carta, l’autorizzazione, la cittadinanza. 

Molti dei nipoti, sempre di più, non vedono l’ora di rifiutarci, di tornare indietro a cercare Dio. Contro di noi. Il radicalismo islamista si nutre della sproporzione che c’è tra la umiliazione che l’Occidente ha imposto all’Islam fino a farla diventare quasi senso di fatalità e la nostra pochezza, la nostra fragilità attuale. Per questo la resistenza islamica non si declina con un eroismo quotidiano ma si immagina in termine di assoluto.


domenica 9 febbraio 2014

Le 10 facce del leader

CONTAGIOSO (NELL'ENTUSIASMO), CREATIVO (PER RISOLVERE I PROBLEMI), RESPONSABILE (CIOÈ ABILE A DARE DELLE RISPOSTE). I REQUISITI DI CHI CONDUCE LA VENDITA, PER ESSERE GUIDE "DIVERSE", FUORI DAL MUCCHIO

Puoi condurre altri colleghi, o essere un "battitore libero", ma hai sempre a che fare con altri venditori. Quindi possedere doti di leadership è importante.
La leadership viene studiata, insegnata e imparata ovunque, purtroppo, però, non è altrettanto praticata. Ai corsi ci sono sempre persone affamate di sapere, il mio audiolibro a riguardo è un best seller. Il buon senso ci aiuta a sapere cosa fare e cosa non fare, ma, nonostante questo, ci sono molte persone che continuano a sbagliare. Ecco una piccola check-list, una lista di dieci qualità e comportamenti che possono aiutarti a essere un leader migliore.

1. La leadership deriva da quello che fai e come lo fai, non dal titolo che hai
Capita spesso nelle aziende di vedere capi poco leader e collaboratori più solidi di loro. Come dico nel mio audio libro, la leadership è un verbo, un'azione. Chi la esercita motiva, guida, incoraggia, supporta, fa crescere, mostra soluzioni. Se chi comanda, grida, è un capo. Quella non è leadership.

2. I leader sono al servizio degli altri, non il contrario
Nel mondo animale il leader è scelto dal branco per le sue capacità, oppure si impone perché è il più forte (quindi può proteggere).
Penso sia normale, utile e giusto che chi è al vertice abbia dei privilegi. Chi ha responsabilità più grandi ha bisogno di un ufficio, una scrivania, un'auto e uno stipendio più consistenti. Come dicono alcuni generali, "se il mio letto è più comodo e sono più riposato, le mie decisioni, che influenzano molte persone, saranno più corrette".
Detto questo, il leader fa gli interessi del sistema, non i suoi. Quante volte in un'azienda viene promosso a direttore vendite il miglior venditore, senza che prima siano valutate le sue capacità di gestione delle risorse umane?
Chi è nella stanza dei bottoni deve saper sentire, capire, interpretare, per poi guidare. Se è un egocentrico, meglio lasciarlo sul campo, sarà un ottimo venditore; se lo si lascia dov'è, farà bene il suo lavoro. Se lo si promuove, togli un buon venditore all'azienda e aggiungi un cattivo manager al team.

3. I leader sono responsabili
Cioè sono sempre abili a dare risposte. Difficilmente danno la colpa agli altri, e anche quando non è loro, pensano a cosa possono fare per risolvere la situazione. I buoni venditori si prendono la responsabilità quando il cliente non compra, e danno a quest'ultimo il merito quando l'operazione finisce bene.
In un mondo sempre più complesso, portatore di sfide sempre maggiori, i clienti e i colleghi cercano chi risolve, non chi complica. Chi prende responsabilità, non chi distribuisce colpe. Ci vuole impegno e coraggio. Ecco perché sono in pochi a farlo.

4. I leader vanno oltre
A differenza della massa che fa il necessario, il richiesto, il minimo sindacale, i leader vanno oltre. Questa rivista nasce dall'idea e dall'impegno di tante persone che fanno del loro meglio per portare a te, venditore, il meglio. Non a caso la compri e la leggi.
Cosa porta successo a un prodotto o un servizio? La qualità. E da dove arriva questa qualità? Dall'impegno di tanti.
Cosa rende eccellente un customer service? Quanto ne conosci in Italia? Io purtroppo pochi. Se vuoi eccellere, vai oltre, dai ai tuoi clienti, interni ed esterni, il servizio che nessuno dà loro. Rimarrai nella loro memoria.

5. I leader sanno costruire e trasferire fiducia
Sembra banale, ma se lo fosse davvero, non ci sarebbero così tanti venditori, manager e presunti leader che non seguirei mai. Non ci vuole molto per guadagnarsi la fiducia altrui, basta fare le cose che tu vuoi che facciano con te.
Mantieni le promesse, sii sincero, educato. Le cose private mantienile private, non fare il fenomeno. Rispetta, presta attenzione. Servono impegno e visione a lungo termine.

6. I leader sono creativi
Non vuol dire inventare prodotti o essere pittori d'avanguardia. Devono trovare nuove soluzioni ai problemi, vecchi e non. Quando come business coach sento qualcuno in azienda dire «Abbiamo sempre fatto così, non vedo perché dovremmo cambiare», ogni volta mi si gela il sangue. Ci sono ancora persone che non hanno capito che il mondo è cambiato. Ci sono persone che pensano di essere ancora immersi nella crisi del 2008.

7. I leader hanno integrità
Integro significa "non rotto". I leader sono tali anche perché sono un'unità che non si divide per la convenienza apparente del momento. Se per chiudere il budget di vendite sospendi l'onestà, i tuoi colleghi e clienti se ne accorgeranno.
Se chiedi ad altri di fare una cosa, tu devi essere il primo a farla. Lo so non ci sono tanti esempi da imitare in questo senso, ecco perché se inizi, se ne accorgeranno tutti, sarai una rarità.

8. I leader si divertono (e fanno divertire)
Che differenza c'è tra gioco e lavoro? Quando giochi, ti diverti.
Cosa hanno in comune Steve Jobs, Leonardo Del Vecchio, Anita Roddick e Renzo Rosso? Si divertono e fanno divertire. Hanno passione per quello che fanno e la sanno trasmettere. La passione è contagiosa.

9. I leader sono diversi e valorizzano le differenze
È impossibile essere uguali al mucchio ed essere dei leader. È impossibile essere creativi, se la pensi come gli altri. La diversità è un valore che i leader considerano importante.
Se vedi un capo circondato da "yes man", non è un leader. Chi è forte vuole sentire opinioni diverse dalle sue, vuole stimoli. Come dice il mio caro amico, il generale Franco Angioni, "non si vince una partita con 11 portieri".
Anche in questo caso è più impegnativo comportarsi da leader, ma la storia ci insegna che è anche più produttivo.

10. I leader sono eccellenti comunicatori
Se le tue grandi idee, la tua integrità, la tua passione rimangono incompresi, non sarai un grande leader. Non è un caso che i migliori (Obama, Mourinho, Mandela per citarne alcuni) hanno studiato Pnl e dinamiche a spirale.
Saper comunicare e saper capire le persone è una delle caratteristiche e abilità fondamentali della leadership. Sono molti i casi di persone con poco contenuto ma molta comunicativa che riescono ad avere più attenzione di chi ha contenuti, ma non sa spiegarli.

Gandhi diceva: "Penso che un tempo essere leader significasse avere muscoli forti, ora significa avere buone relazioni con le persone".
Le nuove sfide ci chiedono più e nuovi leader. Spero che tu decida di essere uno di questi.

La tirannia del gusto. Siamo tutti foodizzati

Nel nostro mondo foodizzato, le poche zone franche che ancora resistono all’invadenza della cucina e della sua dialettica si stanno assottigliando come i ghiacci polari. Una di queste zone franche corrisponde al kit spazzolino + dentifricio: il gesto di lavarsi i denti è, di per sé, negazione del cibo e atto di «purificazione» — non solo simbolica —, momento insomma di drastico stacco dai piaceri della tavola (qualcuno potrebbe interpretarlo come l’«atto zero» con cui ci prepariamo a ricominciare la festa, ma comunque sia è un istante di vuoto). Presto però le cose potrebbero cambiare. Il colosso Procter & Gamble lancia, per ora sul mercato inglese, il dentifricio gourmet che sa di menta e cioccolato, accoppiata che ricorda gli After Eight, sfogliette vendute nella scatola verde. «I soliti dentifrici sono noiosi — recita il claim della pubblicità —. Sii avventuroso, inoltrati lungo le nuove strade del gusto».

Negli Stati Uniti si è già visto di peggio: Mr. Bacon’s costa 5 dollari e 99, è prodotto in Cina in esclusiva per Accoutrements, sulla scatola ha il disegno di uno spazzolino con una bella fetta di pancetta croccante sdraiata sopra. C’è anche il bagnoschiuma, reclamizzato così: «Porta in modo nuovo l’aroma dell’amata pancetta nella tua routine mattutina!». Da una parte all’altra dell’oceano, la tirannia del gusto invece di allentarsi si fa più stretta. Il desiderio di prolungare il piacere che il sapore del cibo ci procura fa cadere steccati che finora avevano retto bene all’onda d’urto. Neppure quando siamo in bagno riusciamo ad evadere dalla «bolla» del profumo di cucina. Perché?

«L’alimentazione è uno dei grandi scenari dell’antropologia del nuovo millennio», scriveva il filosofo Paolo Rossi nel volumetto Mangiare, il cui sottotitolo «Bisogno, desiderio, ossessione» descrive in tre parole la parabola degli ultimi decenni.

Sul fatto che il cibo vada preso sul serio siamo tutti d’accordo: la gastronomia, piaccia o no, fa ormai parte di una sorta di «spirito del tempo» e l’alimentazione è diventata il punto nodale di una serie di tematiche ecologiche, economiche, sociali e politiche centrali per la nostra esistenza. Forse però stiamo esagerando: qua e là emergono forme diresistenza organizzata. Capofila di quelli che vorrebbero mettere un freno allo strapotere del cibo è l’inglese Steven Poole, che dalle colonne delGuardian chiamava alla rivolta al grido:

«La civiltà occidentale sta mangiando fino a rimbecillirsi. Non faremmo meglio a preoccuparci di quello che mettiamo nella testa invece che di ciò che mettiamo nel piatto?». E continuava: «Di questi tempi non è giudicato un segno di preoccupante alienazione annunciare pubblicamente che “la mousse al cioccolato è la cosa che mi emoziona di più” o dire che l’aver cenato al ristorante El Bulli di Ferran Adrià “mi ha fatto piangere”».

Alla vigilia del crollo della Borsa dell’87 a New York girava la battuta: «Quando anche i baristi discutono di Dow Jones è il momento di vendere». Tutti possono discutere di cibo, come di sport o di previsioni del tempo, ma ancora in pochi decidono di «vendere». La maggioranza va in un’altra direzione: l’entusiasmo, anche intellettuale, non è mai stato tanto alto. Il cibo è dappertutto, anche dove non c’è. È «social currency», moneta da spendere in società: insieme alla tecnologia, è vissuto come il settore più innovativo (con gli chef trasformati in brand multipiattaforma).

«Non c’è niente di più identitario del cibo — dice Gianfranco Marrone, semiologo, che cura per Mimesis una collana di filosofia e cucina —. Prendiamo il caso delle ricette: secondo il senso comune si tratta di semplici istruzioni per l’uso, come quelle delle lavatrici e dei telefonini.Testi per imparare a cucinare. Ma non è affatto così. Sono testi ricchissimi, letterariamente rilevanti, che parlando del cibo parlano di noi, dei nostri valori profondi, della nostra intimità. Leggere un ricettario è come godere un romanzo, un sapere con in più un sapore». Esagerato? «L’Artusi è il secondo libro italiano più venduto nel mondo dopo Pinocchio», risponde lui, che per Bompiani ha in uscita un nuovo volume dal titolo scontato: Gastromania.

Così il gusto è diventato, insieme all’olfatto — che comunque sta in posizione ancillare — non solo la nostra fonte principale del piacere, ma anche veicolo di conoscenza e potente motore della comunicazione linguistica. «L’importanza attribuita oggi al cibo è forse comprensibile nei termini di una crisi del fare esperienza, cui nessun ambito della vita umana è sottratto — sostiene Nicola Perullo nel suo Per un’estetica del cibo —. L’esperienza del cibo potrebbe rivelarsi un volano per recuperare parte dellaframmentazione cui il nostro sentire è sottoposto».

In crisi d’identità, ci affidiamo dunque alla tavola. «Gustare è un gesto estremo, il gesto più incarnato, un atto fortemente radicato nell’esperienza corporea», riassume Rosalia Cavalieri, che ha appena dato alle stampe per il Mulino E l’uomo inventò i sapori. Poole, riallacciandosi al discorso sulla corporeità, dà una sua interpretazione (e forse, per una volta, potremmo essere tutti d’accordo):

«Mangiare è senza dubbio un piacere più affidabile del sesso, capita più spesso e, secondo i costumi moderni, è più normale goderne in gruppo».

 

Daniela Monti - Tempi liberi - Corriere della Sera - @danicor



sabato 8 febbraio 2014

Ascolta, è il suono di un acino d'uva

Mindfulness significa pienezza mentale o consapevolezza intenzionale. È una forma di meditazione che può avere applicazioni cliniche contro stati di ansia, stress e depressione


Il 7 luglio 2013 a Wimbledon c’era un sole da quelle parti inusuale. Nel pomeriggio Novak Djokovic avrebbe giocato la finale con Andy Murray — per la cronaca: vincerà Murray, per la gloria della regina, ma questa è un’altra storia —. Che cosa avrà fatto Djokovic la mattina della finale di un torneo del Grande Slam? Allenarsi, studiare l’avversario? Probabilmente. Ma è certo che si è recato al tempio Buddhapadipa. C’è un bel giardino. Lì, tra le foglie, nel silenzio, ha passato un po’ di tempo, un’ora o giù di lì. A fare cosa? Assolutamente niente. Se non stare fermo, occhi chiusi e portare l’attenzione sul respiro.

La meditazion è una roba così. Vi sedete abbastanza comodi, non immaginate contorsioni yoga dolorosissime, chiudete gli occhi e aspettate che i pensieri vi passino per la testa. Non ci vuole molto, ne arrivano a sciami. E voi li osservate, notate che vi passano per la mente e li lasciate scivolare via, dicendovi «non ora». E riportate l’attenzione al semplice dato primordiale che state respirando.

Perché Djokovic, uno che per inciso di tornei dello Slam ne ha vinti sette, invece di dedicarsi completamente al tennis, in un giorno così importante passa del tempo ad accorgersi che respira? E non è il solo. Ricky Martin, sì quello di Livin’ la vida loca , bello da fare impazzire o morire di invidia, tutta una questione di punti di vista. Un successo senza limiti. Lo immaginate uno che la vida loca la vive veramente. Eppure anche Ricky Martin, tutti i giorni, medita. Sì, quella cosa del respiro. Lo fanno anche The Edge, Oprah Winfrey, Kobe Bryant. E molti altri.

Perché?

Perché quest’arte del non fare niente, ma con dedizione assoluta, come dicono alcuni dei maestri che ho ascoltato, è arrivata sulla copertina di «Time»? Moda? Forse. Ma è una spiegazione insufficiente. Può essere si tratti di qualcosa che cambia la vita. Muove la mente. Modifica il funzionamento del cervello. In meglio. Entro certi limiti naturalmente. 
Di che si tratta? Molti dei moderni meditanti occidentali ne praticano una forma — derivata dal tipo buddhista chiamato Vipassana — definita mindfulness. In italiano tendiamo a non tradurla, ma significa consapevolezza intenzionale , attenzione consapevole , pienezza mentale.

Avete mai pensato che suono fa un acino di uva passa ? No, non sapore, forma, consistenza. Quelle sono cose che più o meno pensate di sapere. Ma, il suono, quello non vi viene in mente. Un tipico esercizio di mindfulness è portare l’acino d’uva presso l’orecchio. Poi lo si sfrega dolcemente tra le dita. E si ascolta. Emette un suono tutto suo. Fatelo. Vi verranno parole per descriverlo, non le avreste immaginate mai. 
Ma quelle parole si formeranno nella vostra mente solo se staccate l’attenzione via da tutto il resto. E vi rendete conto che in quel momento esistete voi, l’acino e i vostri polpastrelli che gentili lo sfregano.

La mindfulness è l’esercizio del momento presente, del qui e ora. Seduti comodi. Chiudete gli occhi. Respirate. L’aria entra nel naso, attraversa la trachea, riempie i polmoni, il diaframma si solleva e si abbassa. È il vostro corpo vivo, attivo, funzionante. In quel momento lo sentite. Ma la mente non dà scampo. Arriva l’angoscia, la litigata col coniuge, una multa da pagare, controllare l’email, la riunione che vorremmo evitare, controllare ancora l’email, Facebook, Twitter, Facebook, non valgo niente, non mi amano. Rabbia, rancore, angoscia, lo stomaco si stringe, il cuore batte più forte. Mentre voi siete lì seduti, a badare al respiro, di pensieri come questi ne arrivano a frotte, stormi agguerriti di caccia. Ma voi non vi muovete. Lasciate scorrere il pensiero, senza combatterlo. Vi dite: «Penso all’abbandono. C’è dell’ansia dentro di me». La osservate allontanarsi finché ne resta l’eco. E tornate a concentrarvi sul respiro.

Tutto qui? Quasi. Più altri esercizi. La meditazione camminata: badate al piede che si solleva, al tallone che poggia a terra, alla pianta che morbida tocca il pavimento. Immaginate di essere avvolti da una nube di gentilezza. Già a nominarla fa sentir bene. Che senso ha? Che effetto fa? Ci vuole pratica, esercizio, allenamento.

A un certo punto fate scoperte. La principale è che i pensieri non sono oggetti; descrivono la realtà, ma fino a un certo punto. Che il timore che vi attanagliava fino a un minuto fa, ora non è più nella vostra mente. Al suo posto l’ombra di un olmo in un giorno in cui passeggiavate in campagna d’estate. E un attimo dopo anche quel ricordo è andato via. I pensieri li prendete sul serio. Ci credete, possono avvelenarvi l’esistenza. La mindfulness mai li combatte. Li accompagna gentilmente verso le periferie della coscienza, toglie loro le luci della ribalta, li fa scivolare via.

L’impazienza del lettore ora si affaccia. E una volta che abbiamo privato i pensieri della luce per cui si dibattevano come trote in un lago di pesca artificiale, che succede di così buono? Molte cose a quanto pare. La mindfulness, soprattutto nella forma iniziata da Jon Kabat-Zinn, si è mostrata efficace nel ridurre ansia, stress, dolore cronico, nel prevenire le ricadute della depressione, migliorare la risposta immunitaria e via dicendo. Le applicazioni cliniche sono in aumento. E fa davvero effetto sul cervello.

Un esempio: Véronique Taylor, del Centre de Recherche en Neuropsychologie et Cognition di Montréal, ha pubblicato una ricerca su «Social Cognitive and Affective Neuroscience» che mostrava come nei meditatori esperti rispetto ai novizi si disattivassero quelle aree cerebrali (per amor di rigore: il Default Mode Network che portano il cervello a riposo a focalizzarsi automaticamente su di sé. Se iper-attivate non ci si stacca mai dal proprio ombelico. Grazie alla mindfulness, la mente si allena a smorzarne l’azione e di conseguenza riprende a guardare il mondo. A vederlo davvero.

Studi simili di neuro-immagini mostrano come la pratica mindfulness aiuti a calmare le emozioni negative e migliori l’empatia.  Una moda? Forse. Una panacea? No. Molti non ne saranno incuriositi o, semplicemente, non ne beneficerebbero se la praticassero. È un sostituto della psicoterapia? Non lo è. È un’alternativa. Un complemento. Una sua declinazione. Ma, di solito, quelli che la praticano provano gratitudine.

Ero con il mio amico Edoardo. I piedi immersi nell’acqua del torrente che delimita il suo casale nelle campagne della Sabina. Lui medita da decenni. In quei giorni era affannato dalla ristrutturazione. Muratori, piastrelle, il tagliaerba si era rotto, i costi lievitavano.

Ci ha meditato su. L’acqua scorreva vivace, portandosi foglie che sembravano animate. Rami di nocciolo sporgevano dalle rive. Edoardo mi dice: «Ho capito. Io di questo luogo non sono il proprietario. Sono il custode. Ora lo vivo con più serenità».

Guardo il sole che filtra tra una vegetazione che era lì milioni di anni prima di noi e sarà lì molto dopo che noi non ci saremo più. Ha ragione. Respiro. Sento l’acqua che scorre sulle caviglie. È fresca.

Giancarlo Dimaggio - La lettura 


10 trend che cambieranno il social media marketing nel 2014

Ogni anno il panorama dei social media muta, offrendo nuove sfide interpretative agli studiosi e mettendo in crisi le certezze degli uomini e delle donne di marketing. L’anno appena iniziato potrebbe portare mutamenti, qui descritti, che richiederanno azioni non prorogabili da parte delle aziende.
I social media non sono più un “campo giochi”, ma sono ormai ambienti relazionali maturi, sempre meno isolati, in grado di incidere sulle performance aziendali. Ecco perché conviene, fin da ora, prendere coscienza di quali potrebbero essere i cambiamenti del social media marketing nel 2014.
1) Brand come editoricatturare l’attenzione delle persone sarà sempre più difficile, anche a causa degli algoritmi che governano la visibilità degli oggetti sociali. Ecco perché produrre contenuti di qualità non può essere un’attività da fare saltuariamente, in occasione di specifiche campagne. Le aziende dovranno pensarsi come veri e propri editori, come dimostrano i casi di successo di RedBull o Coca Cola, che ha trasformato il sito in un magazine;
2) Real time: i contenuti di qualità potrebbero non bastare. Una nuova capacità che i marketer dovranno acquisire è quella di inserirsi velocemente nel flusso informativo nel quale siamo immersi. Oggi si può fare padroneggiando gli strumenti di monitoraggio delle conversazioni per metterli a servizio della creatività e della capacità di comunicazione. L’emblema di questo modus operandi è Oreo, che ha sfruttato il black out durante il Super Bowl per pubblicare un tweet a tema.
3) Advertising: la pubblicità invaderà i social media. Il buon marketer si distinguerà dagli altri perché riuscirà ad utilizzarla, senza considerarla un corpo estraneo, per veicolare al meglio contenuti di qualità, ma senza infastidire il proprio pubblico di riferimento. Il 2014 sarà anche l’anno in cui appariranno nuovi formati, come i +Post Ads in grado di prendere un contenuto nato nei social network e usarlo come elemento di engagement anche nel web aperto;
4) Instant Messagingle applicazioni nate per dare la possibilità di scambiaremessaggi in tempo reale sono già entrate nella routine di milioni di persone. Assisteremo ad una guerra tra Whatsapp, WeChat, Snapchat, iMessage, Facebook Messenger, Google+ Messenger, che porterà ad un consolidamento, ma anche ad una maturazione. Alla chat privata si affiancherà uno spazio pubblico, che offrirà alle imprese nuove possibilità di “parlare” alla propria audience di riferimento. Inoltre queste app diventeranno delle vere e proprie piattaforme di e-commerce, che le aziende potranno usare per promuovere contenuti brandizzati (stickers, applicazioni, giochi);
5) Social caringnon basta più essere presenti sui social media pubblicandocontenuti, seppur utili e divertenti. Le persone sempre più spesso utilizzano questi spazi per rivolgere domande e chiedere assistenza. È fondamentale farsi trovare preparati per dare risposte tempestive ed esaustive. Solo così si eviterà la perdita del cliente ed eventuali ripercussioni sulla reputazione aziendale. È un’opportunità alla quale prepararsi con processi ben progettati e risorse competenti (come già fanno alcuni brand italiani);
6) Social + SEO: le tecniche tese a dare maggior visibilità ai contenuti prodotti non potranno non tener conto della capacità dell’azienda di comunicare efficacemente sui social media. In tal ottica quest’anno bisognerà iniziare a studiare con attenzione Google+, il social layer di Big G, che conta oltre 400 milioni di utenti attivi al mese in tutto il mondo e che in qualche misura influisce sui risultati del motore più usato.
7) Mobile: l’utilizzo dei dispositivi mobili, smartphone, tablet e presto smartwatch, sta crescendo in maniera impressionante. Gartner prevede che quest’anno verranno commercializzati 2,5 miliardi si computer, 1,9 dei quali dispositivi mobili. È ormai impensabile impostare una stategia di marketing senza pensare all’esperienza vissuta in mobilità. Avere un sito responsive non basta, bisogna anche pensare a contenuti che siano adatti ad essere fruiti e condivisi ovunque ci si trovi, come ad esempio quelli visivi.
8) Geolocation: soprattutto per i brand che hanno dei punti di contatto dislocati sul territorio sarà fondamentale prevedere una strategia di Geo Marketing. Al momento lo si può fare sfruttando Foursquare e Google+ Local. È probabile che nei prossimi mesi le piattaforme offriranno contenuti personalizzati, in modalità push o pull, sulla base del luogo nel quale si trova l’utente in un certo momento (i primi esperimenti sono appena stati proposti da Foursquare).
9) Social commerce: il commercio elettronico sta cambiando, seguendo le nuove abitudini di fruizione della rete. E’ tempo di comprendere che il compratore non guarda più soltanto al prezzo, ma anche al lato sociale dell’esperienza d’acquisto. Molti i modi per andare incontro a questa esigenza. Per un’approfondimento consiglio il nuovo libro di Gianluca Diegoli.
10) Social TV: l’abitudine delle persone di commentare le trasmissioni televisive inrete è destinata a crescere. Oggi questi pensieri sono visibili soprattutto su Twitter, ma quest’anno lo saranno anche su Facebook (i recenti annunci di nuove API e dei trending topic vanno in questa direzione). Ma la social tv non è interessante solo per i broadcaster. Anche i brand potranno averne dei vantaggi se sapranno intercettare questi flussi di conversazione per dare visibilità alla propria offerta;
Chiaramente queste attività, qui soltanto accennate, dovranno essere valutate attentamente nel contesto di un piano di marketing globale, che non tralasci la misurazione, anche competitiva, già discussa in precedenza. Solo così si potrà evitare di rincorre l’ultima moda e rischiare di sprecare risorse preziose.

Perché Pinterest è importante per la tua azienda?

Oggi proponiamo un’interessante infografica che riporta moltissimi dati su Pinterest. Inizialmente pubblicata in spagnolo su Seetio.com e successivamente tradotta in inglese per dargli una maggiore diffusione. I dati sono del 2012, nel 2013 la diffusione di Pinterest è aumentata ulteriormente. Il Global Web Index (Q2 – 2013) parla chiaro, ha superato Twitter e si attesta come terzo social più utilizzato dopo Facebook e LinkedIn. In Italia, secondo i dati Alexa, è al 37° posto fra i siti web più visitati. In Inghilterra nel Q4-2013 (dati del social intelligence report for Q4 2013 pubblicato da Adobe):
  • Facebook, Twitter, Pinterest e Tumblr hanno portato una quantità di traffico senza precedenti verso i siti e-commerce, con un RPV (Revenue per visit) in aumento da tutti i canali sociali.
  • Pinterest si sta rapidamente avvantaggiando del rallentamento di Facebook, ottenendo un aumento che arriva al 50% del RPV.
Secondo un rapporto di Shareaholic Facebook rimane al primo posto come referral, con un 13,8% del traffico complessivo, seguito da Pinterest con il 4,3%.
Tutto questo per dire che Pinterest cresce, è in ottima forma e fa sicuramente parte della schiera disocial network da utilizzare per la promozione aziendale e del sito web. Non va bene per tutti i settori e tutti i temi, è adatto a tutti i settori che possono proporre una declinazione visivamente accattivante del loro business. L’infografica seguente riassume un po’ tutti questi aspetti e può essere usata come linea guida per decidere se è il caso di affidarsi a Pinterest o meno.
Le chiavi del successo di Pinterest:
  • Semplicità di utilizzo
  • Layout ricercato e minimal
  • Meccanismo virale, ispirato al Like di Facebook.

Quali aziende devono usare Pinterest

I seguenti sono i temi che hanno maggiore successo su Pinterest, con annessi alcuni business che potrebbero sfruttare tale diffusione per migliorare la conoscenza del brand e dei servizi/prodotti offerti.
  1. Matrimonio: è uno strumento molto utilizzato da future spose, appassionati del tema wedding e chiaramente organizzatori di eventi e wedding planner. Basta creare una serie di board per raccogliere idee e ispirazioni per bouquet, addobbi floreali, abiti, location, partecipazioni, mise en place ecc.
  2. Condividere il tuo stile: se stai decorando la tua casa, se sei un appassionato e su di lavoro ti occupi di arredamento d’interni, puoi utilizzare Pinterest per condividere le tue opere e per cercare ispirazione.
  3. Costumi: essendo una fucina di idee di ogni genere, Pinterest è ottimo anche per trovare idee per maschere e costumi di Carnevale e Halloween.
  4. Brainstorming: se fai un lavoro creativo potresti avere bisogno di idee e di condividerle di sicuro Pinterest fa per te.
  5. Catalogo online: se hai un e-commerce puoi utilizzare Pinterest per pubblicizzare il tuo catalogo, mostrandone anche i prezzi, e attirare nuova clientela.
  6. Feedback: Pinterest può essere anche un banco di prova per le tue creazioni, per vedere se ricevono consensi e/o critiche.
  7. Portfolio: creativi, designer, fotografi…possono utilizzare Pinterest per raccogliere il loro portoflio e dargli maggiore visibilità.
  8. Book fotografico: modelle, modelli, attori e attrici possono sfruttare Pinterest per pubblicare il loro book fotografico.
  9. Settore immobiliare: anche le agenzie immobiliari possono usare la piattaforma per condividere le foto delle case in vendita o delle location in cui propongono immobili.
  10. Liste: un utente normale, quindi non un’azienda che propone prodotti e servizio, usa Pinterest per raccogliere i suoi interessi, per conservarne i link.
  11. Umorismo: Pinterest è anche un social per condividere vignette umoristiche e meme, attraverso cui portare traffico a siti che trattano argomenti meno visuali, ad esempio quelli di web agency.
  12. Ricette: Pinterest è il regno della cucina, ricette di ogni tipo e da tutti i paesi vengono condivise, utile per le semplici appassionate, ma soprattutto per chi ha un food blog.
  13. Viaggio: anche i luoghi da visitare, scorci particolari, vedute spettacolari sono molto amati su Pinterest, dagli appassionati di viaggio e dalle agenzie che vogliono proporre pacchetti e offerte.
Per vedere l’infografica completa clicca sull’immagine sottostante
Pinterest per il business

lunedì 3 febbraio 2014

Chi è lo Startup Mentoring

Il Mentoring è un potente strumento di sviluppo personale, un modo efficace per aiutare le persone a progredire nella loro carriera, un mezzo 
Andrea Porcu, Sales Vicepresident Government & Industry in Selex ESAndrea Porcu, Sales Vicepresident Government & Industry in Selex ESIl Mentoring è un potente strumento di sviluppo personale, un modo efficace per aiutare le persone a progredire nella loro carriera, un mezzo fondamentale per lo sviluppo delle startup. Con questo spirito ho accettato da ormai oltre un anno di diventare mentor di quella incredibile realtà che è Talent Garden, partecipando anche all'organizzazione degli Startup Weekend in varie parti d'Italia.
Cosa mi ha spinto a fornire gratuitamente il mio poco e prezioso tempo libero (ore sparse quando si può, qualche notte e molti weekend)? Il tutto, sarò sincero, è partito da un obiettivo personale: trarre il massimo del valore dalla condivisione delle esperienze e in generale dalle possibilità che una relazione con talenti energici e motivati può dare; conoscere, vivendolo, quel mondo del digitale che, pur fuori dalle grandi aziende dell'ICT, fa attivamente innovazione e prova, rischiando in proprio, a cambiare un po' del mondo in cui viviamo.
Sono partito senza una vera e propria metodologia strutturata da applicare, ma usando azioni che istintivamente mi sembravano adeguate: porre domande, sfidare, incoraggiare, rilanciare con nuove idee, ricercare sintesi non banali con contesti estranei alla persona che avevo di fronte. Quasi in automatico si sono poi attivati gli "attrezzi" della mia "cassetta" professionale che è fatta di revisione dei business model, identificazione di una value proposition poi da tradurre in una winning proposition, strategia di canale e solution selling.
L'aver conosciuto approfonditamente Davide Dattoli (founder ventenne di Talent Garden e secondo me fenomeno positivo e unico in Italia) e l'aver avuto la possibilità di interagire con tanti altri vecchi e nuovi amici e talenti vicini al mondo dell'innovazione e del digitale ha fatto il resto.
La nuova sfida, mentre mi diverto a rivivere gli Startup Weekend, è provare a fare di più per mettere in relazione il mondo delle startup con quello delle grandi imprese e delle istituzioni. Non mancano, me ne rendo conto, incubatori, hub e iniziative varie in Italia che vanno in questa direzione. Ma c'è qualcosa, a mio modestissimo avviso, che non sta girando e che lascia questi mondi scollegati tra loro, spesso sulla soglia dell'autoreferenzialitá. Incentivare altri manager e imprenditori, senza che lascino in nessun modo la loro occupazione, a dare un po' del proprio tempo alle startup può essere un bel pezzo della soluzione e penso ne possa trarre beneficio tutto il sistema Paese. Il mio lavoro di tutti i giorni in una grande azienda ritengo ne abbia tratto esso stesso benefici in termini di creatività, network ed energia. Il tutto senza in nessun modo volersi mai identificare in un business angel o venture capitalist, figure fondamentali ma di tutt'altra natura.
Da marito e padre di due splendide bimbe, questa attività ha significato un'ulteriore limitazione del tempo che dedico loro con una vita professionale che mi vede durante la settimana lontano da Milano e molto spesso all'estero. Sono però riuscito a spiegarla loro come una cosa bella, coinvolgendole in ciò che faccio, illustrando con esempi il potenziale di cambiamento che si può generare e mostrando con l'esperienza che costruire è molto più importante e stimolante che criticare/demolire anche se costa impegno e sacrificio, che partecipare alle attività degli altri ti completa, soprattutto se ciò che si fa migliora in qualunque modo la vita di chi ci sta intorno, che altruismo non è solo donare oggetti, ma anche il proprio tempo e le proprie esperienze.
Non ho mai avuto hobby particolari, ma ho sempre amato impegnarmi anche fuori dal lavoro: il mentoring per me è impegnarsi con ciò che so fare meglio e su cui mi sento di dare valore vero.
Concludo con una citazione letta per caso qualche mese fa, che penso renda bene l'idea di apprendimento e crescita reciproca generata nei processi di mentoring: "Tell me and I forget, teach me and I may remember, involve me and I learn", Benjamin Franklin.
Andrea Porcu è Sales Vicepresident Government & Industry in Selex ES - Economyup - 29 Gennaio 2014

domenica 2 febbraio 2014

Realacci (Symbola): "Il Made in Italy scaccia la crisi, ma serve la Rete"

Il presidente della Fondazione per le Qualità Italiane: "Sforniamo prodotti unici al mondo per competenze tradizionali, bellezza e creatività. Se poi usiamo le nuove tecnologie non ci batte nessuno"

“Per uscire dalla crisi l’Italia deve fare l’Italia. Deve cioè scommettere sulle cose che la rendono unica: competenze tradizionali, bellezza, creatività, ingegno, capacità di innovazione. E se lo fa attraverso le nuove tecnologie non la batte nessuno”. Così la pensa Ermete Realacci, ambientalista, politico e presidente di Symbola, Fondazione per le Qualità Italiane nata nel 2005 proprio con l’obiettivo di promuovere un nuovo modello di sviluppo orientato alla qualità, in cui si fondono tradizione, territorio, ma anche innovazione tecnologica, ricerca e design. Oggi Symbola è al fianco di Google nel suo progetto per il Made in Italy.

Ma le piccole e medie imprese italiane sono pronte al debutto sul web?

Già oggi ci sono esempi eccezionali in questo campo. Un mio amico ha una sartoria artigianale a Ginosa di Puglia e, senza muoversi dal suo paese, crea abiti per il principe inglese Williams e per i primi ministri giapponesi. Mi diverte poi pensare che i bambini di Shangai, Copenhagen o Phnom Penh giocano su giostre italiane. Siamo bravissimi giostrai: rispetto ai concorrenti tedeschi fabbrichiamo giostre più leggere che consumano fino a metà dell’energia. Così un elemento di innovazione e bellezza diventa fattore di competitività. E questo accade nei settori più impensati. L’economista CarloMaria Cipolla diceva che la missione dell’Italia è produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. E il presidente esecutivo di GoogleEric Schmidt, durante la sua visita in Italia a ottobre, ha ricordato che “in un pianeta globalizzato i prodotti di nicchia non hanno mercati di nicchia”. È questa la chiave di un possibile successo italiano.

Quanti e quali vantaggi concreti per artigiani e commercianti che decidono di gestire il proprio business in Rete?

I vantaggi sono già visibili. Come sappiamo in Italia va molto male l’economia interna mentre l’export presenta dati estremamente positivi. Il valore delle esportazioni dei prodotti agroalimentari nel 2013 ha raggiunto quota 33 miliardi di euro, +6% rispetto al 2012. Questo dà l’idea di quanto l’internazionalizzazione di un settore possa giovare a quel settore e all’economia in generale.

Come intendete sviluppare la collaborazione con Google?

Insieme all’Università Ca’ Foscari e al professor Stefano Micelli mettiamo a disposizione le esperienze di chi sta facendo impresa. Stiamo anche ragionando di un road show per l’Italia che faccia conoscere queste esperienze a chi ha deciso di proiettare la qualità dei propri prodotti nel mondo attraverso la Rete.

Insomma, l’internazionalizzazione attraverso il web può essere la chiave per superare la crisi economica?

Innanzitutto non credo che usciremo dalla crisi con una logica alla Eduardo de Filippo secondo cui “A'dda passa’ a nuttata”, cioè riprendendo da dove ci eravamo fermati. Bisogna saper evolversi e cambiare. Uno strumento importante, in questo senso, è la Green Economy. Oltre il 20% delle imprese italiane dall’inizio della crisi ha fatto investimenti in Green Economy in senso lato: non solo risparmio energetico e fonti rinnovabili, ma tutto quello che ha a che fare con la riduzione dei consumi energetici, per esempio la riduzione dell’impatto su ambiente e salute, la tracciabilità dei prodotti…È una serie di innovazioni che riguardano tutti i settori. Questa parte di imprese italiane sono quelle che innovano di più, esportano di più e producono più posti di lavoro. L’anno scorso il 60% dei posti di lavoro in Ricerca e Sviluppo erano legati alla Green Economy. Io credo che si affronta la crisi se si cambia, se si capisce qual è il posto dell’Italia nel mondo e se si comprende come favorire un’economia a misura d’uomo senza lasciare indietro nessuno.

Luciana Maci - Economyup - 27 gennaio


sabato 1 febbraio 2014

Meditazione

In certi momenti senti il bisogno di ritirarti dall'iperconnessione, stare in silenzio, non parlare, non leggere, non scrivere. Nulla. Dare spazio solo alla tua mente, focalizzandosi sulle proprie emozioni e, a volte, sul proprio dolore. Senza evitarli, ma invece attraversandolo e sentirlo dentro. A volte é rabbia. E capisci che la causa sei tu, non altri, nel silenzio come per magia si dissolve.

La meditazione aiuta a sincronizzare i due emisferi del cervello. Quello intuitivo e quello razionale. Spesso sono usati in modo non equilibrato. C'è sempre una prevalenza dell'area sinistra tra quella razionale, che facilmente oggi va in sovraccarico e provoca stress negativo. Allora bisogna ribilanciare, imparando ad usare la parte destra, l'area emotiva. Con l'aiuto delle immagini, della visualizzazione, del respiro.

Abituarsi a questo tipo di meditazione facilità la vita quotidiana. Insegna ad essere presente in ciò che si fa. Dal gesto più banale a quello più impegnativo.
La sfida da vincere è questa. Riuscire a prestare attenzione a quello che si fa in quel momento è un dettaglio importantissimo in questa era multitasking dove l'attenzione è freneticamente dispersa in più attività.

Mantenere il focus grazie ad un equilibrio interiore si può. Anche se difficile e faticoso. Occorre applicarsi con metodo e costanza.